The Hooblers
Where We Are
Blue Rose
2000

1/2


La Blue Rose non finisce mai di stupire: anzi, dovremmo ormai considerare i suoi prodotti come degli acquisti sicuri e difficilmente discutibili nel campo del giovane rock provinciale americano. Forse stiamo esagerando, ma ultimamente le soddisfazioni ricevute dagli artisti della casa tedesca sono state a dir poco appaganti. Nei mesi scorsi si sono imposti i Jolene con il loro folk-rock gentile e dall’aria pop, questa volta è il turno degli Hooblers, al secondo lavoro dopo l’esordio di Can You Do This? Buon sangue non mente e da bravi ragazzi canadesi Mike Grier, Jason Curran, Mike Thompson ed Eric Willison hanno masticato con passione il verbo del Neil Young elettrico e le chitarre scorticate dei Crazy Horse, senza rifiutare per questo incursioni nei territori desolati in cui la ballata folk regna sovrana. Aggiungetevi la voce strascicata e triste del leader Grier, una copia carbone del "cavallo Pazzo", e i giochi sono presto fatti. Derivativi quanto si vuole, gli Hooblers sanno però toccare le corde più intime degli appassionati del genere, risultando coraggiosamente retrò nei suoni e quanto mai efficaci nel richiamare certe atmosfere. La partenza è tutta giocata sulle tonalità forti della ballata elettrica, country-rock lineare e dai grandi orizzonti, perfettamente riassunto dall’introduttiva Parisienne (la voce in apertura risveglia subito paragoni importanti…) e dalla successiva e speculare Find again: belle voci, chitarre che si stagliano chiare sullo sfondo ed un’armonica che riporta alla stagione d’oro del country-rock. Il trittico iniziale si chiude con Just standing near, che parte acustica, nervosa e ricca di tensione, per poi esplodere in un fragoroso finale simil "grunge" con le valvole al limite della sopportazione. Pausa di riflessione nella parte centrale, dove si segnalano le cadenze acustiche, pigre e soffici di You don’t even wonder, la dolcissima malinconia di Afraid, la depressione modello Tonight’s the Night di un piccolo gioiello quale Paradise e la disarmante semplicità armonica di Still drunk. Il finale ritorna intelligentemente sui passi elettrici d’inizio disco, restando nell’ambito di un sound triste ed evocativo nel caso della title track e cercando un approdo più vivace nel roots-rock alla Son Volt di You never did. Dannatamente piacevole.