I Modern
Nature di The Heat Warpsriescono nella non facile impresa
di suonare allo stesso tempo rassicuranti (leggi: derivativi, ma senza
malizia o calcolo) e misteriosi (leggi: sperimentali, ma senza autoindulgenza).
Ci riescono perché nei nove brani del loro quarto album – licenziato come
i tre che l’hanno preceduto dalla Bella Union di Simon Raymonde (Cocteau
Twins) – lasciano da parte tentazioni neo-prog, dissonanze krautrock e
voli pindarici di vario genere per concentrare la scrittura all’essenziale:
dai 15 strumentisti presenti nel penultimo disco (No Fixed Point In
Space, 2023) sono approdati a una formazione a due chitarre, basso
e batteria che, vivaddio, porta in superficie soprattutto la natura melodica
delle composizioni.
La capoccia pensante che agisce dietro alla sigla Modern Nature si
chiama Jack Cooper, è un inglese del Lancashire (costa Ovest, a nord di
Liverpool) e, prima di dar vita a questa sua più recente creatura nel
2019, si è costruito una credibilità indie con band come Beep Seals, Mazes,
Ultimate Painting… tutti nomi che difficilmente suoneranno familiari all’appassionato
di RootsHighway. Ma grazie ai Modern Nature, specialmente in quest’ultima
incarnazione, è infine arrivato il momento di prestare orecchio a quello
che il buon Cooper ha da dirci.
A un primo, superficiale ascolto si potrebbe pensare di avere a che fare
con una sorta di slowcore versione 2.0, che ibrida i tempi dilatati e
il canto rarefatto con un nervosismo ritmico di derivazione New Wave (vedi
Pharaoh, che nel controcanto delle
chitarre rimanda ai Television, oppure Glance, che suona come dei
Low a cui abbiano smussato gli spigoli). Ma in realtà di fuoco che cova
sotto la cenere ce n’è in abbondanza e così capita, prestando più attenzione,
di cogliere bagliori di psichedelia liquida di stampo West Coast (l’ipnotica
Radio fa incontrare Yo La Tengo e
Crosby, Stills & Nash, mentre Jetty suona come i Moby Grape che
si divertono a parodiare i Led Zeppelin, niente meno). Né mancano accenti
quasi country (alternativo, ovviamente: Alpenglow
mette in scena i Wilco impegnati a omaggiare i Can, mentre Zoology
suona come dei Jayhawks storditi da un trip con l’LSD). Takeover
dà anche una specie di accelerata, o almeno un cambio di passo, lasciandosi
trasportare dalla trama delle chitarre, che sembrano fuoriuscire dai primi
album dei Cure. Infine, Totality chiude il discorso tornando circolarmente
a un’atmosfera slowcore, riletta in chiave Sixties, con sconfinamenti
quasi folk-rock (i Fairport Convention in una crisi di sonnambulismo?).
Speriamo che abbiate apprezzato l’impegno profuso nel descrivere ciascuno
dei brani dell’album, in un benintenzionato tentativo di sottolineare
la varietà nascosta dietro l’apparente uniformità. Su tutto poi va rimarcato
il gran lavoro delle chitarre di Cooper e della neoarrivata Tara Cunningham
(probabilmente la vera pietra angolare del cambiamento di stile della
band, senza nulla togliere al songwriting del leader), che dialogano lungo
tutti i brani, cercandosi, intrecciandosi e urtandosi a vicenda, in un
ammaliante gioco di intarsi. Per cultori di un suono psichedelico avvolgente
ma concreto.