Opera
collettiva tanto quanto frutto della visione dell’artista, il dodicesimo
album di Robert Plant porta fin nel titolo l’idea dello stretto
legame creatosi con quei musicisti – Saving Grace, appunto – che negli
ultimi sei anni lo hanno accompagnato fra studio e palco. Un connubio
che Plant ha ormai da tempo sviluppato intelligentemente, mettendosi nella
posizione di “primo fra uguali”, capace di assorbire il meglio dai partner
musicali che lo circondano: un modo nobile di “invecchiare”, abbandonando
qualsiasi velleità da rockstar per nostalgici, semmai rivolgendo lo sguardo
curioso su altri linguaggi sonori, che sono in fondo gli stessi alla radice
della sua passione, magari rivisitati con un approccio più misterioso,
a tratti persino impalpabile.
È l’effetto restituito da queste dieci ricognizioni intorno al concetto
di folk music, fra vecchio e nuovo tradizionalismo, tra America e Britannia,
e fra repertorio consolidato e materiale più contemporaneo, sul quale
è impossibile non considerare l’influenza del percorso compiuto (e del
successo ottenuto) dallo stesso Robert Plant con i dischi insieme ad Allison
Krauss e delle produzioni al fianco di T Bone Burnett. Riecheggia quel
passato nell’intima e trascendentale natura di Saving Grace,
prodotto da Plant insieme alla band fra l’Inghilterra e il Galles in un
lungo periodo che va dall’aprile del 2019 al gennaio del 2025, in mezzo
la pausa forzata della pandemia da covid, che molto ha rinsaldato l’intesa
insieme al gruppo di musicisti che lo accompagnano.
Questi ultimi, come anticipato, hanno un ruolo da co-protagonisti, nella
costruzione trasparente del suono e nell’interpretazione di esso: Suzi
Dian in particolare è l’insostituibile contraltare femminile, voce
a tratti preponderante persino rispetto allo stesso Plant, tanto da guadagnarsi
un posto in copertina, ma accade anche con Matt Worley (banjo, cuatro,
chitarre) nel classico di Blind Willie Johnson, Soul of a Man,
mentre a completare la line up ci sono le chitarre assortite di Tony Kelsey,
il violoncello di Barney Morse-Brown e le percussioni di Oli Jefferson.
L’insieme restituisce l’impressione di una piccola orchestra roots da
camera, che oscilla fra le stemperate pulsioni country blues di Chevrolet
(Memphis Minnie) e quelle più gotiche del traditional As
I Roved Out, dove pare quasi di sentire l’eco dei migliori
Sixteen Horsepower, per librarsi quindi nell’empireo acustico di It's
a Beautiful Day Today, brano del misconosciuto Bob Mosley,
bassista della storica formazione californiana dei Moby Grape.
La selezione accurata del materiale - che non si concede troppe “banalità”
e anche quando affronta il già noto (la citata Soul of a Man, l’ombroso
finale di Gospel Plough) cerca di farlo sempre con una propria
personalità – è un’altra medaglia da appuntare al petto di Saving Grace,
che va in cerca del dimenticato indie folk dei Low Anthem con la versione
di Ticket Taker, di misconociute voci dell’Americana come la Martha
Scanlan di una spiritata Higher Rock o la collega Sarah Siskind
che firma Too Far from You, sebbene la vera rivelazione per
tutti risulterà il trattamento riservato da Plant e compagni a Everybody's
Song, brano dei Low che incede scuro e tumultuoso in acque
folk contaminate dall’amore mai sopito del nostro protagonista per musiche
dagli influssi del Maghreb e mediorientali.
Evocativo e un po’ incorporeo nel suo accostarsi al concetto di “roots
music”, Saving Grace riesce a offrire comunque una prospettiva
personale e caratterizzante a musiche dal respiro antico.