All’inizio
di quest’anno ho avuto il privilegio di recensire per RootsHighway un
album frutto di un progetto collettivo nel quale Mary Chapin Carpenter
aveva aperto il proprio “spazio artistico” a Julie Fowlis e Karine Polwart.
In quell’occasione la cantautrice del New Jersey - ormai da tempo trasferitasi
in Virginia - aveva dimostrato di saper uscire dalla sua comfort zone,
provando ad esplorare un folk con accenti celtici. Se da una parte ero
contento di poter finalmente ascoltare alcuni suoi nuovi brani, dall’altra
temevo che sarebbe passato ancora molto tempo prima del successore di
The Dirt And The Stars
(2020) e invece, con mia grande sorpresa, Personal History,
tredicesimo disco di inediti, è uscito nella prima settimana di giugno.
Fedele a sé stessa, con un repertorio da sempre legato alla tradizione
country-folk, in questi 37 anni di carriera la Carpenter ha saputo guadagnarsi
la fiducia dei suoi fan raccontando le sue storie intime e cariche di
empatia. Come il titolo del nuovo lavoro suggerisce, stavolta ha voluto
concentrarsi sulla sua vita, prendendo spunto da un passo di un libro
di Elzabeth Strout in cui la protagonista veniva incoraggiata a scrivere
basandosi proprio su esperienze personali. Il risultato che è scaturito
da questa decisione, come spesso accade quando si apre totalmente il cuore,
mettendosi a nudo senza riserve, è un album prevalentemente di ballate
che lascia il segno, proponendosi come uno fra i più significativi di
Mary.
Le due canzoni in apertura, ballate che prendono il sentiero dell’introspezione,
entrano subito “a gamba tesa” regalando dolci emozioni. La prima
What Did You Miss, che nasconde fra i versi finali il titolo
del disco, è come una lunga lettera a se stessa nella quale si pone tante
domande su diversi momenti vissuti e nel contempo rivela i desideri più
profondi, con la consapevolezza che tutta quella nostalgia che sta vivendo
troverà posto proprio nelle sue canzoni. La seconda Paint + Turpentine
non esce dai binari della precedente ed è piena di immagini giovanili
che tornano alla mente. Il brano ha una coda più ritmata che la rende
particolarmente accattivante ed entra a pieno titolo fra le perle di questo
album. La vellutata e musicalmente scarna Girl
And Her Dog è un vero e proprio mini testamento emozionale
(con tanto di citazione delle città in cui la cantante ha vissuto) e non
posso negare di esserne particolarmente toccato, con quegli espliciti
riferimenti a una vita essenzialmente isolata, nella quale un cane riesce
in qualche modo a colmare il mal celato bisogno di compagnia (“some
days I’ve got nothing to show for except walking the dog and walking the
floor”).
In Hello My Name Is i richiami alla solitudine continuano a rivenire
a galla e pur senza un’amarezza esplicita, la domanda su “chi un giorno
si ricorderà di noi?” non può far a meno di scavare un solco e far vibrare
le corde dell’anima (“If you were lonely here, Will you be lonely there?
And when you’re gone one day, will anybody care?”). Si arriva poi
a Bitter Ender, che è stato scelto
come primo singolo apripista e che ha anche il piglio più stradaiolo e
radiofonico, col suono di un’armonica decisamente degno di nota. Chiudo
con un plauso al produttore Josh Kaufman dei Bonny Light Horseman
che ha saputo impreziosire questi undici episodi più togliendo che non
aggiungendo, regalandoci questo grande ritorno di un’artista sempre sincera
ed autentica.