Al
termine di quasi due ore di musica e trenta canzoni sparse sulla distanza
di uno smisurato triplo album, Jeff Tweedy canta Enough
("abbastanza"), crediamo con una certa dose di autoironia, e
peraltro regalando uno degli episodi più elettrici e sferzanti del suo
nuovo album solista, Twilight Override. Quello a cui abbiamo
assistito fino a lì è stato infatti uno spiazzante, a suo modo
emblematico episodio dell’incontinenza artistica non solo o non tanto
del leader dei Wilco, quanto di un’intera discografia contemporanea dove
gli argini si sono rotti da tempo e le distinzioni fra ciò che è lecito
o meno pubblicare, su quello che può e deve essere “filtrato” da un’opera
di revisione produttiva e artistica, rappresentano discorsi superati dallo
sfaldarsi del formato album così come lo abbiamo conosciuto.
È forse Twilight Override una raccolta di singoli? Si tratta di
una sorta di “best of” stilistico dell’autore fuori dai ranghi della band
principale? È magari uno zibaldone di canzoni e pensieri tra cui scegliere
a piacimento componendo una playlist personale? Tutte domande retoriche
e senza una vera risposta, così come chiedersi se Twilight Override,
sfrondato del “non necessario”, nasconda in sé un disco addirittura di
maggiore pregio. Non lo sapremo mai, perché in fondo la decisione dell’autore
è l’unica che conta: indulgente con se stesso e la sua musa ispiratrice,
certo, sempre un po’ enigmatico e ambivalente anche nelle liriche, Jeff
Tweedy scoperchia il suo universo di ballate raminghe con il gioiello
di One Tiny Flower e la saltellante
delicatezza melodica di Caught Up in the Past, facendoci intuire
che non ci saranno sostanziali difformità fra i tre dischi. Differenti
picchi di qualità, sicuramente, ma che ruotano intorno alle stesse dinamiche,
con l’invito a immergersi insieme a Tweedy (e ai suoi compagni, compresi
i figli Spencer e Sammy, oltre a qualche collaboratore storico) per affrontare
il lungo viaggio.
Se alcune canzoni continueranno a sembrare bozzetti irrisolti di possibili
brani dei Wilco (Secret Door, Out in the Dark), altre emergono
come folk song compiute (la dylaniana Love is
for Love), piccole e bislacche rivelazioni del Jeff Tweedy
dall’anima più intima e persino rurale (Forever Never Ends, Sign
of Life) come ai tempi di Being There qualcuno si è
azzardato a scrivere (calma…). Nonostante la durata, siamo allora al cospetto
del migliore album solista? Non proprio, per quello continuerei a rivolgermi
al sottovalutato Love is
the King, semmai a un’espansione fuori controllo e generosa degli
spunti che contenevano tutti i suoi predecessori o persino il penultimo
dispaccio dei Wilco (Cruel
Country, doppio in quell’occasione).
Twilight Override è semplicemente Jeff Tweedy all’ennesima potenza,
nel bene e nel male, anche se non ci sono vere insidie nel suo percorso:
nell’abbondanza di quadretti indie-folk si aspettano piuttosto quei momenti
di deragliamento, quelle interferenze (le chitarre fra acustico ed elettrico
che si rintuzzano a vicenda, un marchio di fabbrica, in New
Orleans e No One’s Moving On) o quelle melodie sghembe
e intimamente pop (Mirror, Better
Song) che possono cambiare un po’ il monocolore dell’album. Inevitabile
quindi che all’altezza del terzo disco, senza una pausa per riprendere
fiato, l’ascolto continuato si faccia farraginoso, con le ennesime varianti
sullo stesso tema e canzoni che rischiano persino di apparire come autoparodie
(Wedding Cake, Saddest Eyes) e altre che invece scivolano
via rispetto al loro reale valore (le sfaldate sonorità di Stray Cats
in Spain, Too Real).
Cosa ci ha voluto offrire dunque Jeff con questo “salto triplo”? E perché
lo ha voluto esprimere con così tante parole e suoni? Se un significato
più grande si nasconde dietro il disco, è forse quello di aprirsi un varco
esistenziale fra le nubi del presente americano (e del mondo in generale),
riflettendo su come farsi coraggio nonostante tutto. Sono osservazioni
e introspezioni non necessariamente decifrabili, come spesso accade con
le liriche di Tweedy, ma è egli stesso a sottolineare che la sua intenzione
era di “far crescere il mio cuore abbastanza da amare tutti". Noi lo sapevamo
già Jeff e non c’era bisogno forse di tanta abbondanza (e qualche ripetizione)
per dimostrarcelo, ma in fondo lo accettiamo anche così: i generosi ci
sono sempre piaciuti, anche quando tracimano.