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Will Stratton
Points of Origin
[Bella Union 2025]

Sulla rete: willstratton.com

File Under: californian indie-folk


di Fabio Cerbone (01/04/2025)

Se durante tutti questi anni non abbiamo mai incrociato sul nostro cammino il nome di Will Stratton è soltanto per una nostra colpevole svista, dal momento che la storia discografica di questo moderno folksinger di origini californiane vanta ormai una lunga serie di album dalla crescente intensità lirica e complessità musicale, fino a rendere oggi palpabile la maturità dell’autore con l’ottavo album in carriera, Points of Origin.

Terzo episodio consecutivo pubblicato dalla Bella Union - etichetta che lo tenne a battesimo nel 2017 (Rosewood Alamanac) dopo un percorso di costante riconoscimento all’interno della scena indie folk americana, cominciato dal debutto giovanissimo (a nemmeno diciotto anni nel 2005) con il benestare dell’amico Sufjan Stevens - il nuovo capitolo di Stratton è anche quello che sancisce il distacco definitivo dall’intensità interiore della prima parte di carriera, proseguendo nella direzione di una scrittura musicale più densa e con lo sguardo rivolto al mondo fuori di sé. Nella presentazione si sottolinea infatti con insistenza il tono narrativo delle canzoni, calate all’interno dei cambiamenti climatici e del conflittuale rapporto fra uomo e natura di questi nostri giorni: essendo cresciuto in California, sembra quasi un destino segnato quello di Will Stratton, che prova a calarsi nella vita quotidiana di “camionisti, surfisti, ubriachi, ladri, agenti della CIA e forestali, piromani, avvocati e pittori”, ciascuno ritratto in dieci episodi dai riflessi letterari e cinematografici, quanto meno nel loro sviluppo lirico.

La musica resta però il cuore di un chitarrista (e non solo, avendo studiato composizione al college e destreggiandosi anche al piano, synth e basso) che dalla scuola folk dell’amato Nick Drake (un’impronta che resta sullo sfondo, specie quello più morbido e orchestrato) arriva alla contemporaneità del citato Sufjan Stevens o di Iron & Wine. Certamente lo stile di Stratton si è arricchito di luminosi dettagli e variazioni cromatiche, lì dove la chitarra ricama circondata dalla liquida pedal steel di Hamilton Belk fin dall’iniziale I Found You, temperandosi con i contributi melodici del piano e la brillantezza di archi e fiati (l’essenziale contributo del sax di Justin Keller).

Questi ultimi, insieme alle chitarre elettriche di Joshua Marré e alla batteria di Sean Mullins contribuiscono ad affrescare la stanza di Temple Bar e del piccolo gioiello di casa, Bardo or Heaven?, ballate estatiche che acquistano il sapore della migliore canzone folk rock settantesca aggiornata alla sensibilità indie folk di oggi, lì dove l’amato Nick Drake incontra le melodie della West Coast, il folk di matrice inglese si incrocia al largo dell’Atlantico con le vele dell’Americana e le armonie più raffinate del pop di fine anni Sessanta. Sensazioni che la voce confidenziale e il portamento garbato di Stratton sembrano incrementare con naturalezza, rendendo Ponts of Origin uno degli album di cantautorato americano più fulgidi di questa prima parte del 2025: dall’intimità di Jesusita e Delta Breeze alla ricchezza sonora di Firewatcher, dalla leggera brezza che alimenta il dialogo fra chitarre e violino in Red Crossed Star alla tessitura rootsy di Higher and Drier fino all’incedere quasi evanescente di Centinela, Will Stratton ci accompagna per mano attraverso l’incantata bellezza e il calore accogliente dei suoi racconti californiani.




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