[Home]
 
 
Acquista (#pubblicità)
Condividi
     
 

Sophie Gault
Unhinged
[Torrez Music Group 2026]

Sulla rete: sophiegault.com

File Under: last call rock & roll


di Gianfranco Callieri (27/01/2026)

Come il cinema e la letteratura, anche la musica ha conosciuto, prima della dittatura dell’indistinto a cui ci ha costretto la deflagrazione dell’industria discografica per come l’abbiamo conosciuta, l’estetica della cosiddetta "serie b", spesso cadetta solo per contesti produttivi e non certo in termini di risultato. Un linguaggio costruito su vincoli - pochi soldi, poco tempo, mezzi limitati - in apparenza restrittivi, ma dai quali sono scaturite, a volte, opere basate sull’ingegno e sull’improvvisazione anziché su ideali di compiutezza, lavori crudi, minimalisti e sanguigni in grado di inventare un mondo non potendosi permettere di costruirne uno tramite processi industriali. Ognuno di noi conserva, al di fuori del mainstream, i titoli "del cuore" di una geografia emotiva minore, forse, ma non meno significativa nell’indicizzare le tappe di una formazione com’è ovvio fatta non di soli capolavori, bensì di piccole idiosincrasie, simpatie imperscrutabili, moti d’affetto spontanei.

Ecco, se della serie b esistesse un canone, o qualcosa di simile, Sophie Gault - originaria del Maryland ma da tempo residente nella music city del Tennessee - ne farebbe parte ad honorem. Perché i suoi album (a oggi tre) appartengono al novero di quelli che non troverete (quasi) mai nelle playlist di fine anno (figurarsi in quelle di fine decennio), non cambieranno o raddrizzeranno la storia, non rovesceranno prospettive né daranno luogo a epigoni, eppure sono in grado di accompagnare in maniera sovente ben più duratura di quanto non capiti alle creazioni ritenute d’importanza capitale. Forse perché, a essere importante per Gault, è solo l’adrenalina, l’aggressività quasi infantile fuoriuscita nella giovinezza, ascoltando gli Stones col padre, e quindi Unhinged (cioè svitata, instabile, con chiaro riferimento al disturbo bipolare di cui soffre l’autrice) finisce per funzionare un po’ come un talismano, da tirare fuori nel momento in cui si desideri una botta d’energia, qualche graffio di Telecaster, sfuriate countreggianti come ai tempi del cow-punk e il rotolarsi nella polvere e nella malinconia di una ballata stracciona.

In Unhinged non troverete nient’altro se non questo, tutto desunto da rivisitazioni ululanti di brani da Mando Saenz, Buck Owens e Robert Johnson, abbinati a cinque pezzi autografi, più uno del collega Adam “Ditch” Kurtz (I Thought The Whiskey Would Help, cavalcata degna dei Jason & The Scorchers più imbizzarriti) e Is There Anyone Out There, una stupenda serenata conclusiva, senza nulla da invidiare ai capisaldi del songwriting texano, recante la firma di Gurf Morlix (presente anche alla voce). Le danze vengono aperte dalla scoppiettante, biblica rilettura di Love’s Gonna Live Here (Owens), perfetto antipasto alla baraonda elettrica di Pocket Change (dove appare anche l’autore Saenz), al rock-blues da roadhouse della stradaiola Merlot Dodge Dart (dove la slide ringhia a tutto spiano) e allo sconquasso di una pestata Stop Breaking Down (Robert Johnson), teppistica, ammiccante e sfacciata come sarebbe piaciuto ai Glimmer Twins in vacanza nella Los Angeles del country-punk.

Chestnut Street infilza il country con lo spirito ribelle del rock and roll più anarcoide, mentre la chiassosa Stowaway e la bluesata, sporchissima title-track cercano l’estasi in un gesto chitarristico tanto febbrile quanto coinvolgente (soprattutto nel delirio quasi psichedelico della seconda, benissimo gestita dalla sei corde di Sol Littlefield e dalla sferzante sezione ritmica di Tim Denbo al basso e Fred Eltringham ai tamburi). Last Call Rock & Roll è l’ultima chiamata alle armi di una concezione della musica nella quale schegge, rasoiate e fucilate si inseguono senza soluzione di continuità, ma senza mai rinunciare alla cantabilità del country, al punto fermo di una melodia sgualcita da strappare alle tradizioni, a un’esecuzione talmente enfatica e sopra le righe da strappare un sorriso istintivo e lenire la nostalgia di quanti rimpiangano la prima Lydia Loveless.

Ogni episodio di Unhinged, è bene ricordarlo, non deroga mai dalla propria sfera "di genere" e non coltiva ambizioni particolari; anzi, è la scaletta nel suo complesso a volersi mantenere coi piedi per terra, estranea a ogni ipotesi di complicazione rispetto al canovaccio strapazzante di un rock delle radici dai modi bruschi e taglienti. Perciò, si diceva, quelli di Sophie Gault sono album non per tutti i momenti, da consumarsi magari "al bisogno". Ma non mi stupirei se, per chi legge questo sito, il bisogno si facesse ricorrente.



<Credits>