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Valerie June
Owls, Omens, and Oracles
[Concord records 2025]

Sulla rete: valeriejune.com

File Under: joyful soul


di Fabio Cerbone (01/05/2025)

Una dichiarazione di libertà e un atteggiamento positivo di fronte alle insidie dell’esistenza accompagnano l’inno di Joy, Joy!, sorta di moderno gospel trasfigurato in chiave garage rock che apre con furore il sesto album di studio di Valerie June. È una celebrazione della vitalità, dell’amore, della coesistenza verso una visione possibile del mondo, proprio adesso che ci sembra avvolto da un ammasso di nuvole nere e minacciose. È anche la dimostrazione di come la musicista del Tennessee sia riuscita per l’ennesima volta a cambiare pelle, restando comunque fedele alle sue origini: la storia delle black music pulsa in queste nuove canzoni senza rinnegare il punto di partenza dell’autrice, la sua austera formazione folk blues, che nel tempo si è aperta via via a viaggi più astrali, fino a giungere alle stratificazioni sonore del precedente The Moon and Stars: Prescriptions for Dreamers, ad oggi il disco più ambiziozo della sua carriera.

In una specie di reazione contraria, ma facendo al tempo stesso tesoro delle conquiste ottenute, Owls, Omens and Oracles torna a una certa concretezza, riflessa dalle trame soul, dai colori accesi della tradizione di New orleans, dalle vampe pop delle melodie che richiamano certa Motown e gruppi vocali femminili dei sixties, in un patchwork musicale che in stretta simbiosi con il produttore M Ward finisce per assumere la forma dell’album più compiuto e stimolante dell’intera produzione della June. Chi se lo aspettava guardando in retrospettiva gli esordi indipendenti o il più rurale approccio di Pushin' Against a Stone, lavoro discografico che ne rivelò talento e voce. Già, la voce, quel timbro unico, un po’ spiazzante e lontano in fondo dalla canonica impostazione di una “soul queen” quale Valerie non è mai voluta essere, nonostante i sui incontri artistici con Carla Thomas o Mavis Staples. È proprio durante le session per la registrazione del disco di quest’ultuma, Living on a High Note del 2016, che è nata l’amicizia artistica con M Ward, allora produttore proprio della Staples e adesso al timone di Owls, Omens and Oracles.

La visione sonora di quest'ultimo si percepisce forte e chiara, in quel restare magicamente in equilibrio fra antico e moderno, come d’altronde è capitato di constatatre anche nei suoi lavori solisti, solleticando la nostalgia senza abbracciarla ciecamente nelle gioiose partiture di All I Really Want to Do o Love Me Any Ole Way, con la sezione fiati arrangiata da Nate Walcott e la sezione ritmica affidata al basso di Kaveh Rastegar (John Legend, Beck) e alla batteria di Steven Hodges (Tom Waits). E così, spronando se stessa e noi ascoltatori ad apririci alla bellezza del mondo, nonostante tutte le sue brutture, Valerie June innalza il suo personale “gospel” innervato sia di riverberi indie rock che di passione black con Endless Tree e Inside Me, prima di infilarsi fra le carezze di Trust the Path e rievocare gli spiriti antichi di re e regine del southern soul in Changed.

Le presenze, discrete, di Blind Boys of Alabama e Norah Jones convalidano l’impressione di questo controcanto continuo fra tradizione e presente, e dunque non stonano affatto neppure i beat elettronici di Superpower, anche se il cuore di Owls, Omens and Oracles è troppo innodico e radicato nella storia personale di Valerie June per non abbandonarsi alla purezza del canto a capella di Calling My Spirit. È l’annuncio di una parte finale dove l’album si acquieta e sembra cercare l’armonia dopo l’estasi, tra il banjo che conduce la dolce, antica melodia di My Life is a Country Song e la celestiale tromba che lusinga e accompagna per mano il saluto folk&soul di Love and Let Go. È il termine di un altro viaggio astrale a bordo dell'astronave soul di Valerie June.




<Credits>