Se durante
tutti questi anni non abbiamo mai incrociato sul nostro cammino il nome
di Will Stratton è soltanto per una nostra colpevole svista, dal
momento che la storia discografica di questo moderno folksinger di origini
californiane vanta ormai una lunga serie di album dalla crescente intensità
lirica e complessità musicale, fino a rendere oggi palpabile la maturità
dell’autore con l’ottavo album in carriera, Points of Origin.
Terzo episodio consecutivo pubblicato dalla Bella Union - etichetta che
lo tenne a battesimo nel 2017 (Rosewood Alamanac) dopo un percorso
di costante riconoscimento all’interno della scena indie folk americana,
cominciato dal debutto giovanissimo (a nemmeno diciotto anni nel 2005)
con il benestare dell’amico Sufjan Stevens - il nuovo capitolo di Stratton
è anche quello che sancisce il distacco definitivo dall’intensità interiore
della prima parte di carriera, proseguendo nella direzione di una scrittura
musicale più densa e con lo sguardo rivolto al mondo fuori di sé. Nella
presentazione si sottolinea infatti con insistenza il tono narrativo delle
canzoni, calate all’interno dei cambiamenti climatici e del conflittuale
rapporto fra uomo e natura di questi nostri giorni: essendo cresciuto
in California, sembra quasi un destino segnato quello di Will Stratton,
che prova a calarsi nella vita quotidiana di “camionisti, surfisti, ubriachi,
ladri, agenti della CIA e forestali, piromani, avvocati e pittori”, ciascuno
ritratto in dieci episodi dai riflessi letterari e cinematografici, quanto
meno nel loro sviluppo lirico.
La musica resta però il cuore di un chitarrista (e non solo, avendo studiato
composizione al college e destreggiandosi anche al piano, synth e basso)
che dalla scuola folk dell’amato Nick Drake (un’impronta che resta sullo
sfondo, specie quello più morbido e orchestrato) arriva alla contemporaneità
del citato Sufjan Stevens o di Iron & Wine. Certamente lo stile di Stratton
si è arricchito di luminosi dettagli e variazioni cromatiche, lì dove
la chitarra ricama circondata dalla liquida pedal steel di Hamilton Belk
fin dall’iniziale I Found You, temperandosi
con i contributi melodici del piano e la brillantezza di archi e fiati
(l’essenziale contributo del sax di Justin Keller).
Questi ultimi, insieme alle chitarre elettriche di Joshua Marré e alla
batteria di Sean Mullins contribuiscono ad affrescare la stanza di Temple
Bar e del piccolo gioiello di casa,
Bardo or Heaven?, ballate estatiche che acquistano il sapore
della migliore canzone folk rock settantesca aggiornata alla sensibilità
indie folk di oggi, lì dove l’amato Nick Drake incontra le melodie della
West Coast, il folk di matrice inglese si incrocia al largo dell’Atlantico
con le vele dell’Americana e le armonie più raffinate del pop di fine
anni Sessanta. Sensazioni che la voce confidenziale e il portamento garbato
di Stratton sembrano incrementare con naturalezza, rendendo Ponts of
Origin uno degli album di cantautorato americano più fulgidi di questa
prima parte del 2025: dall’intimità di Jesusita e Delta Breeze
alla ricchezza sonora di Firewatcher,
dalla leggera brezza che alimenta il dialogo fra chitarre e violino in
Red Crossed Star alla tessitura rootsy di Higher
and Drier fino all’incedere quasi evanescente di Centinela,
Will Stratton ci accompagna per mano attraverso l’incantata bellezza e
il calore accogliente dei suoi racconti californiani.