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Under:"holding
my dear friends
and drinking wine"
di Nicola Gervasini (01/10/2025)
Se c’è un
aspetto che rende sempre interessante scrivere di musica, è quello di
seguire un artista fin dagli esordi, raccontandone quindi nel corso degli
anni le evoluzioni e la crescita artistica in diretta. Ad esempio, seguo
da tempo le gesta di Joan Shelley, folksinger americana attiva
dal 2010, perché, anche nei suoi esordi da indipendente, ha sempre dimostrato
di poter dare qualcosa in più a un genere spesso relegato nella propria
nicchia di utenza.
Quello di trasportare la grammatica del brit-folk classico anche oltreoceano,
immergendola nei sapori del folk e del country americano, è un'operazione
che non nasce certo con lei, ma sicuramente il suo album Like
the River Loves the Sea del 2019, arrivato dopo che Jeff Tweedy l’aveva
sponsorizzata e aiutata nell’omonima opera precedente, è stata una "milestone"
fondamentale in questo processo, che in questi anni, tra l’altro, ha parlato
molto spesso al femminile. Dopo la conferma di The
Spur del 2022, arriva oggi questo Real Warmth a consacrarla
tra i nomi più importanti (e ormai sono tanti) del cantautorato odierno.
Le registrazioni del nuovo disco sono tornate in patria, in Michigan,
dopo le trasferte (persino islandesii) dei precedenti lavori, dove con
il compagno e chitarrista Nathan Salsburg, e la vicinanza della
figlia, ha trovato nuova ispirazione. E la collaborazione di amici e colleghi
a noi ben noti come Doug Paisley o Ben Whiteley (bassista dei The Weather
Station, anche produttore dell’album) testimonia quanto il suo nome sia
ormai considerato tutt’altro che assimilabile a quello di una outsider.
Dal punto di vista compositivo questi nuovi tredici brani segnano poi
un ulteriore ampliamento del suo spettro di riferimenti, che tornano ad
essere più statunitensi, con l’aggiunta di qualche sapore jazz (sentite
il sax di Karen Ng in On The Gold and The Silver)
o country (Who Do You Want Checking in on You).
Insomma, la lezione di Joni Mitchell resta sempre dietro l’angolo per
tutte queste nuove regine della canzone elettro-acustica, ma la Shelley,
come altre colleghe, ha ben chiaro come far valere la propria personalità,
anche nei testi sempre molto personali e originali, che sanno essere poetici
e gentili, ma anche crudi quando l'autrice esprime la propria veemente
protesta verso un mondo difficile da comprendere (The Orchard).
Ma è un caso, perché ovunque spira aria di famiglia e idea di comunità
(Everybody, ma anche nell’iniziale e programmatica Here
in The High and Low), ed è forse proprio questo confronto tra
la propria dimensione casalinga, così pacifica e piena d’amore, e l’orrore
che regna nel mondo, che ammanta il disco di una inquietudine evidente
per un futuro tutt’altro che chiaro (Heaven Knows, Give It Up,
It’s Too Much). Sono canzoni da scoprire una ad una, e da ascoltare
come al solito nel vostro silenzio, se avete la fortuna di trovarne ancora
uno in questo volgare chiasso nel quale un disco sussurrato come Real
Warmth faticherà a farsi sentire.