[Home]
 
 
Acquista (#pubblicità)
Condividi
 
 

Ty Segall
Possession
[Drag City 2025]

Sulla rete: ty-segall.com

File Under: rock'n'roll wizard


di Pie Cantoni (01/07/2025)

Ty Segall è un musicista irrequieto, prolifico fino all’eccesso (più di venti dischi all’attivo dal debutto ufficiale nel 2008), è un artista ipercinetico che rifugge dalle catalogazioni. La sua musica è un mix di garage punk, heavy rock, synth pop, folk rock, in alcuni casi particolarmente estrema come nel 2024 con l’album di sole percussioni - come se fosse un novello Andy Kaufman - Love Rudiments.

Possession rientra in questa "catalogoteca", in questa pangea musicale che non assume una forma definita, e per questo è ancora più interessante. Se gli arrangiamenti sono tutta farina del sacco di Ty Segall, i testi sono scritti a quattro mani con il collaboratore e filmmaker Matt Yoka, mentre la band è composta oltre che dallo stesso Segall (chitarre, basso, batteria, piano, percussioni), da Mikal Cronin (sassofono), Eric KM Clark e Kaitlin Wolfberg (violino), Heather Lockie (viola), Emily Elkin (violoncello), e Jordan Katz (tromba e trombone). Proprio l’aggiunta dei fiati offre una sfumatura molto diversa al disco, come si capisce già dalla prima canzone Shoplifter: se l’inizio è jingle-jangle con una semplice chitarra acustica a pennellare qualche accordo, il brano ad un certo punto prende una strada totalmente diversa con una tensione crescente degli archi che sfocia in un solo di sax springsteeniano per poi chiudere con delle armonie vocali in stile Beach Boys (pace all’anima di Brian Wilson).

Incipit di disco spiazzante ma divertente, che invoglia a proseguire. La title-track Possession è come un brano di Bowie che ha incontrato per strada i Guess Who: glam rock in ogni atomo cadenzato e ruffiano. Forse il brano più “diretto” del disco, che continua poi con il synth-pop di Buildings. Un cambio repentino di direzione di marcia che potrebbe provocare capogiri ai meno avvezzi, ma che non stupisce poi molto chi conosce da più tempo il musicista di Laguna Beach. Con Shining si ritorna al glam rock di influenza Bowie - Reed, mentre con Skirts of Heaven si entra in un territorio più heavy, con delle melodie vocali però beatlesiane fino all’ingresso dei fiati che ci portano in territorio Belfast soul.

Sembra quasi che Segall si diverta a mettere riferimenti alle sue radici sparse qua e là nel disco e voglia farci giocare a riconoscerle. Ma è chiaro che la sua capacità è quella di farlo in maniera assolutamente naturale e spontanea. Non c’è nessuna forzatura in questo disco e infatti le varie parti dei brani scorrono fluide e organiche. In Fantastic Tomb e in The Big Day ci aspetteremmo in certi punti di sentire Ty Segall urlare “Ziggy played guitar!” ma non sono plagi, sono ancora una volta citazioni all’interno di brani camaleontici e trasformisti. Hotel cambia totalmente l’atmosfera, con un intreccio di pianoforte e archi, punteggiato dalla batteria che smorza il tono del disco, anche qui però con una capacità di produzione e arrangiamento che ricorda neanche da troppo lontano i Beatles dell’era più psichedelica. La chiusura infine è con Another California Song, che di sicuro non segue lo stilema classico delle canzoni della West Coast: questa è già una nota ironica, oltre al testo che prende in giro i musicisti che tentano (invano) la fortuna nell’industria musicale di Los Angeles.

E quindi con trenta minuti e poco più di disco, Ty Segall chiude lasciandoci confusi, disorientati e smarriti, senza capire che direzione ha preso, dove sta andando la musica americana, se ancora di musica americana si può parlare, e senza punti di riferimento. Ma lasciandoci anche un sorriso di beatitudine nel vedere che ci sono artisti che fanno ancora gli artisti: osano fin dove la loro arte li porta a spingersi. E non c’è niente di più bello e affascinante di questo.




<Credits>