Si può arrivare
al totale disfacimento della propria vita, trovare la forza di rinascere
iniziando una lenta ricostruzione e poi, guardandosi indietro, riuscire
a riconsiderare positivamente tutta la sofferenza, giudicandola necessaria
per il proprio cambiamento? Patty Griffin con il suo nuovo lavoro,
Crown Of Roses, sussurra - con la grazia che da sempre
la contraddistingue - il suo: “Io ce l’ho fatta”. Il disco – di appena
otto brani - scava nel profondo, tra legami familiari, l’eredità della
memoria e il desiderio, più che mai urgente, di “uscire dal pantano” delle
vecchie “storie” che si era raccontata troppo a lungo finendo per crederci.
Il titolo evoca sia la bellezza che il dolore: la rosa pur coi suoi petali
vellutati e i suoi colori, ha comunque un gambo pieno di spine, e questo
album – prodotto dall’amico di lunga data Craig Ross – è il frutto di
una lunga “fioritura interiore”, tutta vissuta sul filo di questa dicotomia.
La cantautrice da anni di casa a Austin, che ha prevalentemente avuto
un sound folk, attraversa stavolta anche altri territori come il gospel
(stile a cui aveva dedicato il bellissimo Dowtown
Church) o il blues, come in I Know Why. La voce, segnata dalla
battaglia contro il cancro, è ora più fragile, ma non per questo meno
affascinante e in tale vulnerabilità ritrovata c’è la chiave emotiva dell’album.
Fulcro narrativo è il rapporto con la madre Lorraine, amata e temuta,
con cui Patty ha finalmente ricucito i fili durante gli ultimi anni di
vita. Se Sweet Lorraine, nel 1996, ne raccontava con durezza l’infanzia
travagliata, oggi è la splendida Way Up To The
Sky – ballata solo voce e chitarra – a rileggerne la figura
con maggior compassione. Purtroppo, la mamma non l’ha mai ascoltata perché
è morta a febbraio, a 93 anni.
Due episodi, la malinconica Born in a Cage e All the Way Home,
esplorano il senso di perdita e trasformazione, tra paesaggi interiori
ed esterni che mutano, mentre in Long Time,
con ai cori Robert Plant (con il quale ebbe una relazione, poi finita),
la memoria diventa una sorta di ossessione, percepibile anche dalla complessa
melodia, quasi ipnotica. La pandemia ha rallentato la sua creatività,
ma le ha permesso anche di liberarsi da antichi automatismi, tanto che
Crown of Roses è il primo album in cui non cerca più di decifrare
l’universo maschile, ma è rivolto alle donne, alle loro storie e alla
loro capacità di resistere.
Crown Of Roses è stato realizzato con pochi strumenti, ma
con molta classe, e la scelta di Patty Griffin, in diversi brani, di lasciare
suonare la chitarra a David Pulkingham le ha permesso di concentrarsi
sulla voce e scoprire nuove possibilità nel suo modo di cantare. In una
recente intervista ha dichiarato: “Tutto è crollato…e questo è stato un
bene” e dobbiamo crederle perché ci ha regalato il suo disco più intimo,
che mostra i segni di chi ha superato ogni tempesta senza farsi travolgere.
Lasciatevi trasportare da A Word,
la sua dolce carezza finale, e capirete tutto.