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Josh Ritter
I Believe in You, My Honeydew
[Pytheas Recordings/ Thirty Tigers 2025]

Sulla rete: joshritter.bandcamp.com

File Under: Josh and his band


di Marco Denti (18/09/2025)

Ci sono pochi songwriter con una carriera così coraggiosa in termini di scelte come quella di Josh Ritter, capace di cambiare in modo radicale anche da un disco all’altro, pur mantenendo ben salda la propria identità. I Believe in You, My Honeydew, che è un album immediato e diretto come pochi, viene dopo Spectral Lines, un album stratificato che si svelava soltanto dopo numerosi ascolti, come se le canzoni fossero incartate con più involucri, con una bellezza superiore che andava cercata nell’atmosfera complessiva, più che nelle singole canzoni.

Per certi versi, I Believe in You, My Honeydew è più vicino a Fever Breaks, solo che, invece di Jason Isbell e dei suoi musicisti, Josh Ritter ha deciso di inciderlo con la sua band, con un preavviso minimo, ma niente di calcolato. Per scelta: l’idea era quella di cogliere gli spunti sul nascere e così, con Ray Rizzo alla batteria, Zachariah Hickman al basso, Rich Hinman alle chitarre e Sam Kassirer alle tastiere, si è formato il nucleo principale di I Believe in You, My Honeydew. Lo spirito pratico ed essenziale delle session non ha impedito alle canzoni di trovare una propria identità, ma a prevalere pare essere l’istinto di una rock’n’roll band in parallelo alla visione di un songwriter molto ispirato. Un riff potente come quello di Kudzu Vine o il tagliente inciso chitarristico di Honeydew (No Light) alzano di parecchio la tensione elettrica e mostrano che Josh Ritter non teme di confrontarsi con l’energia e la propulsione di un gruppo e del sound che genera. Lo si nota anche in You Won’t Dig My Grave, un inizio già molto promettente, o in Noah’s Children, dove la coesione degli arrangiamenti genera un paio di perfette, semplici, dirette, con quei quattro accordi che sono più che sufficienti.

A volte ne bastano meno, ma Josh Ritter è uno a cui piace ricercare e cambiare, e si divide tra una specie di gospel guidato dal pianoforte in Wild Ways e le suggestioni più gentili di Truth is a Dimension (Both Invisibile and Blinding), Thunderbird o I’m Listening che comunque godono di raffinate tessiture sonore, tutte da scoprire. E per il finale, Josh Ritter si immedesima più che mai nel ruolo di interprete, e sfodera due numeri davvero notevoli. La dylaniana The Wreckage of One Vision of You è sospinta, come da copione, da un organo sontuoso e dalla chitarra in primo piano, mentre The Throne è un’elegante ballata molto soulful, degna sigla conclusiva di un disco bello e convincente, l’ennesimo per un songwriter che, a questo punto, meriterebbe molto di più.




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