Dove
dovrebbero volare gli uccelli,
dopo l’ultimo cielo?
- Mahmoud Darwish (1982) -
A distanza
di più di vent’anni dall’ultimo di disco di materiale completamente inedito
e autografo, e dopo aver di recente spento 82 candeline, Eric Andersen
- uno dei cantautori più importanti, e di sicuro il più metafisico, tra
quelli venuti alla ribalta nell’America degli anni ’60 - torna a farsi
vivo con un doppio album che dura tanti minuti quante sono le primavere
del suo artefice, mettendo a segno una delle opere più riuscite e suggestive
di una carriera non certo avara di episodi memorabili. Non spaventino,
diDance Of Love And Death, lunghezza e consistenza, perché
qui siamo, ovviamente, nella patristica del folk(-rock) per come l’abbiamo
conosciuto nel secolo scorso: le dimensioni di questo lavoro, pertanto,
servono a sgomberare il campo da equivoci e a ribadire come le semplificazioni
del nuovo millennio - il linguaggio automatico da smartphone, le identità
futili e sintetiche degli influencer, le ideologie TikTok da 150 caratteri
massimo - non abbiano, qui, alcun diritto di cittadinanza.
Non per snobismo o per certificare l’inumazione di una modalità espressiva
che, nell’(auto) dichiararsi sorpassata, si percepisce superiore, beninteso.
Solo per essere chiari, cristallini; per continuare a professare quell’antica
religione, curiosamente atea, del condensare i sentimenti, le ansie, le
paure, le azioni e gli scenari della vita in canzoni (apparentemente)
d’amore, essenziali e scarnificate nei suoni, sempre comprese nella ricerca
di un filo diretto con la poesia (Cross Of Gold
è addirittura una rielaborazione del carme catulliano Odi Et Amo)
per quanto riguarda i testi. E se pensare all’ultimo cielo invocato
quasi con disperazione dal poeta palestinese Mahmoud Darwish è, in questi
giorni di strage, rabbia e dolore, quasi inevitabile, lo è altrettanto
collegarne l’amara consapevolezza al flusso di coscienza folkie inscenato
da Andersen nella sua "danza dell’amore e della morte", soprattutto
quando il musicista di Pittsburgh, dopo aver sovrapposto Nat “King” Cole
e James Joyce nei versi di After This Life,
dichiara di non voler più sapere, nella prossima "vita" (o meglio,
"esistenza"), "per chi suoni la campana".
Dance Of Love And Death è fatto della pasta di Ghosts Upon The
Road (1988) e del suo lirismo sconfinante nella purezza del rock (Every
Once In A While, zingaresca e pianistica, è la ballata che
Bruce Springsteen non scrive più da decenni), di Memory Of The Future
(1999) e del suo sconsolato, laconico portamento à la Lou Reed (la melodrammatica
Season In Crime non potrebbe appartenere alle meditazioni laceranti di
Magic And Loss?), dei dischi Appleseed dedicati alle mutazioni del
folk americano (nel cui canone, se fosse ancora suscettibile di modifiche,
dovrebbe senz’altro apparire una meraviglia intitolata Map
Of A Woman’s Heart). Il violino del nostro Michele Gazich regala
tensione alla mistica umanista della title-track, i cori rendono addirittura
cantabile la superba Color Blind (True Colors),
il contrabbasso di Tony Garnier mappa le nervature della pianistica Sinking
Deeper Into You, Lenny Kaye (nientemeno) si occupa della pedal-steel
nel secco rock & roll di Inevitable, Larry Campbell presta una
sei corde sgraziata e bluesy al miagolare bluastro dell’ultima Broken
Bone Blues.
L’immancabile e fidato Steve Addabbo non solo produce ma si destreggia
tra chitarre, basso, piano elettrico e pianoforte, conferendo all’insieme
una qualità unitaria e omogenea alla quale, per sposarne la causa, non
occorrono voli ermeneutici e pindarici, ma solo un cuore antico, ancora
capace di emozionarsi per la fragilità della voce di Andersen (nudo come
mai prima d’ora nel ritornello di At The End Of The Day) o per
il modo in cui il violino di Gazich s’intreccia ai rintocchi del pianoforte
evocando la riviera "of your eyes" dell’incantevole Story
Of Skin. "Lascia che i miei baci siano il vento",
canta Andersen: vento sulla pelle di una donna, sui capelli ancora folti
e disordinati di un bambino, sull’incarnato sofferente del mondo, sulla
cute sanguinante di chi soffre e di chi è prigioniero della solitudine.
Se tutto svanisce, e nulla resta; se delle grandi rivoluzioni del ‘900
è rimasta soltanto qualche massima da biscotto cinese, dischi come Dance
Of Love And Death ci riconciliano con l’idea di libertà contenuta
nelle strofe nomadi di Singin’ Man, per cui cantare all’angolo
di una strada reca più benefici di una professione regolata da timbri,
orari, conteggi, proventi prestabiliti, traguardi da raggiungere. Anche
se non avesse messo in cantiere questo album magnifico, a Eric Andersen
dovremmo essere grati in eterno solo per averci aperto gli occhi e non
aver smesso di ripeterci, dal 1965 di Today Is The Highway, che
davanti a noi e dentro le sue canzoni, c’era la promessa collettiva di
un altro mondo e di un’altra vita. In Dance Of Love And Death,
tra una riflessione sull’amore e sulle cose ultime, quella promessa canta
ancora. E con voce più convincente che mai.