Ci
sono pochi songwriter con una carriera così coraggiosa in termini di scelte
come quella di Josh Ritter, capace di cambiare in modo radicale
anche da un disco all’altro, pur mantenendo ben salda la propria identità.
I Believe in You, My Honeydew, che è un album immediato
e diretto come pochi, viene dopo Spectral
Lines, un album stratificato che si svelava soltanto dopo numerosi
ascolti, come se le canzoni fossero incartate con più involucri, con una
bellezza superiore che andava cercata nell’atmosfera complessiva, più
che nelle singole canzoni.
Per certi versi, I Believe in You, My Honeydew è più vicino a Fever
Breaks, solo che, invece di Jason Isbell e dei suoi musicisti, Josh
Ritter ha deciso di inciderlo con la sua band, con un preavviso minimo,
ma niente di calcolato. Per scelta: l’idea era quella di cogliere gli
spunti sul nascere e così, con Ray Rizzo alla batteria, Zachariah Hickman
al basso, Rich Hinman alle chitarre e Sam Kassirer alle tastiere, si è
formato il nucleo principale di I Believe in You, My Honeydew.
Lo spirito pratico ed essenziale delle session non ha impedito alle canzoni
di trovare una propria identità, ma a prevalere pare essere l’istinto
di una rock’n’roll band in parallelo alla visione di un songwriter molto
ispirato. Un riff potente come quello di Kudzu
Vine o il tagliente inciso chitarristico di Honeydew
(No Light) alzano di parecchio la tensione elettrica e mostrano
che Josh Ritter non teme di confrontarsi con l’energia e la propulsione
di un gruppo e del sound che genera. Lo si nota anche in You Won’t
Dig My Grave, un inizio già molto promettente, o in Noah’s Children,
dove la coesione degli arrangiamenti genera un paio di perfette, semplici,
dirette, con quei quattro accordi che sono più che sufficienti.
A volte ne bastano meno, ma Josh Ritter è uno a cui piace ricercare e
cambiare, e si divide tra una specie di gospel guidato dal pianoforte
in Wild Ways e le suggestioni più gentili di Truth is a Dimension
(Both Invisibile and Blinding), Thunderbird o I’m Listening
che comunque godono di raffinate tessiture sonore, tutte da scoprire.
E per il finale, Josh Ritter si immedesima più che mai nel ruolo di interprete,
e sfodera due numeri davvero notevoli. La dylaniana
The Wreckage of One Vision of You è sospinta, come da copione,
da un organo sontuoso e dalla chitarra in primo piano, mentre
The Throne è un’elegante ballata molto soulful, degna sigla
conclusiva di un disco bello e convincente, l’ennesimo per un songwriter
che, a questo punto, meriterebbe molto di più.