Ty
Segall è un musicista irrequieto, prolifico fino all’eccesso (più
di venti dischi all’attivo dal debutto ufficiale nel 2008), è un artista
ipercinetico che rifugge dalle catalogazioni. La sua musica è un mix di
garage punk, heavy rock, synth pop, folk rock, in alcuni casi particolarmente
estrema come nel 2024 con l’album di sole percussioni - come se fosse
un novello Andy Kaufman - Love Rudiments.
Possession rientra in questa "catalogoteca", in
questa pangea musicale che non assume una forma definita, e per questo
è ancora più interessante. Se gli arrangiamenti sono tutta farina del
sacco di Ty Segall, i testi sono scritti a quattro mani con il collaboratore
e filmmaker Matt Yoka, mentre la band è composta oltre che dallo stesso
Segall (chitarre, basso, batteria, piano, percussioni), da Mikal Cronin
(sassofono), Eric KM Clark e Kaitlin Wolfberg (violino), Heather Lockie
(viola), Emily Elkin (violoncello), e Jordan Katz (tromba e trombone).
Proprio l’aggiunta dei fiati offre una sfumatura molto diversa al disco,
come si capisce già dalla prima canzone Shoplifter:
se l’inizio è jingle-jangle con una semplice chitarra acustica a pennellare
qualche accordo, il brano ad un certo punto prende una strada totalmente
diversa con una tensione crescente degli archi che sfocia in un solo di
sax springsteeniano per poi chiudere con delle armonie vocali in stile
Beach Boys (pace all’anima di Brian Wilson).
Incipit di disco spiazzante ma divertente, che invoglia a proseguire.
La title-track Possession è come un
brano di Bowie che ha incontrato per strada i Guess Who: glam rock in
ogni atomo cadenzato e ruffiano. Forse il brano più “diretto” del disco,
che continua poi con il synth-pop di Buildings. Un cambio repentino
di direzione di marcia che potrebbe provocare capogiri ai meno avvezzi,
ma che non stupisce poi molto chi conosce da più tempo il musicista di
Laguna Beach. Con Shining si ritorna
al glam rock di influenza Bowie - Reed, mentre con Skirts of Heaven
si entra in un territorio più heavy, con delle melodie vocali però beatlesiane
fino all’ingresso dei fiati che ci portano in territorio Belfast soul.
Sembra quasi che Segall si diverta a mettere riferimenti alle sue radici
sparse qua e là nel disco e voglia farci giocare a riconoscerle. Ma è
chiaro che la sua capacità è quella di farlo in maniera assolutamente
naturale e spontanea. Non c’è nessuna forzatura in questo disco e infatti
le varie parti dei brani scorrono fluide e organiche. In Fantastic
Tomb e in The Big Day ci aspetteremmo in certi punti di sentire
Ty Segall urlare “Ziggy played guitar!” ma non sono plagi, sono ancora
una volta citazioni all’interno di brani camaleontici e trasformisti.
Hotel cambia totalmente l’atmosfera,
con un intreccio di pianoforte e archi, punteggiato dalla batteria che
smorza il tono del disco, anche qui però con una capacità di produzione
e arrangiamento che ricorda neanche da troppo lontano i Beatles dell’era
più psichedelica. La chiusura infine è con Another
California Song, che di sicuro non segue lo stilema classico
delle canzoni della West Coast: questa è già una nota ironica, oltre al
testo che prende in giro i musicisti che tentano (invano) la fortuna nell’industria
musicale di Los Angeles.
E quindi con trenta minuti e poco più di disco, Ty Segall chiude lasciandoci
confusi, disorientati e smarriti, senza capire che direzione ha preso,
dove sta andando la musica americana, se ancora di musica americana si
può parlare, e senza punti di riferimento. Ma lasciandoci anche un sorriso
di beatitudine nel vedere che ci sono artisti che fanno ancora gli artisti:
osano fin dove la loro arte li porta a spingersi. E non c’è niente di
più bello e affascinante di questo.