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Jason Isbell
Foxes in the Snow
[Southeastern/ Goodfellas 2025]

Sulla rete: jasonisbell.com

File Under: a man and his guitar


di Fabio Cerbone (01/03/2025)

Gli ultimi due anni sono stati un crescendo di consensi per Jason Isbell, la consacrazione di un songwriter cha ha saputo raccogliere il testimone della canzone rock d’autore più classica e l’ha portata a contatto con la generazione dell’Americana di oggi. Il talento lo conosciamo, lo abbiamo sottolineato più volte, gli abbiamo anche mosso qualche critica quando è stato necessario, durante qualche passaggio un po’ appannato al fianco dei suoi fedelissimi 400 Unit, la band che ha forgiato il sound degli ultimi anni. Di fronte alla ripresa artistica innegabile di Weathervanes, il disco che ha portato in dote due Grammy nel 2024, come 'Best Americana Album' e 'Best Ameircana Song' (Cast Iron Skillet), non c’è stato molto da eccepire, così come davanti alla celebrazione dal vivo del secondo volume di Live at The Ryman, ideale compendio di una carriera e di un suono sviluppato al fianco del gruppo, lì dove le canzoni sprigionavano tutta la loro vitalità elettrica e al tempo stesso la tenuta e la densità della scrittura di Isbell.

Nel frattempo però ci sono state anche le cadute, mai nascoste a dire il vero da Jason: la fine del matrimonio con Amanda Shires, compagna e a sua volta musicista nella stessa formazione dei 400 Unit (violinista e cantante, anche con una importante carriera solista al proprio attivo), nonché i fantasmi dell’alcolismo, che hanno accompagnato per diverso tempo Isbell, portandolo a una dura battaglia di liberazione dalla dipendenza. Luci e ombre che hanno alimentato, come spesso accade, l’ispirazione dell’autore, bisognoso di trovare nelle canzoni una sorta di catarsi personale. Al culmune dunque di questo ottovolante di emozioni, a cui andrebbe aggiunta anche la sua parallela attitività di attore (dalla partecipazione al ben noto film di Scorsese, Killers of the Flower Moon, all’imminente uscita di One Spoon of Chocolate del rapper RZA), Isbell ha cercato riparo in una manciata di brani acustici, registrando in solitaria undici ballate dal tono country folk confessionale, avvisaglia di un breve tour questa primavera che avrà come titolo "An Intimate Evening with Jason Isbell".

Cinque giorni negli storici Electric Lady Studios di New York, la sola produttrice e amica Gena Johnson ad affiancarlo, e come compagnia artistica il modello di Martin 0-17 color mogano del 1940. È tutto qui il canovaccio di Foxes in the Snow, disco “radicale” e in qualche modo espressione di una reazione contraria all’esplosione di elettricità con i 400 Unit, di fatto il primo “album solista” di Jason Isbell da una decina di anni a questa parte. Non chiamatelo però il suo Nebraska, anche perché i toni non sono altrettanto cupi e spietati, semmai il suo angolo di riposo, lì dove già le riflessioni sulla mortalità e la solitudine di Bury Me, con l’immaginario western rievocato nel testo, dettano il tono dell’intera operazione.

Spoglio, essenziale, ma non per questo improvvisato o peggio incompleto, Foxes in the Snow vive dell’intensità dell’interprete, della stretta simbiosi tra voce (incantevole come sempre nella sua chiarezza) e testo (Crimson and the Clay e Good While It Lasted tra le più significative in tal senso, anche per i tratti autobiografici) ma anche della purezza dell’esecuzione alla chitarra, che libera gli intrecci rootsy di Ride to Robert’s, esalta le candide melodie di Eileen, Open and Close e Wind Behind the Rain, si compiace persino dell’ingenuità di Don’t Be Tough, filastrocca che racchiude una piccola lezione per affrontare le insidie della vita quotidiana.

Abbracciato agli accordi acustici della Martin di Jason Isbell, l’album rappresenta la prova del nove di ogni songwriter, nudo e crudo e senza elementi di disturbo attorno a sé: non è semplice reggersi su queste gambe, lo sapppiamo per esperienza di ascolto, può risultare addirittura presuntuoso, ma non è il caso di Foxes in the Snow, magari cominciando proprio dal picking in tonalità minore dell’omonima canzone, love song dalle diverse letture che potrebbe persino passare per un vecchio country blues uscito dal canzoniere del maestro Doc Watson.




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