inserito 23/09/2011

Jonathan Wilson
Gentle Spirit
[Bella Union
 2011
]



Niente male per un ragazzo del North Carolina: Jonathan Wilson nasce nel posto sbagliato e nel tempo sbagliato ma non si perde d'animo, conquista il sole del Laurel Canyon, California, rivivendo la stagione lontana del folk rock più acido e onirico, prendendosi sulle spalle il peso di una scena in fermento. Songwriter, musicista, produttore, Wilson può essere a buon titolo considerato uno dei "burattinai" più attivi nella riscoperta di certa West Coast: nel suo curriculum vanta innanzi tutto le collaborazioni, o forse sarebbe meglio dire le affinità elettive, con Will Oldham (Bonnie Prince Billy), J Tillman (Fleet Foxes), Jonathan Rice, Jenny Lewis, Chris Robinson, Vetiver e molti altri protagonisti del nuovo folk americano, quindi le apparizioni in lavori importanti di Elvis Costello e Eryka Badu, infine la cabina di regia di nuovi talenti quali i Dawes. Wilson ha fondato infatti un proprio studio di registrazione (Five Star), trasferendosi nella zona di Echo Park, Los Angeles, e seguendo le regole ferree dell'analogico ha cominciato ad attrarre musicisti da ogni angolo del paese. Lista infinita e incompleta, la sua firma sbuca da ogni parte, anche se il ruolo di autore non lo ha affatto dimenticato in cassetto.

Carriera travagliata però la sua: un disco per la Warner negli anni '90 con i Muscadine (formati insieme a Benji Hugues) finito presto nel dimenticatoio, un primo parto solista nel 2007 (Frankie Ray) per lungo tempo neppure pubblicato ufficialmente, oggi un'improvvisa curiosità intorno alla sua figura di mentore che gli permette di accasarsi alla Bella union e uscirsene con questo lungo, trasognato, ambizioso Gentle Spirit. Settanta minuti e passa di viaggi onirici a cavallo di ballate acustiche perse nell'estasi, di riverberi e fughe chitarristiche, tutto nel segno del David Crosby più trasognato, del Tim Buckley meno sperimentale, del Neil Young più malinconico, non mancando di "pasticciare" con le delicatezze del pop e di una psichedelia tenera (la voce è sussurata e impalpabile, fin troppo a ben vedere), quasi bucolica, immerso in quell'epoca di speranze e visioni ad occhi aperti.

Un atto d'amore certo, una piena coscienza del proprio retaggio, che apparirà a tratti anche anacronistica (Natural Rhapsody è la quintessenza di questo sound, ma l'effetto da "gabbiani" ricreato in studio pare davvero eccessivo...), eppure regala alcuni momenti di grande e stupefatta musica: le spirali di Desert Raven e quel fraseggio insistente della chitarra, l'interminabile cavalcata in tema western di Valley of the Silver Moon, la circolarità acustica della melodia di Ballad of the Pines, da qualche parte fra il citato maestro Crosby e il mai dimenticato Gene Clark del'esordio White Light, o ancora i cambi di umore e di cadenza in Can We Really Party Today?, i Crazy Horse in veste psichedelic-soul di The Way I Feel, sospesa nell'aria da un'organetto irresistibile, persino echi di un acid folk che guarda alla sponda inglese (Rolling Universe). Logico che per imbastire un tale omaggio Wilson si sia servito di tutte le conoscenze accumulate negli anni: hanno risposto tutti in effetti, dai già ricordati Chris Robinson e Johnathan Rice a Andy Cabic (Vetiver), Barry Goldberg, Gary Louris, Josh Grange, Gary Mallaber...quasi si trattasse di un If I Could Only Remember My Name aggiornato alla generazione 2011. Con tutte le distanze del caso, sia detto.
(Fabio Cerbone)

www.bellaunion.com


   


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