inserito 24/02/2010

Joe Pug
Messenger
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Lightning Rod  2010
]



C'era forse da aspetterselo: nella ossuta trama acustica del recente ep - Nation of the Heath - Joe Pug si mostrava senza filtri, con quella visione di folksinger fuori tempo massimo, attento alle parole, alla poesia di un verso, lasciando da parte ogni tentazione di agganciarsi al treno della modernità. Messenger non dovrebbe dunque soprendere, anche se un parziale ridimensionamento della "promessa" è del tutto evidente: come se questa giovane voce - soltanto ventitrè anni - non avesse del tutto staccato il cordone ombelicale che lo lega alla sua formazione di musicista. Gli è mancato un po' di coraggio a Joe Pug e così ci ha rovinato la festa: ha piazzato in apertura una title track che è un saliscendi di carezze folk rock e strizzate d'occhio alla corrente Americana, una ballata di quelle che ti illuminano anche la più storta delle giornate, ripiegando purtoppo assai presto su quel binomio chitarra e voce che resta forse la sua dimensione più consona e fedele, salvo riprendere la marcia verso il rock'n'roll con la versione elettrica di Speak Plainly, Diana. Quest'ultima però arriva soltanto alla fine della corsa, quando avrebbe probabilmente dato una scossa maggiore al viaggio se posta all'inizio, un monito o un manifesto: è dunque in questa scelta stilitica che la possibile affermazione di Pug come nuova voce del panorama cantautorale americano si arresta sulla soglia.

Restiamo allora a vedere se le parole di elogio e i tour in compagnia di Steve Earle e Josh Ritter, così come l'entusiasmo di una certa parte del pubblico, avranno prima o poi uno sbocco maturo. Pug oggi assomiglia piuttosto ai suoi mentori, tra un Dylan ancora giovane, arrabbiato e naif contro i "signori della guerra" (in Bury Me Far (From My Uniform) canta: "war is older than mankind, but it's younger than grace"), e meglio ancora i suoi figliocci degli anni settanta John Prine (magari con un accento più alt-country in The First Time I Saw You) e Steve Forbert (The Door Was Always Open potrebbe uscire da Alive on Arrival). D'altronde per un ragazzo che ha mollato gli studi e dal North Carolina è partito alla volta di Chicago con un pugno di canzoni in tasca c'era da aspettarselo: il lavoro di carpentiere di giorno, le canzoni registrate la notte, un posto fisso dove suonare (il club cittadino dello Schubas Tavern), bastano un microfono e una chitarra acustica e tutto ha il sapore di un clichè che è tuttavia sacrosanto e necessario.

Lo sono anche queste canzoni per carità, con una produzione che giustamente cerca di togliere il superfluo e aggiunge quando serve una pedal steel in lontananza (Not So Sure), un raddoppio di chitarra (Disguised as Someone Else) ma alla fine si rannicchia il più possibile attorno alle parole, che restano sincere, disadorne come è naturale che sia per un tipo così. Gli manca solo un po' di forza e sfacciataggine per andare oltre e rischiare di diventare un nome su cui giocarsi tutta la posta.
(Fabio Cerbone)

www.joepugmusic.com
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