Gli ultimi
due anni sono stati un crescendo di consensi per Jason Isbell,
la consacrazione di un songwriter cha ha saputo raccogliere il testimone
della canzone rock d’autore più classica e l’ha portata a contatto con
la generazione dell’Americana di oggi. Il talento lo conosciamo, lo abbiamo
sottolineato più volte, gli abbiamo anche mosso qualche critica quando
è stato necessario, durante qualche passaggio un po’ appannato al fianco
dei suoi fedelissimi 400 Unit, la band che ha forgiato il sound degli
ultimi anni. Di fronte alla ripresa artistica innegabile di Weathervanes,
il disco che ha portato in dote due Grammy nel 2024, come 'Best Americana
Album' e 'Best Ameircana Song' (Cast Iron Skillet), non c’è stato
molto da eccepire, così come davanti alla celebrazione dal vivo del secondo
volume di Live
at The Ryman, ideale compendio di una carriera e di un suono sviluppato
al fianco del gruppo, lì dove le canzoni sprigionavano tutta la loro vitalità
elettrica e al tempo stesso la tenuta e la densità della scrittura di
Isbell.
Nel frattempo però ci sono state anche le cadute, mai nascoste a dire
il vero da Jason: la fine del matrimonio con Amanda Shires, compagna e
a sua volta musicista nella stessa formazione dei 400 Unit (violinista
e cantante, anche con una importante carriera solista al proprio attivo),
nonché i fantasmi dell’alcolismo, che hanno accompagnato per diverso tempo
Isbell, portandolo a una dura battaglia di liberazione dalla dipendenza.
Luci e ombre che hanno alimentato, come spesso accade, l’ispirazione dell’autore,
bisognoso di trovare nelle canzoni una sorta di catarsi personale. Al
culmune dunque di questo ottovolante di emozioni, a cui andrebbe aggiunta
anche la sua parallela attitività di attore (dalla partecipazione al ben
noto film di Scorsese, Killers of the Flower Moon, all’imminente
uscita di One Spoon of Chocolate del rapper RZA), Isbell ha cercato
riparo in una manciata di brani acustici, registrando in solitaria undici
ballate dal tono country folk confessionale, avvisaglia di un breve tour
questa primavera che avrà come titolo "An Intimate Evening with Jason
Isbell".
Cinque giorni negli storici Electric Lady Studios di New York, la sola
produttrice e amica Gena Johnson ad affiancarlo, e come compagnia artistica
il modello di Martin 0-17 color mogano del 1940. È tutto qui il canovaccio
di Foxes in the Snow, disco “radicale” e in qualche modo
espressione di una reazione contraria all’esplosione di elettricità con
i 400 Unit, di fatto il primo “album solista” di Jason Isbell da una decina
di anni a questa parte. Non chiamatelo però il suo Nebraska, anche
perché i toni non sono altrettanto cupi e spietati, semmai il suo angolo
di riposo, lì dove già le riflessioni sulla mortalità e la solitudine
di Bury Me, con l’immaginario western
rievocato nel testo, dettano il tono dell’intera operazione.
Spoglio, essenziale, ma non per questo improvvisato o peggio incompleto,
Foxes in the Snow vive dell’intensità dell’interprete, della stretta
simbiosi tra voce (incantevole come sempre nella sua chiarezza) e testo
(Crimson and the Clay e Good While It Lasted tra le più
significative in tal senso, anche per i tratti autobiografici) ma anche
della purezza dell’esecuzione alla chitarra, che libera gli intrecci rootsy
di Ride to Robert’s, esalta le candide
melodie di Eileen, Open and Close e Wind Behind the Rain,
si compiace persino dell’ingenuità di Don’t Be Tough, filastrocca
che racchiude una piccola lezione per affrontare le insidie della vita
quotidiana.
Abbracciato agli accordi acustici della Martin di Jason Isbell,
l’album rappresenta la prova del nove di ogni songwriter, nudo e crudo
e senza elementi di disturbo attorno a sé: non è semplice reggersi su
queste gambe, lo sapppiamo per esperienza di ascolto, può risultare addirittura
presuntuoso, ma non è il caso di Foxes in the Snow, magari cominciando
proprio dal picking in tonalità minore dell’omonima canzone, love song
dalle diverse letture che potrebbe persino passare per un vecchio country
blues uscito dal canzoniere del maestro Doc Watson.