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volte occorre tempo perché un autore riesca a padroneggiare il suo stesso
talento, qualcuno passa una vita intera non riuscendoci affatto, altri
lo afferrano soltanto a tratti, insicuri della presa, alcuni sembrano
invece averlo chiaro davanti a sé fin dal primo istante. Sono circa vent’anni
che il californiano Cass McCombs è indiscutibilmente uno dei nomi
più stimati del contemporaneo cantautorato di formazione “indie”, tutto
quell’universo, un tempo sulla cresta dell’onda e oggi forse diventato
terreno di caccia per pochi appassionati, che al confine tra canzone pop
d’autore, ricerca e sperimentazione indie rock e vignette folk ha saputo
raccontare i sentimenti di una generazione.
Nel caso di McCombs con una cifra letteraria e un gusto per i dettagli
innegabili, che lo hanno portato a registrare una dozzina di album sempre
accolti con interesse, quando non da vero entusiasmo. Ha inciso per etichette
prestigiose come 4AD, Anti e oggi Domino, ha lavorato con produttori come
Rob Schnapf e Ariel Rechtshaid, ha collaborato con musicisti di qualità,
eppure si è fermato sempre un passo prima di quella affermazione definitiva
che lui quasi schivava per pudore, preferendo cambi e svolte, offrendo
dischi che vagavano tra grandi canzoni e momenti sfuggenti, senza mai
blandire però l’ascoltatore, semmai spingendolo a un impegno ulteriore
per raggiungere l’essenza delle canzoni. Era capitato di sottolinearlo
anche su queste pagine a più riprese, dal recente Heartmind
per risalire al passato remoto di Big
Wheel and Others e Humor Risk.
Forse il momento della sintesi, o della maturità se preferite, è giunto
con la pubblicazione di Interior Live Oak, raccolta ambiziosa
nella lunghezza (sedici brani e struttura da album doppio), sedici brani
che mantengono tuttavia un’intensità emotiva che McCombs aveva soltanto
sfiorato in passato con tale lucidità compositiva. Dalle movenze sinuose
e un po’ settantesche di Priestess
alla spiazzante chiusura della stessa Interior
Live Oak, ramingo boogie rock dalla carica acidula e psichedelica,
tutta l’operazione di Cass McCombs è volta ad accostare il suo songwriting
a momenti onirici, intrecciando racconti in prima persona, personaggi
immaginari, storie dal sapore un po’ mitologico, soprattutto dandogli
una veste sonora che procede per cadenze circolari, in apparenza spoglie
e invece ad ogni ascolto rivelatrici di sfumature inedite.
È appropriata una volta tanto la descrizione che il comunicato stampa
utilizza per presentare Interior Live Oak: un amico del musicista
lo ha descritto come il sole rispetto agli altri pianeti, che sarebbero
poi gli album pubblicati fin qui. Suggestivo, così come il volteggiare
delle melodia di Peace, un gioiellio
di brezza indie folk e candore pop che trova anche un riff di chitarra
con vaghi sentori afro-blues, oppure la garbata struttura rootsy di Missionary
Bell, prima che il lento ribollire delle chitarre di Miss Mabee
ci conduca su visioni più urbane e la dolce malinconia di Van
Wyck Expressway rievochi l’incantesimo del compianto Elliott
Smith.
Ecco, dovessimo proprio immaginare un paio di “maestri” che hanno fatto
(consapevolmente o meno non lo sappiamo) da bussola artistica in questo
Interior Live Oak - inciso tra la California e New York con la partecipazione
di fidati amici dell’autore come Jason Quever (Papercuts), Chris Cohen,
Matt Sweeney e Mike Bones - sarebbero proprio il citato Smith e il Lou
Reed più romantico e in chiaroscuro delle ballate degli anni Settanta:
gustatevi nel caso i sapori “velvettiani” di
I'm Not Ashamed, quelli più incalzanti e metropolitani di Asphodel
(fra i testi migliori) o ancora il crooning di una Strawberry Moon
che potrebbe uscire dalle session di Coney Island Baby.
E in tutto questo gioco di luci e ombre che attraversa il disco, fatto
di piccole rivelazioni e melodie quasi nascoste alla vista, non abbiamo
ancora accennato, arrivati in fondo a questa recensione, del vagabondare
western di Who Removed The Cellar Door?, della circolarità straniante
di Lola Montez Danced The Spider Dance, del magnetismo tutto “newyorchese”
di Juvenile. Manca persino qualcosa all’appello, d’altronde Interior
Live Oak è davvero generoso in fatto di canzoni, e mai come in
questo caso lascia la sensazione di non averne sprecata neppure una.