Quella voce,
non un dettaglio qualsiasi, e un luogo di destinazione quasi obbligato:
era scritto nel codice genetico di Mike Farris che prima o poi
dovesse finire a Muscle Shoals, Alabama, lì dove la storia della southern
music si è fatta corpo e anima tra le mura dei leggendari studi Fame.
Un tempo era il regno di Rick Hall, fondatore dell’omonima etichetta e
produttore che avrebbe diffuso il suono del Deep South alla nazione,
lì dove bianco e nero entravano in collisione abbattendo barriere e pregiudizi
e producendo la musica più eccitante della giovane America dei 60s.
Oggi a farne le veci c’è il figlio Rodney, che ha invitato Farris a fare
le valigie e attraversare il Tennessee River per scendere giù in Alabama
e dare fiato a tutta la carica interpretativa di cui è capace: The
Sound Of Muscle Shoals svela ogni cosa fin dal titolo e offre
l’opportunità all’ex voce degli Screaming Cheetah Wheelies di ribadire
il suo amore incondizionato per certe sonorità a cavallo fra tradizione
gospel, ballate country soul ed elettricità southern rock. Un punto di
arrivo di una carriera solista, esplosa con il notevole Salvation in
Lights nel 2007, che in fondo aveva sempre in mente questo approdo
e adesso lo può rivendicare con undici canzoni, nove originali e due cover,
che infiammano la passione di Farris, amplificano la potenza cataritica
del suo canto, da tempi non sospetti una delle migliori testimonianze
della contaminazione “black&white” dentro i confini dell’Americana.
Per arrivare a tutto ciò Mike Farris ha impiegato sei anni, tanto è passato
dal precedente e più raffinato episodio di Silver
& Stone, nel frattempo riunendosi con i vecchi compagni degli Screamin’
Cheetah Wheelies e forse spolverando in bacheca il Grammy vinto nel 2015
per Shine for All the People.
Era tempo insomma di riaprire i cancelli dell’anima e con una band in
gran spolvero – ben tre chitarristi nelle figure di Will McFarlane, Kelvin
Holly e Wes Sheffield, l’essenziale Clayton Ivey alle tastiere, Jimbo
Hart al basso e Justin Holder alla batteria - The Sound Of Muscle Shoals
è il suo personale trionfo, introdotto dallo shoutin’ trascinante di Ease
On e Heavy on the Humble. Soul a forte trazione rock,
chitarre bluesy e graffianti e chiesastiche voci femminili a dare conforto,
l’album è l’estensione naturale del “predicatore” Farris: the singer,
not the song, oggi più che mai in questa raccolta di bollenti spiriti
e canzoni in cui non conta tanto quello che si canta ma come lo si canta,
e basterebbe sentire cosa il nostro protagonista riesce ad estrarre per
vitalità da una canzone come Swingin’,
bellissimo e un po’ dimenticato brano di Tom Petty dall’album Echo
del 1998.
Un inno di gioia e southern soul music che bene si accompagna all’altra
cover presente, una riedizione del classico gospel degli Staples Singers,
Slow Train, che tiene agganciati
Farris e la sua banda al treno della memoria. E tra “sabati sera” e “domeniche
mattina”, come si è soliti dire in queste occasioni, The Sound Of
Muscle Shoals attraversa buio e luce, notte e giorno, peccato
e redenzione, innalzando la sua preghiera un po’ religiosa e un po’ laica,
a seconda che si presti più attenzione alle parole o al ritmo, tra il
vigore rock&soul di I’ll Come Runnin’, i fremiti swamp di Bird
in the Rain, le dolci moine country di Bright Lights
e il southern feeling liberatorio di Learning to Love.
Disco di pura gioia, “genuflesso” ai suoi eroi musicali senza timori di
sorta, come testimonia il parossismo soul alla Otis Redding che esplode
letteralmente in Before There Was You & I,
The Sound Of Muscle Shoals rappresenta non solo il culmine di una
faticosa marcia per la propria rinascita artistica e umana, quel Mike
Farris uscito anni fa dall’incubo delle dipendenze con rinnovata fede
nel gospel, ma anche la rivendicazione di un primato sul generale ritorno
a certa "sweet soul music" realizzatosi in anni recenti (da
Anderson East a Jeremie Albino fino a Marcus King, tutti talentuosi, ma
si accomodino dietro Mike e rispettino la fila, grazie).
È sempre e soltanto quella voce a ribadire un destino, quello che ha trascinato
Farris a Muscle Shoals, la strada ritrovata, quella speranzosa luce che
va cantando nel finale più che mai appropriato di Sunset Road...
We will never worry no more.