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Midlake
A Bridge to Far
[Bella Union 2025]

Sulla rete: midlakeband.com

File Under: Midlake 2.0


di Domenico Grio (01/12/2025)

Tutto si può dire ai Midlake tranne aver messo in cima ai loro pensieri questioni di natura prettamente commerciale. Lo dimostra il fatto che, proprio una volta trovato stabilmente il successo (The Trials of Van Occupanther del 2006 e The Courage of Others del 2010, li catapultavano nelle zone nobili delle classifica Billboard e del Regno Unito), la loro vicenda iniziava a complicarsi e non solo per la decisione assunta nel 2013 da Tim Smith, leader e frontman della band, di abbandonare il gruppo. Se infatti si considera che gli interpreti del nuovo corso, affidato in primis ad Eric Pulido e rilanciato dall’aggiunta dei nuovi membri stabili Jesse Chandler (pianoforte/flauto) e Joey McClellan (chitarra), non ritenevano sussistere in quel preciso momento storico, nonostante gli ottimi riscontri di vendite di Antiphon, le giuste condizioni per proseguire oltre.

In pratica, piuttosto che portare in giro una creatura agonizzante, al solo scopo di fare denaro, i ragazzi preferivano concedersi una pausa e dedicarsi alle rispettive famiglie o magari, come nel caso di Pulido, coltivare la passione per l’interior design. Fin quando, quasi dieci anni dopo, ritrovate idee ed entusiasmo, i Midlake decidevano fosse il momento di tornare sulle scene. For the Sake of Bethel Woods del 2022 dava così il via alla terza versione dell’ensemble e, adesso, questo A Bridge To Far prosegue nell’operazione rilancio, in continuità con tutto il pregresso ma anche, come auspicato, in costante evoluzione.

Probabilmente la decisa virata verso sonorità più indie folk e verso ambientazioni più luminose ed eteree che si avverte a primo impatto in questo nuovo lavoro, è in buona parte frutto dell’intervento in fase di produzione di Sam Owens (alias Sam Evian), abituato a mischiare profili moderni ad un preminente gusto retrò. Poco o nulla, invece, pare incidere nella costruzione dei brani la scelta di registrare il disco nella natia Denton, visto che Eric e gli altri musicisti coinvolti continuano a vestire i panni dei texani anomali, con un sound più radicato nei territori d’oltremanica. Non sono i Fleet Foxes, anche se i punti di contatto non mancano, perché il loro raggio d’azione è molto più ampio e perché non si perdono mai, come qualche volta accade alla band di Seattle, in episodi più languidi, chiesastici, intrisi di noiosi refrain fatti di echi e voci raddoppiate ed impalpabili. Il loro suono è, in linea di massima, più solido, più diretto, più eterogeneo, più contaminato.

Ma è l’eleganza delle linee melodiche, tutte ottimamente concepite, il vero elemento dominante, quello che tiene perfettamente assieme tutte le canzoni dell’album, indipendentemente dagli stili a cui attingono. Facciano venire inesorabilmente in mente i Beatles come, ad esempio, la title track, ridiano vita al cantautorato raffinato di Elliott Smith, come la conclusiva The Valley of Roseless Thorns, ci riportino gaudiosamente sulla costa ovest in era psichedelica (Make Haste e Eyes Full of Animal), inneschino elementi progressive (Guardians), rovistino nelle meraviglie dream pop, come la superba Within/Without o rimangano ancorati negli schemi più classici del folk anglosassone, come la sontuosa Days Gone By, tutti i brani di A Bridge To Far sono delle meraviglie di musicalità, dei piccoli gioielli di melodia ed impasti cromatici.

In estrema sintesi, questi Midlake hanno definitivamente rimesso in sesto la baracca. Ovviamente Eric Pulido continua a non essere Tim Smith, ma ha la sua cifra espressiva, più facile, più chiara, più friendly se vogliamo rispetto a quella del collega esule. Non ha quel timbro vocale alla Thom Yorke che bene incorniciava le ballate un po' scure degli esordi, ma questo non è necessariamente un fatto negativo, anzi. Tutto suona diversamente bello, complementare al vecchio progetto e tutto ci dice che per l’incombente inverno mettere in lista d’ascolto questi dieci pezzi, sarebbe cosa decisamente opportuna.




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