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Eric Andersen
Dance of Love and Death
[Y&T Music 2025]

Sulla rete: ericandersen.com

File Under: Scolpire il tempo


di Gianfranco Callieri (01/05/2025)

Dove dovrebbero volare gli uccelli,
dopo l’ultimo cielo?

- Mahmoud Darwish (1982) -

A distanza di più di vent’anni dall’ultimo di disco di materiale completamente inedito e autografo, e dopo aver di recente spento 82 candeline, Eric Andersen - uno dei cantautori più importanti, e di sicuro il più metafisico, tra quelli venuti alla ribalta nell’America degli anni ’60 - torna a farsi vivo con un doppio album che dura tanti minuti quante sono le primavere del suo artefice, mettendo a segno una delle opere più riuscite e suggestive di una carriera non certo avara di episodi memorabili. Non spaventino, di Dance Of Love And Death, lunghezza e consistenza, perché qui siamo, ovviamente, nella patristica del folk(-rock) per come l’abbiamo conosciuto nel secolo scorso: le dimensioni di questo lavoro, pertanto, servono a sgomberare il campo da equivoci e a ribadire come le semplificazioni del nuovo millennio - il linguaggio automatico da smartphone, le identità futili e sintetiche degli influencer, le ideologie TikTok da 150 caratteri massimo - non abbiano, qui, alcun diritto di cittadinanza.

Non per snobismo o per certificare l’inumazione di una modalità espressiva che, nell’(auto) dichiararsi sorpassata, si percepisce superiore, beninteso. Solo per essere chiari, cristallini; per continuare a professare quell’antica religione, curiosamente atea, del condensare i sentimenti, le ansie, le paure, le azioni e gli scenari della vita in canzoni (apparentemente) d’amore, essenziali e scarnificate nei suoni, sempre comprese nella ricerca di un filo diretto con la poesia (Cross Of Gold è addirittura una rielaborazione del carme catulliano Odi Et Amo) per quanto riguarda i testi. E se pensare all’ultimo cielo invocato quasi con disperazione dal poeta palestinese Mahmoud Darwish è, in questi giorni di strage, rabbia e dolore, quasi inevitabile, lo è altrettanto collegarne l’amara consapevolezza al flusso di coscienza folkie inscenato da Andersen nella sua "danza dell’amore e della morte", soprattutto quando il musicista di Pittsburgh, dopo aver sovrapposto Nat “King” Cole e James Joyce nei versi di After This Life, dichiara di non voler più sapere, nella prossima "vita" (o meglio, "esistenza"), "per chi suoni la campana".

Dance Of Love And Death è fatto della pasta di Ghosts Upon The Road (1988) e del suo lirismo sconfinante nella purezza del rock (Every Once In A While, zingaresca e pianistica, è la ballata che Bruce Springsteen non scrive più da decenni), di Memory Of The Future (1999) e del suo sconsolato, laconico portamento à la Lou Reed (la melodrammatica Season In Crime non potrebbe appartenere alle meditazioni laceranti di Magic And Loss?), dei dischi Appleseed dedicati alle mutazioni del folk americano (nel cui canone, se fosse ancora suscettibile di modifiche, dovrebbe senz’altro apparire una meraviglia intitolata Map Of A Woman’s Heart). Il violino del nostro Michele Gazich regala tensione alla mistica umanista della title-track, i cori rendono addirittura cantabile la superba Color Blind (True Colors), il contrabbasso di Tony Garnier mappa le nervature della pianistica Sinking Deeper Into You, Lenny Kaye (nientemeno) si occupa della pedal-steel nel secco rock & roll di Inevitable, Larry Campbell presta una sei corde sgraziata e bluesy al miagolare bluastro dell’ultima Broken Bone Blues.

L’immancabile e fidato Steve Addabbo non solo produce ma si destreggia tra chitarre, basso, piano elettrico e pianoforte, conferendo all’insieme una qualità unitaria e omogenea alla quale, per sposarne la causa, non occorrono voli ermeneutici e pindarici, ma solo un cuore antico, ancora capace di emozionarsi per la fragilità della voce di Andersen (nudo come mai prima d’ora nel ritornello di At The End Of The Day) o per il modo in cui il violino di Gazich s’intreccia ai rintocchi del pianoforte evocando la riviera "of your eyes" dell’incantevole Story Of Skin. "Lascia che i miei baci siano il vento", canta Andersen: vento sulla pelle di una donna, sui capelli ancora folti e disordinati di un bambino, sull’incarnato sofferente del mondo, sulla cute sanguinante di chi soffre e di chi è prigioniero della solitudine.

Se tutto svanisce, e nulla resta; se delle grandi rivoluzioni del ‘900 è rimasta soltanto qualche massima da biscotto cinese, dischi come Dance Of Love And Death ci riconciliano con l’idea di libertà contenuta nelle strofe nomadi di Singin’ Man, per cui cantare all’angolo di una strada reca più benefici di una professione regolata da timbri, orari, conteggi, proventi prestabiliti, traguardi da raggiungere. Anche se non avesse messo in cantiere questo album magnifico, a Eric Andersen dovremmo essere grati in eterno solo per averci aperto gli occhi e non aver smesso di ripeterci, dal 1965 di Today Is The Highway, che davanti a noi e dentro le sue canzoni, c’era la promessa collettiva di un altro mondo e di un’altra vita. In Dance Of Love And Death, tra una riflessione sull’amore e sulle cose ultime, quella promessa canta ancora. E con voce più convincente che mai.




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