Di base a
Durham, North Carolina, nella regione collinare cosiddetta del Piedmont,
ma con radici che si diramano fra la confinante Virginia e la catena dei
monti Appalachi, i Fust sono il prodotto locale di un rock indipendente
americano che non smette di trarre ispirazione dalla marginalità dei suoi
luoghi geografici e umani. Un angolo di paese spesso isolato, comunità
“provinciali” erose nei loro sentimenti (e condizioni sociali), che sappiamo
quanto hanno saputo offrire all’immaginario sonoro dagli anni Novanta
in poi.
Proprio a quella stagione sembra agganciarsi il songwriting e il gesto
musicale di Aaron Dowdy, voce e principale autore attorno al quale si
coalizza un collettivo di sette musicisti che hanno iniziato a frequentarsi
tra il 2019 e il 2021, dando alle stampe l’esordio Evil Joy, frutto
di sporadiche sessioni di registrazione, seguito dal più strutturato Genevieve
del 2023, disco che ha garantito al gruppo le prime importanti segnalazioni
sulle testate web, da Pitchfork a Paste, e dal qui presente Big
Ugly, album della possibile “consacrazione”. Prodotto ancora una
volta sotto la guida di Alex Farrar, il cui lavoro al fianco di affermate
realtà locali come Wednesday e MJ Lenderman crea un'immediata corrispondenza
con quella sensibilità indie-rock riemersa in questi anni, Big Ugly
- il cui titolo deriva da un'area della Virginia occidentale situata attorno
a un affluente del fiume Guyandotte, chiamato così per il tortuoso ruscello
"Big Ugly" che lo attraversa - si rivela uno studio minuzioso su pregi
e difetti degli abitanti di un Sud sempre travolto dalle sue contraddizioni,
al quale Dowdy dedica canzoni dal carattere nostalgico e accorato, ma
anche capaci di osservare il presente attraverso l’eredità del passato.
La prospettiva è quella di un osservatore della terra natale in cui è
cresciuto, mediando fra il dovuto trasporto e l’essenziale distacco, celebrando
una “vita americana” di provincia e dandogli una forma estetica e sonora.
Lo aiutano nell’impresa gli stessi Fust, dai quali emergono le chitarre
di John Wallace e Justin Morris (anche pedal steel), il piano di Frank
Meadows, il violino di Libby Rodenbough, cui si aggiugono i contributi
dello stesso produttore Farrar e degli ospiti Dave Hartley (War on Drugs)
e John James Tourville (Deslondes). E il suono rurale ed elettrico al
tempo stesso che generano i Fust si colloca così tra lo slancio heartland
rock dell’apertura con Spangled e
di una Mountain Language che possiede
la grana “sudista” dei migliori Drive-By Truckers, e quell’agrodolce emotività
tipica del celebrato alternative country che fu, specialmente in Doghole
o nella fluttuante letargia di Sister.
Gli echi sono quelli potenti della vecchia guardia del genere e sarà facile
allora tirare in ballo i padri putativi, dai Son Volt ai Jayhakws, dai
misconosciuti Great Lake Swimmers ai Magnolia Electric Co. di Jason Molina,
che fanno tutti da chioccia in Jody, nell’indolenza country folk
di What’s His Name e nel toccante
finale di una disvelatrice Heart Song,
ma i Fust appaiono come la coda di un fenomeno musicale carsico
che non è mai scomparso del tutto e che grazie anche alla recente affermazione
del conterraneo MJ Lenderman, pare avere ritrovato uno sbocco per riaffiorare
in superficie, con tutto lo struggimento elettrico espresso da brani quali
Gateleg e la contenuta esplosività alternative rock di Goat
House Blues.
Giocherà senz’altro un ruolo una certa nostalgia sonora, non lo neghiamo,
ma le storie e i personaggi incastonati tra veridicità e finzione di Big
Ugly mostrano il retaggio della narrativa che fu dei maestri Sherwood
Anderson e William Faulkner e la desolata brillantezza di una musica che
appartiene ai testimoni più sensibili di questo eterno racconto americano.