Tornare a
casa dopo tanto girovagare, forse soprattutto per una rock’n’roll band,
è una bella sensazione, purché si resti alla larga da eccessive dosi di
compiacimento e nostalgia. Non sembrano correre questi rischi TheDeslondes, che in Roll It Out, quarto album di studio a
partire dal loro omonimo esordio del 2015, attuano la più classica delle
reazioni: allo “sperimentalismo” e alle ambizioni non sempre messe fuoco
del precedente Ways
and Means rispondono con "il ritorno alle radici" del qui
presente album, tredici canzoni che rimettono in circolo quel suono tradizionalista
per cui il gruppo di New Orleans era stato salutato come una ventata di
aria fresca al debutto.
Se il concetto di Americana è diventato ormai un generico ombrello sotto
il quale riparare ogni sorta di riferimento al passato, spesso del puro
e semplice revival spacciato per novità del momento, nel caso dei Deslondes
potrebbe invece tornare utile nella sua accezione più universale, un intreccio
di linguaggi musicali che parlano dai quattro angoli del paese, un regionalismo
roots che mette insieme molti stimoli toccando con eclettismo folk, country,
rock, blues e ogni sorta di rimando alla “tradizione”, compreso un finale
che simboleggia l’intero percorso scegliendo l’unica cover del lotto,
la languida Drifter’s Wife a firma JJ Cale. Il quintetto era partito
quaranta minuti prima con il valzer di Hold On
Liza, che è fondamentalmente The Band fin nelle ossa, termine
di confronto inevitabile se si vuole compiere un’opera di sintesi come
fanno i Deslondes.
Certo, il parallelo finisce qui perché altrimenti i nostri ragazzi non
riuscirebbero a reggerne il peso, eppure Roll It Out, inciso
negli studi Bomb Shelter di Nashville con il fidato Andrija Tokic (un
produttore che andrebbe valutato bene per la visione che sta dimostrando
in più occasioni) è un disco sa offrire le sue sfumature e gradazioni
senza fretta, se si ha voglia di scoprirne i passaggi e le ispirazioni.
È il frutto di alcune canzoni pescate dai cassetti e rimaste a invecchiare
come il buon vino, così come di altre nuove di zecca, dopo che i due princiali
leader (e voci soliste) Sam Doores e Ryley Downing avevano preso strade
soliste (poco fortunate, in verità).
Con l’ingresso di un nuovo batterista, Howe Pearson, e la conferma degli
altri due autori in seno alla band, il bassista Dan Cutler e il chitarrista
John James Tourville, tutti impegnati a condividere il materiale, Roll
It Out finisce davvero per riportare tutto a casa. Senza miracoli
di sorta, sia chiaro, ma con la freschezza di un gruppo che dagli umori
New Orleans pesca a piene mani e butta tutto a bollire nel pentolone Americana
a tinte country-rock-gospel di Take Me Back e
Line To Go, nello svagato swamp di I’ll Do It e Who Really
Loses, in una Pour Another Round che
dal binomio piano-fiati degno di un arragiamento alla Allen Touissant
finisce (crediamo inconsapevolmente) per citare i Beatles di Revolution
nel ritornello, mentre Mercury porta
i magheggi di Dr.John a braccetto con il country del Texas e Go Out
Tonight infila persino il suono di un accordion tra una dolce pedal
steel e un pianoforte da bettola per far risaltare sapori cajun.
L’alternanza delle voci, soprattutto quella baritonale di Downing e la
più sottile e melodica di Doores sostengono le intenzioni dei Deslondes,
quelle cioè di provare a raccontare la loro esperienza e i loro sentimenti
di musicisti americani lungo l’eterna strada della vita.