Una dichiarazione
di libertà e un atteggiamento positivo di fronte alle insidie dell’esistenza
accompagnano l’inno di Joy, Joy!, sorta di moderno gospel trasfigurato
in chiave garage rock che apre con furore il sesto album di studio di
Valerie June. È una celebrazione della vitalità, dell’amore, della
coesistenza verso una visione possibile del mondo, proprio adesso che
ci sembra avvolto da un ammasso di nuvole nere e minacciose. È anche la
dimostrazione di come la musicista del Tennessee sia riuscita per l’ennesima
volta a cambiare pelle, restando comunque fedele alle sue origini: la
storia delle black music pulsa in queste nuove canzoni senza rinnegare
il punto di partenza dell’autrice, la sua austera formazione folk blues,
che nel tempo si è aperta via via a viaggi più astrali, fino a giungere
alle stratificazioni sonore del precedente The
Moon and Stars: Prescriptions for Dreamers, ad oggi il disco più ambiziozo
della sua carriera.
In una specie di reazione contraria, ma facendo al tempo stesso tesoro
delle conquiste ottenute, Owls, Omens and Oracles torna
a una certa concretezza, riflessa dalle trame soul, dai colori accesi
della tradizione di New orleans, dalle vampe pop delle melodie che richiamano
certa Motown e gruppi vocali femminili dei sixties, in un patchwork musicale
che in stretta simbiosi con il produttore M Ward finisce per assumere
la forma dell’album più compiuto e stimolante dell’intera produzione della
June. Chi se lo aspettava guardando in retrospettiva gli esordi indipendenti
o il più rurale approccio di Pushin' Against a Stone, lavoro discografico
che ne rivelò talento e voce. Già, la voce, quel timbro unico, un po’
spiazzante e lontano in fondo dalla canonica impostazione di una “soul
queen” quale Valerie non è mai voluta essere, nonostante i sui incontri
artistici con Carla Thomas o Mavis Staples. È proprio durante le session
per la registrazione del disco di quest’ultuma, Living on a High Note
del 2016, che è nata l’amicizia artistica con M Ward, allora produttore
proprio della Staples e adesso al timone di Owls, Omens and Oracles.
La visione sonora di quest'ultimo si percepisce forte e chiara, in quel
restare magicamente in equilibrio fra antico e moderno, come d’altronde
è capitato di constatatre anche nei suoi lavori solisti, solleticando
la nostalgia senza abbracciarla ciecamente nelle gioiose partiture di
All I Really Want to Do o Love
Me Any Ole Way, con la sezione fiati arrangiata da Nate Walcott
e la sezione ritmica affidata al basso di Kaveh Rastegar (John Legend,
Beck) e alla batteria di Steven Hodges (Tom Waits). E così, spronando
se stessa e noi ascoltatori ad apririci alla bellezza del mondo, nonostante
tutte le sue brutture, Valerie June innalza il suo personale “gospel”
innervato sia di riverberi indie rock che di passione black con Endless
Tree e Inside Me, prima di infilarsi fra le carezze di Trust
the Path e rievocare gli spiriti antichi di re e regine del
southern soul in Changed.
Le presenze, discrete, di Blind Boys of Alabama e Norah Jones convalidano
l’impressione di questo controcanto continuo fra tradizione e presente,
e dunque non stonano affatto neppure i beat elettronici di Superpower,
anche se il cuore di Owls, Omens and Oracles è troppo innodico e radicato
nella storia personale di Valerie June per non abbandonarsi alla purezza
del canto a capella di Calling My Spirit. È l’annuncio di una parte
finale dove l’album si acquieta e sembra cercare l’armonia dopo l’estasi,
tra il banjo che conduce la dolce, antica melodia di
My Life is a Country Song e la celestiale tromba che lusinga
e accompagna per mano il saluto folk&soul di Love and Let Go. È
il termine di un altro viaggio astrale a bordo dell'astronave soul di
Valerie June.