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Modern Nature
The Heat Warps
[Bella Union 2025]

Sulla rete: bellaunion.com

File Under: nuove psichedelie


di Yuri Susanna (01/11/2025)

I Modern Nature di The Heat Warps riescono nella non facile impresa di suonare allo stesso tempo rassicuranti (leggi: derivativi, ma senza malizia o calcolo) e misteriosi (leggi: sperimentali, ma senza autoindulgenza). Ci riescono perché nei nove brani del loro quarto album – licenziato come i tre che l’hanno preceduto dalla Bella Union di Simon Raymonde (Cocteau Twins) – lasciano da parte tentazioni neo-prog, dissonanze krautrock e voli pindarici di vario genere per concentrare la scrittura all’essenziale: dai 15 strumentisti presenti nel penultimo disco (No Fixed Point In Space, 2023) sono approdati a una formazione a due chitarre, basso e batteria che, vivaddio, porta in superficie soprattutto la natura melodica delle composizioni.

La capoccia pensante che agisce dietro alla sigla Modern Nature si chiama Jack Cooper, è un inglese del Lancashire (costa Ovest, a nord di Liverpool) e, prima di dar vita a questa sua più recente creatura nel 2019, si è costruito una credibilità indie con band come Beep Seals, Mazes, Ultimate Painting… tutti nomi che difficilmente suoneranno familiari all’appassionato di RootsHighway. Ma grazie ai Modern Nature, specialmente in quest’ultima incarnazione, è infine arrivato il momento di prestare orecchio a quello che il buon Cooper ha da dirci.

A un primo, superficiale ascolto si potrebbe pensare di avere a che fare con una sorta di slowcore versione 2.0, che ibrida i tempi dilatati e il canto rarefatto con un nervosismo ritmico di derivazione New Wave (vedi Pharaoh, che nel controcanto delle chitarre rimanda ai Television, oppure Glance, che suona come dei Low a cui abbiano smussato gli spigoli). Ma in realtà di fuoco che cova sotto la cenere ce n’è in abbondanza e così capita, prestando più attenzione, di cogliere bagliori di psichedelia liquida di stampo West Coast (l’ipnotica Radio fa incontrare Yo La Tengo e Crosby, Stills & Nash, mentre Jetty suona come i Moby Grape che si divertono a parodiare i Led Zeppelin, niente meno). Né mancano accenti quasi country (alternativo, ovviamente: Alpenglow mette in scena i Wilco impegnati a omaggiare i Can, mentre Zoology suona come dei Jayhawks storditi da un trip con l’LSD). Takeover dà anche una specie di accelerata, o almeno un cambio di passo, lasciandosi trasportare dalla trama delle chitarre, che sembrano fuoriuscire dai primi album dei Cure. Infine, Totality chiude il discorso tornando circolarmente a un’atmosfera slowcore, riletta in chiave Sixties, con sconfinamenti quasi folk-rock (i Fairport Convention in una crisi di sonnambulismo?).

Speriamo che abbiate apprezzato l’impegno profuso nel descrivere ciascuno dei brani dell’album, in un benintenzionato tentativo di sottolineare la varietà nascosta dietro l’apparente uniformità. Su tutto poi va rimarcato il gran lavoro delle chitarre di Cooper e della neoarrivata Tara Cunningham (probabilmente la vera pietra angolare del cambiamento di stile della band, senza nulla togliere al songwriting del leader), che dialogano lungo tutti i brani, cercandosi, intrecciandosi e urtandosi a vicenda, in un ammaliante gioco di intarsi. Per cultori di un suono psichedelico avvolgente ma concreto.




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