Come il cinema e la letteratura, anche la musica
ha conosciuto, prima della dittatura dell’indistinto a cui ci ha costretto
la deflagrazione dell’industria discografica per come l’abbiamo conosciuta,
l’estetica della cosiddetta "serie b", spesso cadetta solo per
contesti produttivi e non certo in termini di risultato. Un linguaggio
costruito su vincoli - pochi soldi, poco tempo, mezzi limitati - in apparenza
restrittivi, ma dai quali sono scaturite, a volte, opere basate sull’ingegno
e sull’improvvisazione anziché su ideali di compiutezza, lavori crudi,
minimalisti e sanguigni in grado di inventare un mondo non potendosi permettere
di costruirne uno tramite processi industriali. Ognuno di noi conserva,
al di fuori del mainstream, i titoli "del cuore" di una geografia
emotiva minore, forse, ma non meno significativa nell’indicizzare le tappe
di una formazione com’è ovvio fatta non di soli capolavori, bensì di piccole
idiosincrasie, simpatie imperscrutabili, moti d’affetto spontanei.
Ecco, se della serie b esistesse un canone, o qualcosa di simile, Sophie
Gault - originaria del Maryland ma da tempo residente nella music
city del Tennessee - ne farebbe parte ad honorem. Perché i suoi album
(a oggi tre) appartengono al novero di quelli che non troverete (quasi)
mai nelle playlist di fine anno (figurarsi in quelle di fine decennio),
non cambieranno o raddrizzeranno la storia, non rovesceranno prospettive
né daranno luogo a epigoni, eppure sono in grado di accompagnare in maniera
sovente ben più duratura di quanto non capiti alle creazioni ritenute
d’importanza capitale. Forse perché, a essere importante per Gault, è
solo l’adrenalina, l’aggressività quasi infantile fuoriuscita nella giovinezza,
ascoltando gli Stones col padre, e quindi Unhinged (cioè
svitata, instabile, con chiaro riferimento al disturbo bipolare
di cui soffre l’autrice) finisce per funzionare un po’ come un talismano,
da tirare fuori nel momento in cui si desideri una botta d’energia, qualche
graffio di Telecaster, sfuriate countreggianti come ai tempi del cow-punk
e il rotolarsi nella polvere e nella malinconia di una ballata stracciona.
In Unhinged non troverete nient’altro se non questo, tutto desunto da
rivisitazioni ululanti di brani da Mando Saenz, Buck Owens e Robert Johnson,
abbinati a cinque pezzi autografi, più uno del collega Adam “Ditch” Kurtz
(I Thought The Whiskey Would Help, cavalcata degna dei Jason &
The Scorchers più imbizzarriti) e Is There Anyone
Out There, una stupenda serenata conclusiva, senza nulla da
invidiare ai capisaldi del songwriting texano, recante la firma di Gurf
Morlix (presente anche alla voce). Le danze vengono aperte dalla scoppiettante,
biblica rilettura di Love’s Gonna Live Here (Owens), perfetto antipasto
alla baraonda elettrica di Pocket Change
(dove appare anche l’autore Saenz), al rock-blues da roadhouse della stradaiola
Merlot Dodge Dart (dove la slide ringhia a tutto spiano) e allo
sconquasso di una pestata Stop Breaking Down
(Robert Johnson), teppistica, ammiccante e sfacciata come sarebbe
piaciuto ai Glimmer Twins in vacanza nella Los Angeles del country-punk.
Chestnut Street infilza il country con lo spirito ribelle del rock
and roll più anarcoide, mentre la chiassosa Stowaway e la bluesata,
sporchissima title-track cercano l’estasi in un gesto chitarristico tanto
febbrile quanto coinvolgente (soprattutto nel delirio quasi psichedelico
della seconda, benissimo gestita dalla sei corde di Sol Littlefield e
dalla sferzante sezione ritmica di Tim Denbo al basso e Fred Eltringham
ai tamburi). Last Call Rock & Roll è
l’ultima chiamata alle armi di una concezione della musica nella quale
schegge, rasoiate e fucilate si inseguono senza soluzione di continuità,
ma senza mai rinunciare alla cantabilità del country, al punto fermo di
una melodia sgualcita da strappare alle tradizioni, a un’esecuzione talmente
enfatica e sopra le righe da strappare un sorriso istintivo e lenire la
nostalgia di quanti rimpiangano la prima Lydia Loveless.
Ogni episodio di Unhinged, è bene ricordarlo, non deroga
mai dalla propria sfera "di genere" e non coltiva ambizioni
particolari; anzi, è la scaletta nel suo complesso a volersi mantenere
coi piedi per terra, estranea a ogni ipotesi di complicazione rispetto
al canovaccio strapazzante di un rock delle radici dai modi bruschi e
taglienti. Perciò, si diceva, quelli di Sophie Gault sono album non per
tutti i momenti, da consumarsi magari "al bisogno". Ma non mi
stupirei se, per chi legge questo sito, il bisogno si facesse ricorrente.