Eccentrico fin dalla copertina un po’ freak in stile
Robert Crumb, il sesto album di studio di Jonathan Wilson, non
contando ep, singoli e deviazioni di percorso varie, si presenta come
una palese reazione contraria al precedente Dixie
Blur. Tanto quell’album aveva rappresentato “un ritorno alle radici”
del musicista, originario della North Carolina, una sorta di discesa a
patti con Nashville, dove era stato prodottto, e tutto l’immaginario country
rock settantesco che ne derivava, quanto il nuovo Eat the Worm si
muove in controtendenza, abbracciando un caleidoscopio di suoni e visioni
che mettono insieme lussurioso pop orchestrale, morbida psichedelia californiana,
divagazioni jazzy, interferenze elettroniche e altri "oggetti"
non meglio identificati.
Non deve essere stato estraneo al cambiamento il ruolo che Wilson ha assunto
di recente nella band di Roger Waters, accompagnando in tour l’ex Pink
Floyd come chitarra solista e direttore/illusionista di sonorità d’annata,
ma è lo stesso Jonathan che ci tiene a descrivere la nascita di Eat
the Worm come una specie di ribellione al suo lavoro di produttore,
che in queste stagioni lo ha tenuto occupato a Los Angeles, mettendo la
firma, tra gli altri, sugli ultimi dischi di Angel Olsen e Margo Price.
Liberandosi di alcune “catene”, accentuando testi dalla natura bizzarra
e provocatoria, dove elementi biografici e pensieri personali si intrecciano
a passaggi umorali e ironici (valgano per tutti gli epidosi di Bonamossa,
storpiatura del ben noto cognome del chitarrista rock blues, oppure una
B.F.F. che se la prende con i “falsi discepoli” di Jerry Garcia,
a cominciare da John Mayer...), Eat the Worm ricorda da vicino
la grandeur autoreferenziale di certi lavori di Father John Misty, peraltro
musicista con il quale Wilson ha più volte collaborato.
Spesso fuori dalle righe, capace di trasformare il proprio carattere nell’arco
dello stesso brano, il disco soffre di quella smania di sorprendere e
stravolgere a ogni costo, sacrificando l’eleganza comunque originale di
una traccia quale l’iniziale Marzipan,
le movenze “tropicalia” di Wim Hof o l’omaggio alla California
pop di una ballata come East L.A.,
tra Harry Nilsson e Brian Wilson, sull’altare di una ricerca ossessiva
dell’eccentrico, un’indulgenza nei confronti di tutti i suoni che gli
passano per la testa, che finisce per soffocare la natura folk di una
ballata come Lo and Behold o i frammentari spunti psichedelici
di Ol’ Father Time.
Sono momenti, passaggi rivelatori di quello che avrebbe potuto essere
e che alla fine Eat the Worm non è stato, lasciando deragliare
il suo protagonista (che come sempre fa e disfa, suona e dirige molta
della strumentazione in studio) tra la suite “pinkfloydiana” di Charlie
Parker, i beat sintetici della citata Bonamossa, il florilegio
di archi degni della peggiore Electric Light Orchestra in una pasticciata
The Village is Dead e una chiusura degna di una West Coast messa
in musical con Ridin’ in a Jag. Tutto troppo eccessivo per essere
assimilato in un colpo solo.