Russ
Tolman fa parte di quell’esercito di loser, arruolati negli
anni Ottanta, che non hanno mai smesso di stare on the road, semplicemente
perché fare musica non era un’opzione bensì l’unica e sola ragione di
vita. Lui, come gli altri profeti del Paisley Underground o del cantautorato
collaterale, non fosse stato animato da una passione inestinguibile, non
avrebbe potuto resistere così a lungo in quella sorta di penombra in cui,
pian piano, si è trovato improvvidamente relegato. Ciò detto, inutile
nasconderlo, dover parlare dell’ex True West ci mette in partenza in una
posizione non troppo comoda. C’è la grande stima per il lavoro di un artista
che non ha mai tradito il suo verbo, la sua storia, la sua musica, al
contempo c’è da capire, con giusto spirito critico, dove è giunto oggi,
a settant’anni appena scoccati.
Incominciamo col dire che Stray forse non è proprio quello
che ci si poteva attendere dopo il buonissimo Goodbye Eldorado,
oramai risalente al 2019, nel senso che, pur mantenendo ben saldi i principi
generali, devia parecchio dal dominante roots country del suo predecessore.
Vero che la direzione intrapresa è sempre coerente e perfettamente plausibile,
ma non siamo sicuri sia quella che più ci aggrada. Il suono è senz’altro
più classico, il profumo degli anni Sessanta e dei Cinquanta si fa piacevolmente
più intenso, varia il mood, variano le atmosfere e, non fosse per qualche
felice deviazione, ci troveremmo di fronte a un disco temporalmente piuttosto
fuori contesto.
In termini più semplici, se è vero che ci eravamo già abituati all’idea
di non incontrare più il Russ Tolman del revival psichedelico californiano
degli anni Ottanta o del rock polveroso e acidulo dei primi due, pregiati,
album solisti, è altrettanto vero che a noi la sua versione Americana
2.0 non era affatto dispiaciuta. Solo una questione di gusti? Probabilmente
si, visto che il risultato di questo nuovo lavoro è comunque apprezzabile
e visto che, come anticipato, parliamo di un uomo che deve evidentemente
iniziare a fare i conti con l’età, con una diversa sensibilità, con un
mondo per tanti versi estraneo al suo vissuto.
Si parte con Streets of Denim, brano
per il quale non occorre leggere le note di copertina per scoprire che
c’è di mezzo Steve Wynn (nello specifico in qualità di coautore).
È una di quelle “deviazioni” di cui parlavamo prima, assieme a
It’s Because che non può non far venire in mente il Tom Petty
di Wildflowers. Entrambe, per la cronaca, sono le cose migliori
dell’album. Poi abbiamo, quale altra anomala incursione, il brano omonimo
che avvia il tema in una forma che può ricordare un po' Elliott Murphy
o, per altri versi, i nuovi Mountain Goats e che finisce, invece, per
omaggiare senza troppi misteri i Byrds. Tutto il resto, come detto, privilegia
l’aspetto melodico, il mainstream, il classico un pò rivisitato. C’è il
soul di My Way Back e di Make it Fine, canzoni che si fanno
ascoltare con estremo agio. C’è Hello Rising Sun, nostalgica ballata
vintage che passeggia lungo un orizzonte sbiadito. C’è, ancora, una Our
Love che esplora piuttosto, senza troppe velleità, territori jazz
anni venti-trenta. Anche le due cover inserite in scaletta, Why
Do We Fight di K.D. Lang e Laura Veirs e If
It’s Really Got To Be This Way di Arthur Alexander, rispettano
la medesima linea espressiva.
Il risultato complessivo è senz’altro all’altezza. La band, dal canto
suo, asseconda Russ in tutto. Tom Heyman (chitarra e pedal steel), già
a fianco di Chuck Prophet, Hiss Golden Messenger e Alejandro Escovedo,
è quello che riesce a trasfondere il giusto mood, Mike Coykendall (batteria)
e Rusty Miller (basso e pianoforte) compongono una sezione ritmica che
fa il suo con grande coerenza e sobrietà. Funziona sostanzialmente tutto.
Stray non è certamente un capolavoro e forse pecca di un
tantino di asetticità. Qualche “disturbo” in più avrebbe reso la raccolta
più intrigante, ma questo crediamo sia il tributo che il nostro veterano
abbia dovuto pagare al nuovo millennio, all’era digitale che pulisce,
azzera, ricalibra, livella e, in fondo, appiattisce e, diciamolo, imbruttisce
la musica. Poco importa o molto importa, sta di fatto che uno come Russ
continuiamo a tenercelo stretto, difetti inclusi.