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Marc Ribot
Map of a Blue City
[New West 2025]

Sulla rete: marcribot.bandcamp.com

File Under: the man with the blue post-modern fragmented neo-traditionalist guitar


di Gianfranco Callieri (29/05/2025)

Pur essendo il trentesimo album (o giù di lì) realizzato dal newyorchese Marc Ribot, fresco reduce dal suo 71esimo compleanno, in veste solista o alla guida di qualche formazione, Map Of A Blue City è il primo a essere da lui integralmente cantato. E se la voce del chitarrista, noto per il suo stile frammentato e cubista, per paradosso ispirato più ai "barriti" del sassofono di Albert Ayler che ai maestri classici dello strumento, non è certo un miracolo di estensione o profondità (si rivela, anzi, piuttosto fragile, rinsecchita, claudicante), nondimeno risulta perfetta nell’accompagnare il pedinamento emotivo di queste nove tracce dove si rincorrono, a staffetta, gamme di grigio e blu come in un quadro attonito e lacerato di Mark Rothko.

Senza il preciso programma di denuncia appartenuto al recente Songs Of Resistance: 1942-2018, senza il rumore dei Ceramic Dog o l’elegante ironia dei Los Cubanos Postizos (tanto per citare alcune esperienze del musicista, altrimenti più noto per le sue collaborazioni con Tom Waits, Natalia Lafourcade, Elvis Costello, John Zorn etc.): Map Of A Blue City è un esercizio di scarnificazione sonora dove, anche quando appaiono delle sorde percussioni e i sussurri dolenti di una tromba (accade nella bossa nova post-punk dell’ipnotica Daddy’s Trip To Brazil), sembra sempre e comunque di avere che fare con l’intimo dialogo tra un uomo e la sua chitarra. Quella ritratta in copertina, ovviamente, scrostata, logorata dal tempo, usurata dalle riconfigurazioni eppure in grado, non si sa come (c’è da sospettare non lo sappia neanche lo stesso Ribot), di produrre il suo riconoscibilissimo ritmo, le sue illuminanti oscillazioni tra il blues e l’avanguardia, anche sfiorando, come capita qui, un numero a dir poco esiguo di note, anche procedendo per spigoli e strappi, anche inventandosi il gesto sfinente di torturare sempre le stesse corde.

Ribot dice di aver proposto questi brani, verso la fine dei ’90, a un’etichetta death-metal che li avrebbe rifiutati in quanto "troppo cupi". Gli tornano buoni ora, con l’incremento del requisito anagrafico, la scomparsa del padre e l’avvicinarsi delle cose ultime a porre interrogativi riguardanti sia l’essere umano sia l’artista, "invaso" da stati d’animo simili a quelli di chi, risvegliatosi d’improvviso, in piena notte, si trovi a rivolgere le proprie sofferenze interiori al silenzio della luna o alla reticenza del buio. Ecco, quindi, il saluto alle persone care non più tra noi dell’accorata Elizabeth o gli accordi scintillanti, come in una gelida parata country all’"europea", di For Celia (nata dalle conversazioni con l’omonima documentarista Lowenstein), lo spettrale r&b della beffarda Say My Name (la cui malinconia resta irredenta nonostante i velluti del B3 di Greg Lewis) e l’old-time music rovesciata in strazio folk dell’evocativa When The World’s On Fire, personale rielaborazione di un vecchissimo medaglione della Carter Family.

La title-track, secondo il suo artefice il corrispettivo sonoro della sensazione di trovarsi sui binari della sopraelevata ferroviaria di NYC ("forse a Coney Island") in preda al disorientamento, mette in scena il vacillamento delle esistenze prive di peso, di quanti attraversino il nostro caotico presente senza la consapevolezza di un proprio vissuto, privi di qualsiasi forma di coscienza, e infatti lo stortissimo assolo finale va a riprodurre un’elegiaca cacofonia volta a incarnare il tempo soggettivo dell’anima, sfociando poi nelle voci doppiate di una Death Of A Narcissist - il pezzo più "tradizionale" della raccolta - destinata a irretire chi avesse continuato a desiderare una versione dei dischi americani di Bill Frisell perforata dalla caduca sensualità della Cat Power matura (interpretata per l’occasione dall’ugola della violinista ungherese Eszter Balint).

Sometime Jailhouse Blues
è lo standard blues nella parafrasi del Ribot ultrasettantenne, tra disarticolazione armonica alla Captain Beefheart e inspiegabile saggezza zen del peraltro calmissimo dettato sonoro, in un recital per chitarra al quale non importa più nulla di spiazzare o scioccare perché, per descrivere l’irrequietezza di una contemporaneità incompiuta e, in contemporanea, rendere omaggio a un passato ancora comunicante, non occorrono né l’una né l’altra opzione. Praticate, invece, nell’ultima "Optimism Of The Spirit", ustionante liquefazione ambient sottoposta al remix del batterista François Lardeau per suggerire la giustapposizione dolorosa tra la coscienza del militante (quale Ribot, dal basso, è sempre stato e continua a essere) e la sfuggevolezza di un’attualità impenetrabile e inconoscibile.

Certo, a più di un ascoltatore l’ostinato soliloquio di Marc Ribot con i propri fantasmi potrebbe apparire compiaciuto e monocorde, mentre gli estimatori della sua dimensione più sperimentale ne lamenteranno (poco ma sicuro) lo sguardo stavolta non sufficientemente eversivo e troppo convenzionale. Io posso solo esortarvi a considerare Map Of A Blue City una specie di Pink Moon dello spaesamento occidentale, di chi (senza sfilate grottesche e vergognose) vuole solo condividere una lacrima (blu) per una terra il cui suolo rosso e livido di sangue continua a insudiciare anche quello di altri paesi. Posso, soprattutto, invitarvi a non perderlo.



<Credits>