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danza globale di
Nicola Gervasini (18/05/2015)
A
conti fatti, hanno davvero fatto bene i Sacri Cuori a non scegliersi un
nome anglofono: è vero, la loro proposta guarda oltrefrontiera, e sicuramente
nascono anche loro dal sottobosco di band "american-like" che popola
(tra mille sogni infranti e difficoltà di ribalte adatte) le province della penisola.
Ma la band capitanata da Antonio Gramentieri sta portando avanti un discorso ambizioso
e, in qualche modo, nuovo: non più musicisti italiani che "fanno gli americani",
e neppure italiani che cercano di nobilitare il nostro mondo tradizionale (i tanti
progetti in dialetto sentiti dopo che Creuza de Ma sdoganò l'idea dell'esistenza
di una "musica etnica italiana"), ma l'idea che gli elementi di musica italiana
(liscio, melodica o rock che sia) possano tranquillamente partecipare ad un melting
pot globale senza perdere nulla della propria identità.
Già con Rosario
i Sacri Cuori avevano accarezzato il concetto, ma Delone comincia
davvero a portare i primi importanti risultati. Perché è un disco vario, di vedute
aperte, forse fin troppo eclettico, ma i Sacri Cuori sono prima di tutto dei provocatori,
nel senso buono del termine. L'ascolto di un loro disco infatti non finisce col
tasto stop al termine dell'ultimo brano, anzi, si potrebbe dire che è lì che inizia,
perché le mille idee disordinatamente sparse e spesso volutamente abbozzate che
popolano questi brani sono lì per tutti, per il musicista che alla fine di Delone
troverà ispirazione per una nuova canzone, e per noi che ascoltiamo e che scopriamo
quanto anche la nostra infinita collezione di dischi di roots-music e classic-rock
possa essere espressione di una visione musicale parziale. I paragoni con i Calexico
sono finiti dunque, quelli vanno nella direzione di trovare non più il suono,
ma la canzone perfetta (si ascolti il recente Edge Of The Sun), i Sacri Cuori
continuano invece a cercare la base strumentale per il disco del futuro.
Che
non definiremo "roots" (radici) semplicemente perché qui siamo già oltre, alle
prese con un genere che definirei "bud" (germoglio), in attesa che diventi un
fiore vero e proprio (categoria "bloom"). L'elenco dei nobili collaboratori (Evan
Lurie, Marc Ribot, Steve Shelley dei Sonic Youth, Howe Gelb) serve
solo a sottolineare la visione globale della loro musica, così come l'utilizzo
della suadente voce di Carla Lippis, italo/australiana che regala con La
Danza (presente anche in differente versione in inglese) e una title-track
in puro stile alla Lee Hazlewood/Nancy Sinatra i brani forti del disco. In mezzo
a tante lingue (italiano, inglese, e pure francese in Seuls Ensemble) troverete
i loro tipici strumentali che guardano alla commedia italiana (La
Marabina, Dirsi Addio a Roma), al noir (El
Comisario), al tex-mex (Bendingo),
o a nuove forme di blues (Portami Via, Cagliostro Blues). Si ascolta
(Billy Strange), e si balla (Madalena)
la musica dei Sacri Cuori, ma soprattutto si pensa a dove potrà arrivare incontrando
per strada nuovi compagni di un viaggio importante proprio perché privo di una
meta fissa predefinita.