L'amore ai tempi dell'apocalisse
Racconti da un futuro prossimo
a cura di Paolo Zardi
[Galaad Edizioni, 300 pp. ]

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Come scriveva Kenneth Patchen sono "non molti i regni rimasti" a ospitare i germi dell'amore e oggi, in particolare, è ancora più complicato leggerli nell'ora "di questo tempo frastornato, vile, dove bussole impazzite indicano una rotta inesistente e i fiumi sembrano a un passo dallo scorrere al contrario". La definizione, che sembra indicare più un senso di disorientamento che una valutazione morale, introduce le coordinate essenziali per accedere ai racconti che compongono L'amore ai tempi dell'apocalisse, una bella selezione di narratori italiani che si sono confrontati con l'arduo tema, ovvero "l'unico potente legame in grado di ancorarci alla nostra vera natura". L'ambizione è sacrosanta e condivisa da tutti (ecco l'elenco completo dei convocati, in rigoroso ordine alfabetico: Francesca Bonafini, Denise Bresci, Simona Castiglione, Piergiuseppe Cavalli, Francesco Coscioni, Federica De Paolis, Caterina Falconi, Dario Falconi, Valentina Ferri, Emanuele Kraushaar, Roberta Lepri, Nicola Manuppelli, Matteo Moscarda, Nicola Pezzoli, Marco Piazza, Ugo Polli, Michele Ruol, Marina Sangiorgi, Ilaria Vajngerl, Carlo Vanin, Silvia Zagolin, Paolo Zardi) e del resto contiene già le contraddizioni, le domande, le ipotesi e le deviazioni che attraversano, pur senza una linea coerente, tutte le visioni qui radunate. A partire dai tentativi di comprendere ciò che è o non è nella natura e nella natura umana, in quell'attimo fuggente prima o dopo la fine del mondo o di un mondo, così come l'abbiamo conosciuto. Non meno dell'amore, l'apocalisse dipende dai punti di vista, dalla prospettiva, dalle proiezioni mentali e oniriche e nella puntuale prefazione Paolo Zardi è abbastanza esplicito nell'indicare quali sono gli scenari che si dipanano da lì in poi: "Questi racconti parlano di amori carnali, amori sensuali, amori filiali e paterni portati alle loro più estreme conseguenze, di amori solitari, disperati o pieni di speranza, in modi vuoti e desolati, tra sordidi quartieri a luci rosse o in silenziosi appartamenti, lungo sotterranei scavati a mani nude, su pianeti lontani, nella portineria di un palazzo, un attimo prima o un attimo dopo l'apocalisse. Storie di mutazioni genetiche, di sessi che si fondono, di contaminazioni tra telefoni e esseri umani, di folle autoerotismo, e di uomini e donne comuni posti di fronte a una fine del mondo che avviene per consunzione, per sfinimento. E in queste storie così diverse tra loro, in questo paesaggio dove amore e morte si intrecciano indissolubilmente, l'apocalisse sembra tornare al suo originale significato: rivelazione".

Bisogna dire che non mancano di fantasia e fantascienza, di elementi parodistici e grotteschi (le parti migliori sono proprio quelle più eccentriche ed eccessive) nel commentare L'amore ai tempi dell'apocalisse che è molto tecnologico e molto social, anche se di sociale ha davvero poco. Stando ai racconti l'apocalisse non sarà molto diversa, almeno a livello di sentimenti, da quello che è già adesso, con quel suo clima di frammentazione e di esclusione che vengono sublimate nella confusione tra sesso, amore, desiderio, tentazione e rimpianto. Se c'è una consapevolezza è quella strisciante per cui La strada di Cormac McCarthy (citato tra gli altri da Nicola Pezzoli in Le scimmie che c'erano prima e da Federica De Paolis in Il dopo è già qui) abbia anticipato e già concluso ogni ipotetica emozione apocalittica. Il termine di confronto è quello e in questo gli scrittori che si cimentano con L'amore ai tempi dell'apocalisse si trovano in buona compagnia perché nelle loro proposte si percepisce la stessa tensione di T. C. Boyle. Lo scrittore americano, che ha intravisto a modo suo una delle tante, possibili apocalissi con Gli amici degli animali (lettura sempre consigliata, e utilissima) ha confermato quanto si legge in La strada: prima o poi consumeremo tutto, poi ci mangeremo tra di noi. Forse non è casuale che Amen di Ilaria Vajngerl apra la raccolta raccontando una nevrotica love story a distanza, e parlando proprio di vivande. Il rapporto tra sesso e cibo non è nuovo, con tutti i meccanismi che condivide, le parti anatomiche, gli appetiti, ma qui spinge a valutare una ben stramba evoluzione della specie tanto che Nicola Pezzoli scrive: "Dovessi riprodurmi in qualche modo inaspettato, farò di tutto perché i miei discendenti non sappiano niente delle scimmie che c'erano prima. Le scimmie come me".

