Ci
sono diversi modi di invecchiare, quanto meno in ambito artistico, Rodney
Crowell ha scelto il più curioso: ringiovanire. No, non è un controsenso,
statene certi, semmai la conferma che il percorso del cantautore texano
ha avuto una sorta di inversione di marcia rispetto al normale procedere
di molti colleghi: dopo una prima parte di carriera incerta, più apprezzato
come autore che come solista, dopo un’affermazione "fuori contesto"
nel mainstream country, è arrivato il tempo della maturità e della piena
consapevolezza dei propri mezzi. Una stagione che dura da una ventina
d’anni almeno, che ha avuto momenti più e meno ispirati, ma ha saputo
mantenere una vivacità di sguardo e ha offerto una serie intelligente
di collaborazioni (i dischi in coppia con l’amica Emmylou Harris), passando
dalle produzioni con Joe Henry a quelle con Jeff Tweedy, per il più recente
The Chicago Sessions.
Airline Highway cerca nuovi stimoli, vola dal Texas in Lousiana
e si affida alla regia musicale del giovane chitarrista Tyler Bryant,
con la registrazione nelle mani dell’esperta Trina Shoemaker. La via di
uscita è il disco più brillante di Crowell da qualche tempo a questa parte,
con un’esuberanza elettrica e quel piglio pop che non ha mai fatto difetto
alla scruittura del nostro, capace una volta di più di mescolarsi con
nuovi talenti e altri autori chiamati al suo fianco. Ci sono il Lukas
Nelson della sferragliante Rainy Days in California
in apertura di scaletta, le voci e le dolci chitarre southern delle Larkin
Poe di una Lousiana Sunshine Felling Ok dalle fragranze settantesche,
così come la spalla femminile di Ashley McBride nel singolo Taking
Flight, a contare la distanza di due amanti, nonché lo stesso Tyler
Bryant nella spumeggiante The Twenty-One Song Salute (Owed to G.G.
Shinn and Cléoma Falcon).
Nessuna foglia di fico, date retta, perché queste presenze servono a dare
quel briciolo di energia in più a Crowell, che rimane dritto in sella
e mena le danze con il suo repertorio e la sua voce, quella di un settantenne
partito da Houston per Nashville più di cinquant’anni fa e adesso approdato
a una saggezza che gli concede ampi margini di manovra. L’inconfondibile
introspezione dell’autore è fatta salva in una Something
Thang che rappresenta la quintessenza dello stile di casa,
con il Texas di Guy Clark nel cuore, per non dire di quel modo affabile
e discorsivo di affrontare sentimenti e riflessioni sul tempo che passa
in Simple (You Wouldn’t Call It Simple).
Si accennava a un approccio più rock rispetto ai precedenti capitoli e
con le chitarre di educazione "sudista" di Bryant e quelle aggiunte
in sessione di David Grissom è assai difficile tenere a freno una certa
esuberanza, anche se il fulcro sono le canzoni di Crowell, mai sovraccaricate
da eccessi: Some Kind of Woman swinga con piacere la sua classica
struttura rock blues, ricordando un po’ il Tom Petty di fine carriera,
Don’t Give Up on Me sussulta sulla
ali di un honky tonk sfrontato e poppeggiante come spesso ha saputo essere
la musica di Crowell, mentre Charlie Starr dei Blackberry Smoke affianca
il titolare nella vibrante galoppata di Heaven
Can You Help, pop rock da capogiro che in una “semplice” preghiera
laica sembra chiedere aiuto di fronte alla confusione che circonda i nostri
tempi e quelli americani di Rodney Crowell in particolar modo.
“La mia ambizione attuale è quella di essere soddisfatto del lavoro
che faccio”, afferma Crowell presentando il nuovo disco, sono arrivato
a un punto in cui si tratta sostanzialmente di divertirsi”: con inteligenza
e qualità, aggiungiamo noi, giunti in fondo ad Airline Highway.