Tutto
si può dire ai Midlake tranne aver messo in cima ai loro pensieri
questioni di natura prettamente commerciale. Lo dimostra il fatto che,
proprio una volta trovato stabilmente il successo (The Trials of Van
Occupanther del 2006 e The
Courage of Others del 2010, li catapultavano nelle zone nobili delle
classifica Billboard e del Regno Unito), la loro vicenda iniziava a complicarsi
e non solo per la decisione assunta nel 2013 da Tim Smith, leader e frontman
della band, di abbandonare il gruppo. Se infatti si considera che gli
interpreti del nuovo corso, affidato in primis ad Eric Pulido e rilanciato
dall’aggiunta dei nuovi membri stabili Jesse Chandler (pianoforte/flauto)
e Joey McClellan (chitarra), non ritenevano sussistere in quel preciso
momento storico, nonostante gli ottimi riscontri di vendite di Antiphon,
le giuste condizioni per proseguire oltre.
In pratica, piuttosto che portare in giro una creatura agonizzante, al
solo scopo di fare denaro, i ragazzi preferivano concedersi una pausa
e dedicarsi alle rispettive famiglie o magari, come nel caso di Pulido,
coltivare la passione per l’interior design. Fin quando, quasi dieci anni
dopo, ritrovate idee ed entusiasmo, i Midlake decidevano fosse il momento
di tornare sulle scene. For
the Sake of Bethel Woods del 2022 dava così il via alla terza versione
dell’ensemble e, adesso, questo A Bridge To Far prosegue
nell’operazione rilancio, in continuità con tutto il pregresso ma anche,
come auspicato, in costante evoluzione.
Probabilmente la decisa virata verso sonorità più indie folk e verso ambientazioni
più luminose ed eteree che si avverte a primo impatto in questo nuovo
lavoro, è in buona parte frutto dell’intervento in fase di produzione
di Sam Owens (alias Sam Evian), abituato a mischiare profili moderni ad
un preminente gusto retrò. Poco o nulla, invece, pare incidere nella costruzione
dei brani la scelta di registrare il disco nella natia Denton, visto che
Eric e gli altri musicisti coinvolti continuano a vestire i panni dei
texani anomali, con un sound più radicato nei territori d’oltremanica.
Non sono i Fleet Foxes, anche se i punti di contatto non mancano, perché
il loro raggio d’azione è molto più ampio e perché non si perdono mai,
come qualche volta accade alla band di Seattle, in episodi più languidi,
chiesastici, intrisi di noiosi refrain fatti di echi e voci raddoppiate
ed impalpabili. Il loro suono è, in linea di massima, più solido, più
diretto, più eterogeneo, più contaminato.
Ma è l’eleganza delle linee melodiche, tutte ottimamente concepite, il
vero elemento dominante, quello che tiene perfettamente assieme tutte
le canzoni dell’album, indipendentemente dagli stili a cui attingono.
Facciano venire inesorabilmente in mente i Beatles come, ad esempio, la
title track, ridiano vita al cantautorato raffinato di Elliott Smith,
come la conclusiva The Valley of Roseless Thorns,
ci riportino gaudiosamente sulla costa ovest in era psichedelica (Make
Haste e Eyes Full of Animal), inneschino elementi progressive
(Guardians), rovistino nelle meraviglie dream pop, come la superba
Within/Without o rimangano ancorati
negli schemi più classici del folk anglosassone, come la sontuosa Days
Gone By, tutti i brani di A Bridge To Far sono delle
meraviglie di musicalità, dei piccoli gioielli di melodia ed impasti cromatici.
In estrema sintesi, questi Midlake hanno definitivamente rimesso
in sesto la baracca. Ovviamente Eric Pulido continua a non essere Tim
Smith, ma ha la sua cifra espressiva, più facile, più chiara, più friendly
se vogliamo rispetto a quella del collega esule. Non ha quel timbro vocale
alla Thom Yorke che bene incorniciava le ballate un po' scure degli esordi,
ma questo non è necessariamente un fatto negativo, anzi. Tutto suona diversamente
bello, complementare al vecchio progetto e tutto ci dice che per l’incombente
inverno mettere in lista d’ascolto questi dieci pezzi, sarebbe cosa decisamente
opportuna.