Contrariamente
all’inevitabile comune passare, il tempo sembra avere altre cadenze per
lei, perlomeno quelle artistiche. Lo suggerisce pure la media qualitativa
di quanto pubblicato in questo secolo: da vari decenni è una delle grandi
voci dell’intero panorama musicale. La foto di copertina la propone in
un “ambiente casalingo”, ricco di pizzi, tendaggi e tovaglia compresi.
E’ seduta, in atteggiamento meditativo: in tavola nessuna tazza, bottiglia
o bicchiere: uhm...
Seppure la sua dinamica vocale sia inevitabilmente “contenuta” (86 anni…),
il nuovo album non fa eccezione qualitativa: la grande Mavis Staples
possiede ancora pregevoli ed inconfondibili modalità espressive, con la
passione e la classe che la caratterizzano. Il risultato è anche merito
della raffinata produzione di Brad Cook, ben calibrata, perlopiù eccellente,
e dell’apporto - qua e là -, dei vari Buddy Guy, Derek Trucks, Jeff Tweedy
e Bonnie Raitt, per citare nomi noti, corresponsabili della miscela cantautorale,
folk, spiritual-gospel, country-rock. La decina di brani vanta anche le
firme di Tom Waits, Jeff Tweedy, Curtis Mayfield, Leonard Cohen e Eddie
Hinton: artisti che, in vario modo e da “vario luogo”, non potrebbero
che compiacersi per la qualità delle cover. E altri “solchi” ne confermano
la classe interpretativa.
Ad aprire è proprio Chicago (dall'album
Bad as Me di Waits, del 2011), dal background sonoro sostenuto
e incalzante: un bluesato-rock, dove il “calore comunicativo” della sua
voce è ben evidenziato anche grazie alle chitarre di Guy e di Trucks.
Segue Beautiful Strangers: ritmica
lenta, canto quasi sussurrato, “intimista”, sorretto e sottolineato da
un “coro” delicato. E’ uno dei brani migliori, insieme al successivo
Sad and Beautiful World, slow con tanto di chitarra dalle sfumature
hawaiane (MJ Lenderman), che contribuisco a “mitigare” le ferite tratteggiate
dalla protagonista nel dare peso al titolo all’album (è forse su questo
che medita in copertina?).
Sono caratteri stilistici che, sostanzialmente, ritroviamo nel successivo,
semi-acustico Human Mind, dove trame sonore e testo riportano a
temi di stampo spiritual. Jeff Tweedy (basso) e Derek Trucks (slide) aggiungono
il loro tocco alla riflessiva interpretazione dello slow-folk Hard
Times (brano di Gillian Welch, titolo appropriato all’odierno
status mondiale...). Un’atmosfera che si fa ancora più delicata ed avvolgente
in Godspeed, dai passaggi soul e dal ritmico, dialogativo finale,
che scorre verso il country-acustico. A seguire uno dei migliori capitoli
dell’album, We Got To Have Peace,
cover dello spiritual-soul firmato dal grande Curtis Mayfield (anche lui
chicagoano): Mavis comunica anche con incisivi tratti da preacher, degni
della grande famiglia di cui ha fatto parte.
Un “impianto spiritual” che segna pure il gioiello Anthem
(Leonard Cohen): slow semiacustico, con l’eccellente chitarra di Nathan
Stocker, arricchito da una certa solennità e dalle sue pregevoli, semi-recitative
tonalità. Caratteri che, in forma diversa, ritroviamo in Satisfied
Mind, delicatamente cadenzata, dalle belle sfumature country. Infine,
il ritmo sale lievemente in Everybody Needs Love, ballad semiacustica
di Hinton (il “viso pallido” che, inizialmente, fece pensare a un redivivo
Redding), a cui Bonnie Raitt presta slide e voce. Note semplici che portano
alla reiterazione dello “slogan” del titolo, in dissolvenza, che ne diluisce
un po’ lo spessore.
N.B. Non spegnete immediatamente il lettore: dopo qualche secondo arriva
la sua breve, comunicativa risata...