L'amore ai tempi dell'apocalisse
è un crudo reality letterario, una serie di finestre spalancate su altrettanti incubi, storie d'amore che prendono forme molto diverse. L'unica linea è un certo tono surreale che poi è forse l'unico rimediabile per collocare in una cornice di senso il mondo bizzarro così come lo conosciamo. I tentativi sono apprezzabili, variegati e interessanti e trovano una qualche parentela con scrittori come George Saunders, Stephen Wright, Steve Erickson, anche se poi quello che racconta La strada, e ancora prima tutta la progenie cinematografica dei film ispirati o generati dalla saga di Mad Max, è l'istinto della sopravvivenza che si traduce in attività basilari: raccogliere, cacciare, allevare, coltivare, sulla crosta terrestre così come sulla superficie di Marte, in città ormai disabitate o in lande desolate. E' un elemento che convive con una forte componente di nostalgia, nemmeno tanto nascosta dalle forme psichedeliche dei racconti che compongono L'amore ai tempi dell'apocalisse.

Annunciata e prodotta da eventi insondabili o più spesso e più realisticamente da una o più guerre e ci sarà una guerra, perché c'è sempre stata, e non è una novità, come è evocata nel racconto di Nicola Manuppelli "che si prepara all'apocalisse traducendo libri americani" o come ricordano Denise Bresci e Ugo Polli in Danzando nella danza della distruzione con la loro versione della Bomba di Gregory Corso, la metamorfosi dell'apocalisse appare come l'occasione per una significativa variazione temporale, un bel salto all'indietro nel tempo, verso qualcosa che era molto semplice, e naturale. La catastrofe sembra frutto della nostalgia perché più o meno per tutti, disseminata nei racconti c'è questa tendenza a tornare a uno stadio primordiale, primitivo, persino a una ricerca di uno spirito elementare, ma è opinione condivisa che sia ormai troppo tardi perché, come scrive Paolo Zardi in Vita, "la vita, quel misterioso composto del carbonio che per tre miliardi di anni aveva superato ogni ostacolo, stava finendo nel giro di una settimana, nel silenzio più assoluto. Smisero di parlarsi, non per paura, un sentimento che avevano imparato a gestire durante la lunga preparazione alla missione, ma per un profondissimo orrore che nessun essere umano aveva mai provato. Sapevano che non c'era alcun posto dove tornare".

Non c'è dubbio che la vera catastrofe sia il genere umano: incapace di controllare gli istinti, proprio come un qualsiasi animale, ma autodistruttivo e suicida, il che resta pur sempre incomprensibile. Nemmeno l'inferno (così come è raccontato nel visionario Come Pinky e Panky di Carlo Vanin, che si prepara all'apocalisse "costruendo un altro universo in cui emigrare") potrebbe cambiare un granché. Questa sì è una percezione abbastanza comune tra gli autori e le autrici di questi "Racconti da un futuro prossimo" perché anche Emanuele Kraushaar in La forma dell'astronave scrive che: "in fondo di questi tempi anche un'astronave aliena non cambierebbe la vita a nessuno". In modo differente, con stile e intelligenza, si associa Valentina Ferri nella conclusione di Il mare di cristallo: "Chi sosta non conquista, al diavolo l'apocalisse, andiamo a vedere mi ero detta. Detto. Fa lo stesso". Siamo andati troppo lontani da casa e come scrive Dario Falconi in L'importanza ermeneutica della botanica: "Il mondo visto da lontano è una sfera piccola che pensavo di poter trattenere in una mano. Visto da vicino diventa un mostro gigantesco, così smisurato che la nostra esistenza gli è totalmente indifferente".

Isolamento, solitudine, incomunicabilità sono i veri residui, le scorie radioattive di un'umanità che ha perso il contatto con se stessa e sarà una sensazione, ma più ci si addentra in questi Racconti da un futuro prossimo e più il senso apocalittico, proprio intenso come rivelatorio, riguarda in modo relativo l'amore e le sue propaggini erotiche, mentre si avvinghia a cercare con convinzione forme di legami e di rapporti non vincolati né da strumenti digitali o analogici, ma neanche dalla scrittura o dalla voce. Sono tutte le varianti della coscienza e dell'incoscienza e qui, in quanto all'amore, scomodiamo L'arte del primo sonno di Silvio Ramat: "Che pece tenera l'inesperienza tua e mia dell'umano, che amore l'amore catafratto d'ironia, questo illudersi a ore alterne d'una maturità che non esiste o almeno non esiste nel nostro destino. Quanto poco fu il tempo per descriverti e meno ancora quello che serviva a viverti. Illeso amore, accento di sorriso sulla mia prima costola fratturata, questo scherzo sottile di primavera, e al suo velo invisibile io e te ringiovaniti nella spera del vaniloquio: la chiave è sul banco che ti apre e mi vuota come l'uno in euforia dopo l'altro i bicchieri".

L'apocalisse dell'amore con ogni probabilità finisce lì, sul fondo. Altre apocalissi sono da mettere in conto come ricorda Nicola Pezzoli perché "la gran maggioranza dei morti viventi (i conformisti, i normali, i servi, gli obbedienti, i nonpensanti, quelli che non leggono libri) l'ha già avuta da un pezzo. Senza nemmeno rendersene conto". Ci sarà una bellezza anche nell'ignoranza, ma stiamo dalla parte di Caterina Falconi quando, con Il cielo rosa su Marte (forse l'embrione di un romanzo), sostiene che "in quest'epoca di innesti e protesi vale ancora la pena di immergersi in una passione". A saldo di tutte le apocalissi, le catastrofi, le metamorfosi, i disastri possibili e immaginabili (amore compreso), è una piccola verità che non teme l'estinzione.

(le citazioni di Kenneth Patchen e Silvio Ramat sono tratte da Poesia d'amore del Novecento, Crocetti Editore)


 


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