Ladies &
gentlemen, accogliamo da Philadelphia i Florry, alfieri della perduta
arte del riff di chitarra. Se c’è qualcosa di cui avvertiamo la mancanza
in questi ineffabili anni ‘20, benché nel confessarlo ci sentiamo inesorabilmente
vecchi, è un ricambio generazionale di giovani band che tengano viva la
tradizione di quel rock sgangheratamente romantico che ha Chuck Berry
e Hank Williams come numi tutelari ed Exile on Main Street come
sacro testo liturgico. Per questo, quando abbiamo ascoltato il brano che
apre questo secondo Lp dei Florry, First It Was
a Movie, Then It Was a Book, il cuore ci si è riempito di un
appagante sollievo. Sono sei minuti di deragliamento rock & roll, sorretti
da un riff stonesiano e da una ritmica che replica il caos controllato
di cui erano maestri i Faces di Ron Wood e Rod Stewart.
A dare un tocco “esotico” in grado di catturare anche l’interesse del
mondo indie, c’è la voce della cantante (e principale songwriter) della
band, Francie Medosch, un timbro da maschiaccio con venature di
cinismo e debauchery che ben sottolineano la filiazione di questo suono
da quei Settanta che sono più un luogo dell’immaginario che un decennio
del Novecento. Abbiamo insomma a che fare con un classicismo fatto di
batteria in 4/4, assoli di chitarra e massicce dosi di urletti e intercalari
come “baby” e “c’mon”. Non a caso la programmatica Hey
Baby è il brano dal passo sornione (una sorta di Beast of
Burden aggiornata) che in qualche modo ha il compito trascinare il
disco. Non manca poi qualche armonica (Neil Young sarà certo geloso dell’intro
di Waitin’ Around to Provide) nè pedal steel e violini che, soprattutto
nella seconda parte del disco, vale a dire l’ideale facciata B, fanno
scivolare le influenze dal classic rock di matrice blues verso il roots
rock della Band (Pretty Eyes Lorraine), magari filtrato da una
sensibilità alt.country (Say Your Prayers Rock suona come una outtake
dai primi dischi dei Wilco).
Insomma, i Florry arrivano con l’entusiasmo dei vent’anni a riempire un
vuoto, che, sorpresa, era percepito come tale non solo da attempati sopravvissuti
come noi (come potete immaginare, il più giovane tra i redattori di Rootshighway
è stato compagno d’asilo di Keith Richards), ma anche dai loro coetanei,
come confermano le imprevedibili e gratificanti attenzioni che stanno
offrendo al disco anche alcuni dei siti musicali cosiddetti di tendenza.
Insieme all’album di MJ Lenderman
dell’anno scorso e ai compagni di etichetta dei
Fust, un segnale di una possibile rinascita di un rock dal cuore orgogliosamente
“stradaiolo”. E non saremo certo noi, a opporci a questo ritorno di fiamma.
Anzi, speriamo che duri.