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Cass McCombs
Interior Live Oak
[Domino recordings 2025]

Sulla rete: cassmccombs.com

File Under: maturità interiore


di Fabio Cerbone (01/09/2025)

A volte occorre tempo perché un autore riesca a padroneggiare il suo stesso talento, qualcuno passa una vita intera non riuscendoci affatto, altri lo afferrano soltanto a tratti, insicuri della presa, alcuni sembrano invece averlo chiaro davanti a sé fin dal primo istante. Sono circa vent’anni che il californiano Cass McCombs è indiscutibilmente uno dei nomi più stimati del contemporaneo cantautorato di formazione “indie”, tutto quell’universo, un tempo sulla cresta dell’onda e oggi forse diventato terreno di caccia per pochi appassionati, che al confine tra canzone pop d’autore, ricerca e sperimentazione indie rock e vignette folk ha saputo raccontare i sentimenti di una generazione.

Nel caso di McCombs con una cifra letteraria e un gusto per i dettagli innegabili, che lo hanno portato a registrare una dozzina di album sempre accolti con interesse, quando non da vero entusiasmo. Ha inciso per etichette prestigiose come 4AD, Anti e oggi Domino, ha lavorato con produttori come Rob Schnapf e Ariel Rechtshaid, ha collaborato con musicisti di qualità, eppure si è fermato sempre un passo prima di quella affermazione definitiva che lui quasi schivava per pudore, preferendo cambi e svolte, offrendo dischi che vagavano tra grandi canzoni e momenti sfuggenti, senza mai blandire però l’ascoltatore, semmai spingendolo a un impegno ulteriore per raggiungere l’essenza delle canzoni. Era capitato di sottolinearlo anche su queste pagine a più riprese, dal recente Heartmind per risalire al passato remoto di Big Wheel and Others e Humor Risk.

Forse il momento della sintesi, o della maturità se preferite, è giunto con la pubblicazione di Interior Live Oak, raccolta ambiziosa nella lunghezza (sedici brani e struttura da album doppio), sedici brani che mantengono tuttavia un’intensità emotiva che McCombs aveva soltanto sfiorato in passato con tale lucidità compositiva. Dalle movenze sinuose e un po’ settantesche di Priestess alla spiazzante chiusura della stessa Interior Live Oak, ramingo boogie rock dalla carica acidula e psichedelica, tutta l’operazione di Cass McCombs è volta ad accostare il suo songwriting a momenti onirici, intrecciando racconti in prima persona, personaggi immaginari, storie dal sapore un po’ mitologico, soprattutto dandogli una veste sonora che procede per cadenze circolari, in apparenza spoglie e invece ad ogni ascolto rivelatrici di sfumature inedite.

È appropriata una volta tanto la descrizione che il comunicato stampa utilizza per presentare Interior Live Oak: un amico del musicista lo ha descritto come il sole rispetto agli altri pianeti, che sarebbero poi gli album pubblicati fin qui. Suggestivo, così come il volteggiare delle melodia di Peace, un gioiellio di brezza indie folk e candore pop che trova anche un riff di chitarra con vaghi sentori afro-blues, oppure la garbata struttura rootsy di Missionary Bell, prima che il lento ribollire delle chitarre di Miss Mabee ci conduca su visioni più urbane e la dolce malinconia di Van Wyck Expressway rievochi l’incantesimo del compianto Elliott Smith.

Ecco, dovessimo proprio immaginare un paio di “maestri” che hanno fatto (consapevolmente o meno non lo sappiamo) da bussola artistica in questo Interior Live Oak - inciso tra la California e New York con la partecipazione di fidati amici dell’autore come Jason Quever (Papercuts), Chris Cohen, Matt Sweeney e Mike Bones - sarebbero proprio il citato Smith e il Lou Reed più romantico e in chiaroscuro delle ballate degli anni Settanta: gustatevi nel caso i sapori “velvettiani” di I'm Not Ashamed, quelli più incalzanti e metropolitani di Asphodel (fra i testi migliori) o ancora il crooning di una Strawberry Moon che potrebbe uscire dalle session di Coney Island Baby.

E in tutto questo gioco di luci e ombre che attraversa il disco, fatto di piccole rivelazioni e melodie quasi nascoste alla vista, non abbiamo ancora accennato, arrivati in fondo a questa recensione, del vagabondare western di Who Removed The Cellar Door?, della circolarità straniante di Lola Montez Danced The Spider Dance, del magnetismo tutto “newyorchese” di Juvenile. Manca persino qualcosa all’appello, d’altronde Interior Live Oak è davvero generoso in fatto di canzoni, e mai come in questo caso lascia la sensazione di non averne sprecata neppure una.




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