Esistono
dischi mitici, ed esistono anche luoghi altrettanto mitici dove questi
album sono nati, e nella storia più recente della musica che amiamo abbiamo
avuto tantissimi casi di giovani artisti che hanno voluto registrare i
propri lavori in determinati studi di registrazione, quasi che le loro
mura possano restituire il sapore e l’ispirazione di capolavori lontani
nel tempo. Lo svedese Jesper Lindell per il 2026 ha pianificato
due appuntamenti nati con questo criterio, con un album intitolato Royal
registrato nei Royal Studios in Memphis che uscirà fra qualche mese, anticipato
ora da questo 3614 Jackson Highway, nato nelle stanze dei
Muscle Shoals Sound Studios, in Alabama.
Non abbiamo le conoscenze tecniche per dire se poi lo stesso album registrato
a Stoccolma sarebbe stato tanto diverso, ma si sa che la suggestione di
stanze dove hanno registrato tanti grandi nomi gioca sicuramente un ruolo
fondamentale nel risultato. 3614 Jackson Highway figura essere
già il sesto album dal 2019 ad oggi di questo artista, ed è un disco del
tutto rispettoso della tradizione nei suoni e persino nelle parti vocali,
che potrebbero in qualche modo richiamare quelle di un Southside Johnny,
per nominare un altro esperto in materia. Nove cover volutamente virate
al soul anche quando non lo sono nel midollo (come
Pretend I Never Happened, uno dei brani più belli nascosti
in quel gran lavoro che fu Phases and Stages di Willie Nelson del
1974), registrati sì nel luogo giusto, ma con band portata da casa e collaboratori
ormai di lunga data, a partire dai produttori Björn Pettersson e Rasmus
Fors.
Tra gli autori più riletti troviamo in prima linea Dan Penn con tre brani:
If Love Was Money, un classico del 1970, She Ain’t Gonna Do
Right, scritta con Dewey Oldham (e successo del 1967 per Clarence
Carter), e la splendida soul-ballad Rainbow Road,
brano che Penn registrò nel 1964 ma pubblicò solo nel 2012, e che tra
l’altro qui curiosamente appare firmata solo da lui, quando tutte le cover
registrate nel corso degli anni da altri artisti, tra cui Percy Sledge
o la Joan Baez di Come From The Shadows del 1972, riportano anche
la firma di Donnie Fritts, che la registrò a sua volta nel suo album del
1975.
Due cover arrivano invece dal mondo di Tony Joe White, e se Rainy Night
in Georgia appare quasi scontata (esistono tantissime versioni, ma
nessuno si è mai azzardato a riarrangiare troppo l’originale), molto valida
è I’ve Got a Thing About You Baby tratta
da The Train I'm On del 1972. E se classicissimi come Respect
Yourself degli Staple Singers o Drift Away, altro standard
dello swamp rock a firma Mentor Williams, suonano fin troppo timide e
calligrafiche, particolarmente prezioso appare il ripescaggio di Heavy
Makes You Happy, un classico un po’ dimenticato del 1971 di
Bobby Bloom.
Senza pretendere di riscrivere nulla, Jesper Lindell offre mezz’oretta
di ripasso di classici più o meno noti, fatti con amore e rispetto, e
presentati, a guisa di marchio di garanzia, dalle note di copertina di
Joe Henry, in attesa del già annunciato sequel.