Cosa sono
queste chitarre? Cos’è questa elettricità che scalcia nervosa? Il valzer
rock di The Feats of St. John, con la partecipazione del violino
di Warren Ellis (Bad Seeds), spiazza in apertura del quinto album solista
di Glen Hansard, facendo quasi ritorno ai lontani giorni dei Frames,
la band che lo rese un culto in Irlanda, prima del successo internazionale.
È un tumulto che prosegue, anzi, si amplifica con la rumorosa e caotica
Down on Our Knees, lasciando presagire un cambio di rotta inaspettato,
una nuova stagione per il cinquantenne sonwgriter di Dublino, che in fondo
aveva già scosso dalle radici il suo albero musicale con l’ombroso pserimentalismo
del precedente The Wild
Willing, forse il suo album più “comolicato”.
Niente di tutto ciò scalfisce realmente il cuore di All That Was
East Is West of Me Now, che in quel dittico iniziale concentra
soltanto una parte della sua energia pensosa (per riprenderla quindi nel
finale), dando spazio a melodie malinconiche e ballate uggiose per tutto
il corpo centrale del disco. Un lavoro quest’ultimo che nasce sulla strada,
meglio, fra i tavoli di un pub, quello dello stesso Glen Hansard, che
nella sua terra e fra la sua gente ha lasciato decantare queste canzoni
suonandole per diversi mesi davanti a un pubblico più o meno "distratto",
mettendole alla prova. Una volta tornato a Dublino, in studio con il collaboratore
storico David Odlum, le ha rivestite di una coltre riflessiva, forse all’eccesso,
ma restituendo bene l’idea centrale dell’intero All That Was East Is
West of Me Now, che fin dal titolo trasmette il senso dello scorrere
del tempo, l’idea che Glen abbia più vita alle spalle che davanti, ma
senza crucciarsi nella nostalgia, semmai cercando le ragioni dell’amore
per noi stessi e la nostra esistenza.
C’è tutta la poetica del cantautore irlandese, tornato di recente anche
a rispolverare dal vivo il suo fortunato duo con Markéta Irglová, anche
se i tempi del celtic soul, del respiro folk, un po’ Van Morrison e un
po’ Dylan, sono oggi distanti. L’eccezione è l’emozionante inno di
There’s No Mountain, pezzo da novanta o forse soltanto ricordo
passeggero del Glen Hansard più amato, dentro un album che altrove però
dirige il suo sguardo: nelle meditazioni di Sure as the Rain, nelle
pulsazioni rarefatte di Between Us There Is Music, nella fragile
sontuosità di Ghost, canzoni in apparenza delicate ma spesso “gonfiate”
armonicamente dagli arrangiamenti per archi di Gareth Quinn Redmond e
dai contorni delle tastiere di Ruth O’Mahony-Brady.
Una tendenza che a tratti schiaccia il disco sull’unico versante delle
emozioni, creando un effetto forzato, forse lo stesso che Hansard cercava
di rompere con l’incipit elettrico di cui sopra. Un esperimento, quello
di resuscitare l’antica anima tra epica rock e delicatezza indie dei Frames,
che riemerge nel rush finale, con esiti sussultanti in Bearing Witness
e più drammatici in Short Life, ma senza mai sfuggire davvero a
quel tono vagamente lamentoso e rassegnato che sembra trattenere queste
canzoni.