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Mary Chapin Carpenter
Personal History
[Lambent Light Records/ Goodfellas 2025]

Sulla rete: marychapincarpenter.com

File Under: confessioni folk


di Marco Restelli (12/06/2025)

All’inizio di quest’anno ho avuto il privilegio di recensire per RootsHighway un album frutto di un progetto collettivo nel quale Mary Chapin Carpenter aveva aperto il proprio “spazio artistico” a Julie Fowlis e Karine Polwart. In quell’occasione la cantautrice del New Jersey - ormai da tempo trasferitasi in Virginia - aveva dimostrato di saper uscire dalla sua comfort zone, provando ad esplorare un folk con accenti celtici. Se da una parte ero contento di poter finalmente ascoltare alcuni suoi nuovi brani, dall’altra temevo che sarebbe passato ancora molto tempo prima del successore di The Dirt And The Stars (2020) e invece, con mia grande sorpresa, Personal History, tredicesimo disco di inediti, è uscito nella prima settimana di giugno.

Fedele a sé stessa, con un repertorio da sempre legato alla tradizione country-folk, in questi 37 anni di carriera la Carpenter ha saputo guadagnarsi la fiducia dei suoi fan raccontando le sue storie intime e cariche di empatia. Come il titolo del nuovo lavoro suggerisce, stavolta ha voluto concentrarsi sulla sua vita, prendendo spunto da un passo di un libro di Elzabeth Strout in cui la protagonista veniva incoraggiata a scrivere basandosi proprio su esperienze personali. Il risultato che è scaturito da questa decisione, come spesso accade quando si apre totalmente il cuore, mettendosi a nudo senza riserve, è un album prevalentemente di ballate che lascia il segno, proponendosi come uno fra i più significativi di Mary.

Le due canzoni in apertura, ballate che prendono il sentiero dell’introspezione, entrano subito “a gamba tesa” regalando dolci emozioni. La prima What Did You Miss, che nasconde fra i versi finali il titolo del disco, è come una lunga lettera a se stessa nella quale si pone tante domande su diversi momenti vissuti e nel contempo rivela i desideri più profondi, con la consapevolezza che tutta quella nostalgia che sta vivendo troverà posto proprio nelle sue canzoni. La seconda Paint + Turpentine non esce dai binari della precedente ed è piena di immagini giovanili che tornano alla mente. Il brano ha una coda più ritmata che la rende particolarmente accattivante ed entra a pieno titolo fra le perle di questo album. La vellutata e musicalmente scarna Girl And Her Dog è un vero e proprio mini testamento emozionale (con tanto di citazione delle città in cui la cantante ha vissuto) e non posso negare di esserne particolarmente toccato, con quegli espliciti riferimenti a una vita essenzialmente isolata, nella quale un cane riesce in qualche modo a colmare il mal celato bisogno di compagnia (“some days I’ve got nothing to show for except walking the dog and walking the floor”).

In Hello My Name Is i richiami alla solitudine continuano a rivenire a galla e pur senza un’amarezza esplicita, la domanda su “chi un giorno si ricorderà di noi?” non può far a meno di scavare un solco e far vibrare le corde dell’anima (“If you were lonely here, Will you be lonely there? And when you’re gone one day, will anybody care?”). Si arriva poi a Bitter Ender, che è stato scelto come primo singolo apripista e che ha anche il piglio più stradaiolo e radiofonico, col suono di un’armonica decisamente degno di nota. Chiudo con un plauso al produttore Josh Kaufman dei Bonny Light Horseman che ha saputo impreziosire questi undici episodi più togliendo che non aggiungendo, regalandoci questo grande ritorno di un’artista sempre sincera ed autentica.




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