Forever Goldrush
Halo in My Backpack
Cargo 2000

1/2


Non ci vuole molto ad innamorarsi di questi quattro ragazzi di Sacramento: a noi è bastata una copertina davvero suggestiva, sottilmente allacciata ad alcuni dischi della Band ed un nome sinceramente molto evocativo, che risveglia tra l'altro gli istinti di noi younghiani incalliti. Il resto però è tutto nelle mani di Halo In My Backpack, secondo lavoro della band, che ancora una volta ribadisce la bontà di certo rock americano periferico. Siamo nuovamente nei territori dell'alternative-country, anzi Americana, come oggi va di moda affermare? Francamente da certe etichette sarebbe meglio a volte liberarsi, perchè esiste sempre il rischio di impantanarsi in paragoni, riferimenti, e saturare una scena che va ben aldilà di una semplice catalogazione, tanto è varia e radicata sul territorio. Damon Wyckoff, voce solista ed autore della band, scrive liriche realmente intense e sopra la media del settore: è il suo songwriting (oltre ad una voce molto espressiva) che fa compiere il famoso salto di qualità ai Forever Goldrush, i quali comunque sanno il fatto loro. Tra le pieghe del disco c'è tutta l'iconografia del classico roots-rock provinciale di questi anni: riminiscenze punk, chitarre alla Ctazy Horse, spruzzate country (molto moderate a dire il vero) ed orizzonti desertici, molta epicità nelle ballate ed un sound generale che sta con un piede nei '70 (Vicious way, Crazy anyway) ed uno rivolto all'oggi (Sweet 65). Inoltre emozionanti, credetemi, alcune ballate quali la stessa title-track, Paint this town dry e gli avvolgenti,
selvaggi orizzonti della conclusiva Bitter end. Un nome su cui puntare.