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Mavis Staples
Sad and Beautiful World
[Anti- 2025]

Sulla rete: mavisstaples.com

File Under: queen Mavis


di Gianni Del Savio (07/11/2025)

Contrariamente all’inevitabile comune passare, il tempo sembra avere altre cadenze per lei, perlomeno quelle artistiche. Lo suggerisce pure la media qualitativa di quanto pubblicato in questo secolo: da vari decenni è una delle grandi voci dell’intero panorama musicale. La foto di copertina la propone in un “ambiente casalingo”, ricco di pizzi, tendaggi e tovaglia compresi. E’ seduta, in atteggiamento meditativo: in tavola nessuna tazza, bottiglia o bicchiere: uhm...

Seppure la sua dinamica vocale sia inevitabilmente “contenuta” (86 anni…), il nuovo album non fa eccezione qualitativa: la grande Mavis Staples possiede ancora pregevoli ed inconfondibili modalità espressive, con la passione e la classe che la caratterizzano. Il risultato è anche merito della raffinata produzione di Brad Cook, ben calibrata, perlopiù eccellente, e dell’apporto - qua e là -, dei vari Buddy Guy, Derek Trucks, Jeff Tweedy e Bonnie Raitt, per citare nomi noti, corresponsabili della miscela cantautorale, folk, spiritual-gospel, country-rock. La decina di brani vanta anche le firme di Tom Waits, Jeff Tweedy, Curtis Mayfield, Leonard Cohen e Eddie Hinton: artisti che, in vario modo e da “vario luogo”, non potrebbero che compiacersi per la qualità delle cover. E altri “solchi” ne confermano la classe interpretativa.

Ad aprire è proprio Chicago (dall'album Bad as Me di Waits, del 2011), dal background sonoro sostenuto e incalzante: un bluesato-rock, dove il “calore comunicativo” della sua voce è ben evidenziato anche grazie alle chitarre di Guy e di Trucks. Segue Beautiful Strangers: ritmica lenta, canto quasi sussurrato, “intimista”, sorretto e sottolineato da un “coro” delicato. E’ uno dei brani migliori, insieme al successivo Sad and Beautiful World, slow con tanto di chitarra dalle sfumature hawaiane (MJ Lenderman), che contribuisco a “mitigare” le ferite tratteggiate dalla protagonista nel dare peso al titolo all’album (è forse su questo che medita in copertina?).

Sono caratteri stilistici che, sostanzialmente, ritroviamo nel successivo, semi-acustico Human Mind, dove trame sonore e testo riportano a temi di stampo spiritual. Jeff Tweedy (basso) e Derek Trucks (slide) aggiungono il loro tocco alla riflessiva interpretazione dello slow-folk Hard Times (brano di Gillian Welch, titolo appropriato all’odierno status mondiale...). Un’atmosfera che si fa ancora più delicata ed avvolgente in Godspeed, dai passaggi soul e dal ritmico, dialogativo finale, che scorre verso il country-acustico. A seguire uno dei migliori capitoli dell’album, We Got To Have Peace, cover dello spiritual-soul firmato dal grande Curtis Mayfield (anche lui chicagoano): Mavis comunica anche con incisivi tratti da preacher, degni della grande famiglia di cui ha fatto parte.

Un “impianto spiritual” che segna pure il gioiello Anthem (Leonard Cohen): slow semiacustico, con l’eccellente chitarra di Nathan Stocker, arricchito da una certa solennità e dalle sue pregevoli, semi-recitative tonalità. Caratteri che, in forma diversa, ritroviamo in Satisfied Mind, delicatamente cadenzata, dalle belle sfumature country. Infine, il ritmo sale lievemente in Everybody Needs Love, ballad semiacustica di Hinton (il “viso pallido” che, inizialmente, fece pensare a un redivivo Redding), a cui Bonnie Raitt presta slide e voce. Note semplici che portano alla reiterazione dello “slogan” del titolo, in dissolvenza, che ne diluisce un po’ lo spessore.

N.B. Non spegnete immediatamente il lettore: dopo qualche secondo arriva la sua breve, comunicativa risata..
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