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Glen Hansard
All That Was East Is West Of Me Now
[Anti- 2023]

Sulla rete: anti.com

File Under: turbolenze folk (rock)


di Fabio Cerbone (02/11/2023)

Cosa sono queste chitarre? Cos’è questa elettricità che scalcia nervosa? Il valzer rock di The Feats of St. John, con la partecipazione del violino di Warren Ellis (Bad Seeds), spiazza in apertura del quinto album solista di Glen Hansard, facendo quasi ritorno ai lontani giorni dei Frames, la band che lo rese un culto in Irlanda, prima del successo internazionale. È un tumulto che prosegue, anzi, si amplifica con la rumorosa e caotica Down on Our Knees, lasciando presagire un cambio di rotta inaspettato, una nuova stagione per il cinquantenne sonwgriter di Dublino, che in fondo aveva già scosso dalle radici il suo albero musicale con l’ombroso pserimentalismo del precedente The Wild Willing, forse il suo album più “comolicato”.

Niente di tutto ciò scalfisce realmente il cuore di All That Was East Is West of Me Now, che in quel dittico iniziale concentra soltanto una parte della sua energia pensosa (per riprenderla quindi nel finale), dando spazio a melodie malinconiche e ballate uggiose per tutto il corpo centrale del disco. Un lavoro quest’ultimo che nasce sulla strada, meglio, fra i tavoli di un pub, quello dello stesso Glen Hansard, che nella sua terra e fra la sua gente ha lasciato decantare queste canzoni suonandole per diversi mesi davanti a un pubblico più o meno "distratto", mettendole alla prova. Una volta tornato a Dublino, in studio con il collaboratore storico David Odlum, le ha rivestite di una coltre riflessiva, forse all’eccesso, ma restituendo bene l’idea centrale dell’intero All That Was East Is West of Me Now, che fin dal titolo trasmette il senso dello scorrere del tempo, l’idea che Glen abbia più vita alle spalle che davanti, ma senza crucciarsi nella nostalgia, semmai cercando le ragioni dell’amore per noi stessi e la nostra esistenza.

C’è tutta la poetica del cantautore irlandese, tornato di recente anche a rispolverare dal vivo il suo fortunato duo con Markéta Irglová, anche se i tempi del celtic soul, del respiro folk, un po’ Van Morrison e un po’ Dylan, sono oggi distanti. L’eccezione è l’emozionante inno di There’s No Mountain, pezzo da novanta o forse soltanto ricordo passeggero del Glen Hansard più amato, dentro un album che altrove però dirige il suo sguardo: nelle meditazioni di Sure as the Rain, nelle pulsazioni rarefatte di Between Us There Is Music, nella fragile sontuosità di Ghost, canzoni in apparenza delicate ma spesso “gonfiate” armonicamente dagli arrangiamenti per archi di Gareth Quinn Redmond e dai contorni delle tastiere di Ruth O’Mahony-Brady.

Una tendenza che a tratti schiaccia il disco sull’unico versante delle emozioni, creando un effetto forzato, forse lo stesso che Hansard cercava di rompere con l’incipit elettrico di cui sopra. Un esperimento, quello di resuscitare l’antica anima tra epica rock e delicatezza indie dei Frames, che riemerge nel rush finale, con esiti sussultanti in Bearing Witness e più drammatici in Short Life, ma senza mai sfuggire davvero a quel tono vagamente lamentoso e rassegnato che sembra trattenere queste canzoni.


    



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