Sensibilità nordica, potremmo affermare, musica
introspettiva e dolcemente malinconica nel quarto lavoro di questa interessante
autrice norvegese, ma per metà di origini americane, con quella madre
nata in Colorado che le ha trasmesso l’amore per la lingua inglese e,
immaginiamo, anche un debole per un certo lessico musicale di matrice
folk. Signe Marie Rustad è cresciuta in una fattoria nel centro
della Norvegia, circondata da boschi e fiumi che ne hanno forgiato la
poetica intima delle canzoni, non a caso dominante nei primi due lavori
pubblicati a partire dall’esordio del 2012 (Golden Town), guardando
al gesto acustico dell’Americana e dell’ultima generazione di cantautrici
d’oltreoceano.
L’album che ha fatto da spartiacque è When Words Flew Freely del
2019, che le è valso una nomination agli Spelleman award (il principale
premio musicale in patria) per la parte lirica, oltre a collocare più
in vista il suo nome sulla scena nazionale, grazie alla partecipazione
ad alcuni importanti festival (Øyafestivalen). Si realizza così uno scarto
verso sonorità più stratificate, con una scrittura al pianoforte ed echi
di quel Laurel Canyon che inevitabilmente conduce alla musa Joni Mitchell.
Il passo ulteriore è rappresentato dal qui presente Particles of
Faith, breve raccolta di sette canzoni (poco più di mezz’ora di
musica, per quello che un tempo sarebbe forse passato per un ep) che si
concentrano sul mondo interiore dell’autrice e su quel naturale riflesso
che si proietta all’esterno, risaldando il legame con i musicisti che
da qualche anno la accompagnano anche dal vivo.
Lo spostamento nella direzione di un folk rock più elaborato, con contorni
pop e suoni più “atmosferici”, che richiamano colleghe quali Natalie Merchant
o Tori Amos, è evidente nell’utilizzo di moog, mellotron, piano elettrico
e sintetizzatori, un drappo sonoro che affianca le chitarre e la voce
gentile di Signe fin dalla fugace introduzione di Welcome Back.
Nel brano è presente un primo assaggio del sax di Harald Lassen, jazzista
norvegese che tornerà a mettere la sua firma nell’episodio forse più affascinante
dell’album, Carrickalinga (dal nome
di una località del sud dell’Australia, frutto di un viaggio della stessa
Rustad), una coda di tre minuti di assolo che impreziosisce una canzone
dai toni delicati. È il mood generale che contraddistingue l’intero Particles
of Faith, a tratti più incline a dilatare gli arrangiamenti (I
Loved You From Before, Waiting), altre volte cedevole verso
un folk rock cristallino e lieve nella parte melodica (Hello It’s Me,
Bark Up Someone Else’s Tree, la più pop del lotto), fino a toccare
l’essenza acustica di partenza della Rustad come songwriter (la chiusura
con la stessa Particles of Faith).
Un disco che non svela particolari novità stilistiche, eppure costruito
con grande eleganza, merito anche della direzione artistica e della produzione
di Kenneth Ishak.