Sole in faccia,
un limpido paesaggio marino e un titolo che sembra ammiccare alla fortuna
sfacciata della vita, dietro però si nasconde qualcosa di più complicato.
A cominciare dalla carriera artistica di Kathleen Edwards, cantautrice
canadese fra le più talentuose dei primi anni Duemila, lanciata alla conquista
dell’Americana oltre i confini nazionali, portata in palmo di mano da
colleghi e stampa e poi finita in un vicolo cieco personale, quasi dieci
anni di blackout discografico e un “buon ritiro” nel suo locale di Ottawa,
una coffee house dove ha lavorato fino al ritorno sulla scene nel 2020.
Venduta l’attività, trasferitasi in Florida con un nuovo compagno e ripresa
confidenza con la scrittura musicale grazie a Total
Freedom, Kathleen aveva forse bisogno di tornare a credere in se stessa,
magari trovando qualcuno che la assecondasse nella traduzione sonora delle
sue idee, facendo emergere nuovamente l’intensità delle liriche e l’afflato
del suo country rock dall’animo inquieto.
Quel momento è giunto grazie alla collaborazione con la produttrice Gena
Johnson e soprattutto con Jason Isbell e la sua band, The 400 Unit,
che creano una simbiosi perfetta in Billionaire, dissotterrando
quell’agrodolce e al tempo stesso aguzza forza emotiva che carettrizzava
i lavori più acclamati della Edwards agli esordi. L’album è infatti quello
che musicalmente ricorda più da vicino i celebrati Failer e Back
to Me, sebbene rivisitati con la maturità di un’autrice alla soglia
dei cinquant’anni e un’esperienza di vita, ombre comprese, che ne hanno
segnato l’evoluzione. Che ci sia un’aria familiare lo si intuisce fin
da Save Your Soul: le chitarre spargono
ruggine alternative country alla Neil Young, mentre la melodia rotola
su tracciati californiani alla Tom Petty, da sempre punti di riferimento
dell’heartland rock della Edwards.
Il graffio di Isbell e della sua solista, così come dei compari di cordata,
sono il toccasana per esaltare i pensieri, sempre acuminati, di Kathleen,
che riesce anche a trovare il coraggio di farsi trascinare nella grandeur
sonora di Say Goodbye, Tell No One,
sei minuti che incedono con un beat sintetico che rimanda alla riscoperta
degli anni 80 operata dai War on Drugs, mai dimenticando il solco rock
d’autore, fino ad esplodere in un epico assolo in coda al brano dove Isbell
scioglie le briglie. La protagonista, sia chiaro, resta Kathleen Edwards
(giusto con qualche impercettibile aiuto delle colleghe Shelby Lynne e
Allison Moorer ai cori), e quell’idea che tutti dovremmo essere Billionaire,
miliardari nella vita sì, ma non grassi e ignoranti riccastri, magari
divenuti nel frattempo presidenti politicanti, semmai esseri umani colmi
di “esperienza, amicizia, obiettivi e ricerca di ciò che ci porta gioia”.
La title track insegue il concetto con il sound più gonfio e drammatico
della raccolta, persino eccessivo nell’enfasi, ma è solo un tratto di
un disco breve, ispirato ed efficacissimo nel riportare a galla il talento
della Edwards e soprattutto quella voce che spezza i sentimenti: dolcissima
e tradizionale in Little Red Ranger e nella gemella Little Pink
Door, folkie e malinconicamente intima come la migliore Suzanne Vega
sapeva essere, pronta a riprendere il battito della strada e di un rotondo
american rock’n’roll in When The Truth Comes
Out e nella sbarazzina FLA, immergendosi nei chiaroscuri
di una Other People's Bands che cresce
di intensità “pettyana” grazie all’impeccabile “accerchiamento” offerto
dai 400 Unit, pronti questi ultimi a trasformarsi nei Crazy Horse in Need
a Ride, la versione Zuma e dintorni di Kathleen Edwards,
concedetemi il richiamo, o la sua personale Cortez the Killer se
preferite, suggestiva ballad elettrica che scende a patti con quella dimensione
desolata del songwriting dell’autrice canadese.
L’apparente dolcezza delle confessioni di Kathleen, che affida la chiusura
del sipario al delicato bozzetto di Pine,
nasconde sempre qualche oscurità personale e in questo gioco di contrasti,
a cui fa ritorno la stessa ingannevole copertina di cui sopra, è racchiuso
tutto il fascino di Billionaire. L’aspettavamo, è tornata, speriamo
per proseguire un tragitto senza più tentennamenti.