Matthew Ryan - Regret Over The Wires Hybrid rec. 2003

Non c'è verso di uscire dalla spirale di cupa malinconia che avvolge da sempre il songwriting di Matthew Ryan: quella voce increspata, quel senso di solitudine con ambientazioni da late night hours e quelle ruvide ballate elettriche sono il tratto distintivo di un cantautore francamente molto sottovalutato rispetto ad altri suoi giovani colleghi. Le motivazioni come sempre hanno uno stretto rapporto con il music business: non fosse sufficiente il nostalgico trasporto della sua musica, un ruolo fondamentale l'ha giocato anche la sua carriera discografica. Scacciato di gran lena dalle majors, incapaci di gestire un personaggio poco "fotogenico", Matthew si è aperto a fatica un suo varco: ecco allora la scarna poesia acustica di Concussion, un disco talmente spoglio da mettere paura, e i diversivi di Dissent From the Living Room e Hopeless to Hopeful, pubblicazioni "only for fans" vendute attraverso il suo sito. Soprattutto per questi motivi Regret Over the Wires rappresenta uno spiraglio di luce: Matthew è tornato a fare sul serio, a suonare con una band, dando corpo a canzoni pulsanti ed elettriche, cercando arrangiamenti moderni, qualche samples azzeccato, ma tutto al servizio della sua inguaribile vena di loser. Prodotto in coabitazione con il vecchio amico Doug Lancio e Mark Robertson, il disco mantiene saldi tutti i riferimenti del passato (The Litle Things e Long Blvd. hanno un marchio che non tradisce), cercando però un suono che non sia semplice ripetizione. I Can't Steal You e I Hope Your God Has Mercy on Mine appaiono tra le più coraggiose in tal senso, ma la prima vera sorpresa è il synth nell'iniziale Return to Me. Non storcete il naso però, la ballata è di quelle che sa scrivere solo lui. Scalda il cuore Matthew Ryan, perchè nessuno canta l'abbandono, il desiderio e la passione in questo modo, uno che ha capito che le canzoni d'amore funzionano sempre, basta rivoltarle sotto prospettive differenti. Non c'è quindi da preoccuparsi: la batteria di JJ Johnson suona ancora vera, le chitarre di Doug Lancio, Kevin Teel e dello stesso Matthew si animano spesso e volentieri (l'accoppiata di Come Home e Sweetie fa scintille), mentre la pedal steel di Backy Baxter aggiunge una spruzzata di poesia (Nails, una ballata acustica che in molti si sognano di scrivere). Alternando folate di romanticismo (la dolcissima Trouble Doll) e asprezze rock, figlie dei suoi amori per i Clash e i Replacements, Matthew è tornato a casa, facendo sobbalzare per la sua carica emotiva. Questa volta con l'arma vincente di una produzione che ha saputo ammodernare il suo linguaggio senza stravolgerlo.
(Fabio Cerbone)


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