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Fust
Big Ugly
[Dear Life Records 2025]

Sulla rete: fust.bandcamp.com

File Under: new wave of alt-country


di Fabio Cerbone (01/06/2025)

Di base a Durham, North Carolina, nella regione collinare cosiddetta del Piedmont, ma con radici che si diramano fra la confinante Virginia e la catena dei monti Appalachi, i Fust sono il prodotto locale di un rock indipendente americano che non smette di trarre ispirazione dalla marginalità dei suoi luoghi geografici e umani. Un angolo di paese spesso isolato, comunità “provinciali” erose nei loro sentimenti (e condizioni sociali), che sappiamo quanto hanno saputo offrire all’immaginario sonoro dagli anni Novanta in poi.

Proprio a quella stagione sembra agganciarsi il songwriting e il gesto musicale di Aaron Dowdy, voce e principale autore attorno al quale si coalizza un collettivo di sette musicisti che hanno iniziato a frequentarsi tra il 2019 e il 2021, dando alle stampe l’esordio Evil Joy, frutto di sporadiche sessioni di registrazione, seguito dal più strutturato Genevieve del 2023, disco che ha garantito al gruppo le prime importanti segnalazioni sulle testate web, da Pitchfork a Paste, e dal qui presente Big Ugly, album della possibile “consacrazione”. Prodotto ancora una volta sotto la guida di Alex Farrar, il cui lavoro al fianco di affermate realtà locali come Wednesday e MJ Lenderman crea un'immediata corrispondenza con quella sensibilità indie-rock riemersa in questi anni, Big Ugly - il cui titolo deriva da un'area della Virginia occidentale situata attorno a un affluente del fiume Guyandotte, chiamato così per il tortuoso ruscello "Big Ugly" che lo attraversa - si rivela uno studio minuzioso su pregi e difetti degli abitanti di un Sud sempre travolto dalle sue contraddizioni, al quale Dowdy dedica canzoni dal carattere nostalgico e accorato, ma anche capaci di osservare il presente attraverso l’eredità del passato.

La prospettiva è quella di un osservatore della terra natale in cui è cresciuto, mediando fra il dovuto trasporto e l’essenziale distacco, celebrando una “vita americana” di provincia e dandogli una forma estetica e sonora. Lo aiutano nell’impresa gli stessi Fust, dai quali emergono le chitarre di John Wallace e Justin Morris (anche pedal steel), il piano di Frank Meadows, il violino di Libby Rodenbough, cui si aggiugono i contributi dello stesso produttore Farrar e degli ospiti Dave Hartley (War on Drugs) e John James Tourville (Deslondes). E il suono rurale ed elettrico al tempo stesso che generano i Fust si colloca così tra lo slancio heartland rock dell’apertura con Spangled e di una Mountain Language che possiede la grana “sudista” dei migliori Drive-By Truckers, e quell’agrodolce emotività tipica del celebrato alternative country che fu, specialmente in Doghole o nella fluttuante letargia di Sister.

Gli echi sono quelli potenti della vecchia guardia del genere e sarà facile allora tirare in ballo i padri putativi, dai Son Volt ai Jayhakws, dai misconosciuti Great Lake Swimmers ai Magnolia Electric Co. di Jason Molina, che fanno tutti da chioccia in Jody, nell’indolenza country folk di What’s His Name e nel toccante finale di una disvelatrice Heart Song, ma i Fust appaiono come la coda di un fenomeno musicale carsico che non è mai scomparso del tutto e che grazie anche alla recente affermazione del conterraneo MJ Lenderman, pare avere ritrovato uno sbocco per riaffiorare in superficie, con tutto lo struggimento elettrico espresso da brani quali Gateleg e la contenuta esplosività alternative rock di Goat House Blues.

Giocherà senz’altro un ruolo una certa nostalgia sonora, non lo neghiamo, ma le storie e i personaggi incastonati tra veridicità e finzione di Big Ugly mostrano il retaggio della narrativa che fu dei maestri Sherwood Anderson e William Faulkner e la desolata brillantezza di una musica che appartiene ai testimoni più sensibili di questo eterno racconto americano.




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