Dancing
On the Edge del 2023 è stato l’album dell’esordio solista di Ryan
Davis, partorito dopo una lunga e travagliata gavetta, durante la
quale il nostro estroso polistrumentista del Kentucky ha portato avanti
un bel po' di progetti. Ha assemblato gli State Champion, sorta di indecifrabile
“beard rock band” (qualunque cosa voglia dire), ne ha allargato la line
up coinvolgendo ospiti di tutto riguardo (su tutti Angel Olsen e Catherine
Irwin dei Freakwater, quest’ultima oramai pedina stabile della sua squadra
di musicisti), ha fondato un’etichetta (Sophomore Lounge) ed ha messo
su (sin dal 2010) e implementato, il festival 'Cropped Out? di Lousville.
In quest’ottica, quindi, il fatto che oggi ci troviamo tra le mani, a
distanza di neppure un paio d’anni, questo New Threats From The
Soul, stessa ragione sociale e medesime linee guida del predecessore,
è ovvio che rappresenti di suo una notizia degna di un certo rilievo.
In realtà però, sia pur irrequieto di natura ed in altre faccende affaccendato,
Ryan ha sempre avuto ben saldi i cardini della sua arte e, soprattutto,
ben affilata la propria penna stravagante e istrionica, avendo dato prova
delle sue ottime qualità di scrittura anche prima dell’avvento della Roadhouse
Band. I suoi testi continuano a partorire una serie di immagini sorprendenti
ed evocative che destabilizzano e riassemblano la struttura folk delle
sue composizioni, collocandole in un sistema davvero alternativo, in un
ambito in cui il songwriting smette di essere al servizio di storie compiute
e crea invece situazioni, cartoline, sensazioni, espressioni figurate,
per le quali, in assenza di interpretazione autentica, si deve necessariamente
attingere al proprio bagaglio immaginifico.
“Pensavo di potermi costruire una vita migliore con gomme da masticare
e legni galleggianti”, una frase del genere non va spiegata, va percepita,
va colta sotto il profilo metaforico. Quali siano le “minacce provenienti
dall’anima”, tocca scoprirlo riuscendo a scrutare la strada “dal portellone
posteriore”, spostando “i frigoriferi portatili” che ostruiscono la vista.
La narrativa di Ryan è ricca, eccessiva, di difficile collocazione spazio-temporale,
quasi sempre ironica (“Mi sto affannando per trovare Cristo in tutti i
posti che mi dicono gli piacciano”; “Ora è una gara a chi piscia più forte
tra l'uomo che sono e quello che ero”) ma racchiude in sé la sua unicità
espressiva. A fronte di ciò, la cosa più sorprendente è che, invece di
essere travolta dall’opulenza e dalla potenza delle parole, la musica
si fa largo risputando in superficie ogni sillaba. In fondo è quello che
sanno fare i grandi, quelli che le storie non sanno solo raccontarle,
sanno farle vivere con le frasi e con le note musicali.
Intendiamoci, i sette lunghissimi monologhi di questo nuovo disco non
sono in assoluto dei capolavori ma ne assumono le sembianze allorquando
Ryan riesce nel piccolo miracolo di innescare trame in cui liriche e suoni
si nutrono a vicenda. Non succede con continuità ma quando accade siamo
ai livelli, con i dovuti distinguo stilistici, di un Bonnie Prince Billy
o di un Bill Callahan. Il country ad ampio raggio dell’omonimo brano d’apertura,
è già un bellissimo sentire ed è subito adeguatamente replicato, lungo
il medesimo binario, dal successivo Monte Carlo
No Limits. La voce di Ryan si fa più dissonante e gli arrangiamenti
più elaborati in Mutilation Spring.
Qui si viaggia in bilico tra le sofisticate contaminazioni del Beck di
“Sea Change”, gli orpelli british di Steve Gunn e le articolazioni seventies
del Jonathan Wilson di Fanfare. Brano superlativo. Better If
You Make Me e The Simple Joy ci conducono invece verso una
fase di “normalizzazione” ma è un gran bella normalizzazione, per quanto
sia possibile parlare di normalizzazione per uno che sostiene di essere
“vittima di bullismo da un tempo parallelo” e scrive cose del tipo:“…
ultimamente l'amore ha fatto di te e me un business”.