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Florry
Sounds Like...
[Dear Life Records 2025]

Sulla rete: florry.bandcamp.com

File Under: ...but I like it!


di Yuri Susanna (01/07/2025)

Ladies & gentlemen, accogliamo da Philadelphia i Florry, alfieri della perduta arte del riff di chitarra. Se c’è qualcosa di cui avvertiamo la mancanza in questi ineffabili anni ‘20, benché nel confessarlo ci sentiamo inesorabilmente vecchi, è un ricambio generazionale di giovani band che tengano viva la tradizione di quel rock sgangheratamente romantico che ha Chuck Berry e Hank Williams come numi tutelari ed Exile on Main Street come sacro testo liturgico. Per questo, quando abbiamo ascoltato il brano che apre questo secondo Lp dei Florry, First It Was a Movie, Then It Was a Book, il cuore ci si è riempito di un appagante sollievo. Sono sei minuti di deragliamento rock & roll, sorretti da un riff stonesiano e da una ritmica che replica il caos controllato di cui erano maestri i Faces di Ron Wood e Rod Stewart.

A dare un tocco “esotico” in grado di catturare anche l’interesse del mondo indie, c’è la voce della cantante (e principale songwriter) della band, Francie Medosch, un timbro da maschiaccio con venature di cinismo e debauchery che ben sottolineano la filiazione di questo suono da quei Settanta che sono più un luogo dell’immaginario che un decennio del Novecento. Abbiamo insomma a che fare con un classicismo fatto di batteria in 4/4, assoli di chitarra e massicce dosi di urletti e intercalari come “baby” e “c’mon”. Non a caso la programmatica Hey Baby è il brano dal passo sornione (una sorta di Beast of Burden aggiornata) che in qualche modo ha il compito trascinare il disco. Non manca poi qualche armonica (Neil Young sarà certo geloso dell’intro di Waitin’ Around to Provide) nè pedal steel e violini che, soprattutto nella seconda parte del disco, vale a dire l’ideale facciata B, fanno scivolare le influenze dal classic rock di matrice blues verso il roots rock della Band (Pretty Eyes Lorraine), magari filtrato da una sensibilità alt.country (Say Your Prayers Rock suona come una outtake dai primi dischi dei Wilco).

Insomma, i Florry arrivano con l’entusiasmo dei vent’anni a riempire un vuoto, che, sorpresa, era percepito come tale non solo da attempati sopravvissuti come noi (come potete immaginare, il più giovane tra i redattori di Rootshighway è stato compagno d’asilo di Keith Richards), ma anche dai loro coetanei, come confermano le imprevedibili e gratificanti attenzioni che stanno offrendo al disco anche alcuni dei siti musicali cosiddetti di tendenza. Insieme all’album di MJ Lenderman dell’anno scorso e ai compagni di etichetta dei Fust, un segnale di una possibile rinascita di un rock dal cuore orgogliosamente “stradaiolo”. E non saremo certo noi, a opporci a questo ritorno di fiamma. Anzi, speriamo che duri.




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