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Pier Vittorio Tondelli
Il "sound" di uno scrittore

- a cura di Donata Ricci -

Viaggiatore solitario
Interviste e conversazioni
1980-1991

[Bombiani, pp.432]

Una motivazione ragionevole per celebrare gli anniversari senza che grondino di retorica è il recupero di figure meritevoli ma purtroppo dimenticate. La data del 16 dicembre 2021 segna trent’anni dalla scomparsa di uno scrittore italiano di valore, generazionale per eccellenza, involontariamente divisivo ma che non lascia indifferenti. E’ Pier Vittorio Tondelli, un ragazzone dall’andatura dinoccolata che nasce nel 1955 a Correggio, in provincia di Reggio Emilia, quel lembo di terra compreso tra la Bassa e gli Appennini, da Scandiano a Luzzara, dove si respira ancora lo spirito di Cesare Zavattini e Luigi Ghirri e dove un tempo la Democrazia Cristiana di Dossetti conviveva con il busto di Lenin in mezzo a una piazza. Più tardi qui sarebbe esploso il punk filosovietico dei CCCP Fedeli alla Linea con la loro Emilia Paranoica.

Del Pier Vittorio Tondelli scrittore potremmo raccontare un milione di cose, ai più già note. Meno conosciuto è invece il Tondelli musicale, divoratore delle più disparate sonorità contemporanee e tra i più assidui frequentatori di concerti. Ma non è tutto qui. Per lui la musica è respiro, passo. Il suo paesaggio sonoro è anche paesaggio sentimentale. Mentre scrive ascolta incessantemente ogni genere, dai Tuxedomoon registrati su una C 60 al synth pop dei Frankie Goes To Hollywood che passano le stazioni radio. Fulvio Panzeri, riferendosi a Tondelli, parla di un vero e proprio “sound di scrittura”. E qui siamo in presenza di una di quelle sbalorditive coincidenze che segnano certe storie umane. Perché di Fulvio Panzeri, umile maestro elementare e acuto critico letterario, Bompiani ha recentemente dato alle stampe Viaggiatore solitario, un esaustivo ritratto di Tondelli attraverso conversazioni ed interviste rilasciate nell’arco di un decennio; ma soprattutto perché, in un sovrapporsi di coincidenze a volte sconvolgenti, lo stesso Fulvio Panzeri ci ha lasciati improvvisamente il 25 ottobre scorso, a pochi giorni dall’uscita del suo saggio. Due luminose menti che forse ora se la stanno raccontando, un po’ come quando, in un passo di Viaggiatore solitario, Panzeri spiega a Vicky (si firmava così Tondelli nei primi scritti liceali e così lo chiamavano gli amici) come interpreta il suo “sound di scrittura”. “Guarda – gli dice – secondo me tu sei passato dal rock di Altri libertini alla prospettiva pop di Pao Pao; poi in Rimini hai trovato una sorta di orchestrazione sinfonica dove domina un blues che si contamina con sonorità new romantic e techno e infine nei tre movimenti di Camere separate hai messo in pratica la lezione di Brian Eno e della musica minimale”. E Vicky conferma: “Sì, è vero, cerco di realizzare una scrittura musicale, quasi cantata. La scrittura emotiva è sound, codice sonoro, catena fonica. Ogni pagina che scrivo ha una sua colonna sonora. Per esempio quando ho scritto L’abbandono pensavo a Nina Simone e alla sua The Other Woman, il cui testo piange appunto un abbandono”.

Ecco prendere forma la soundtrack intima del nostro scrittore, dove la passionalità scarnificante di Nina Simone convive con l’irriverenza degli Smiths e di Joe Jackson. Di quest’ultimo piazza addirittura una citazione in esergo a Rimini: “Che lo voglia o no, sono intrappolato in questo rock’n’roll”. Osserva Tondelli: “Mi piaceva questa descrizione, fotografava la mia situazione. Quando scrivevo Rimini era tanto forte l’ossessione delle cassette che utilizzavo, che ho voluto citare alla fine alcuni brani che mi hanno aiutato nel lavoro. Più che una colonna sonora del libro è uno spazio affettivo”. Qualche nome: Elvis Costello, Style Council, Bronski Beat, David Sylvian, Echo & the Bunnymen, Talking Heads. E’ questa la musica che ascolta Tondelli nelle sue scorribande emiliane, prima di gettare lo sguardo sull’Europa: Amsterdam, Parigi, ma soprattutto Berlino, che in quegli anni tra i Settanta e gli Ottanta diventa meta imprescindibile per il punk, le case occupate di Kreuzberg e uno stile di vita disinibito. Ed è in questo periodo che Vicky prende confidenza con la propria omosessualità e impara a riconoscerne i diversi volti, tra i quali purtroppo anche l’AIDS di cui muore a soli trentasei anni. Ma prima c’è spazio per gli anni assetati, per i vagabondaggi notturni senza meta che racconta in Altri libertini, con l’urgenza che è propria dei romanzi d’esordio. Nei viaggi in macchina Vicky trova risposte a bisogni essenziali: movimento, senso di libertà, nuove conoscenze. Per lui è tutto un’istigazione alla poesia. L’automobile è l’utero materno, un guscio protettivo da cui osservare il mondo oltre il finestrino sulle frequenze radio. “In qualità di segnali avevo non tanto i cartelli dell’autostrada quanto quelle frequenze elettroniche. Così che non fu un pannello segnaletico che mi avvertì dell’arrivo a destinazione, bensì le note avvolgenti di una allegra mazurka romagnola diffuse nitide da Radio Antenna Rimini nella luce ormai accecante del mattino e del mare scintillante, verso mezzogiorno” (da Rimini).

“Il mare Adriatico è uno spazio poetico” scandisce in una sorta di liscio esistenziale Vasco Brondi, che a Tondelli s’ispira dichiaratamente. Ma Tondelli a chi si ispira? Jack Kerouac, per forza, nel suo bisogno di viaggiare. Lui stesso riconosce che l’importanza di Kerouac consiste principalmente nell’averci trasmesso il desiderio di fuga. Ma da cosa fugge Vicky? Da svariate asfissie. Per esempio dal pensiero corto della provincia dove, nonostante una laurea con lode in estetica al DAMS, continua ad essere considerato soltanto “una checca”. Fugge dall’ingessatura culturale che soffoca il suo desiderio di letteratura “aperta”. Gli vanno stretti i rapporti canonici con le case editrici, spinge piuttosto perché si aprano varchi per i giovani aspiranti scrittori. E infatti tenacemente mette in piedi il progetto Under 25, un’idea definita all’epoca impossibile, ma che produce ben tre antologie in quattro anni, con centinaia di scritti inviati da ragazzi innamorati della scrittura. E dopo gli anni della fuga, anni ubriachi di chilometri di asfalto e di incontri, arriva un tempo più solitario quando la malinconia, dapprima mascherata, comincia a filtrare dalle crepe interiori. Emerge così il viaggiatore solitario del titolo di Panzeri, che conosce gli sguardi pietosi delle coppiette e la stupidità delle camere singole “in cui i letti sono piccolissimi, i lavabi minimi e i soffitti bassi, come se ogni viaggiatore solitario fosse un nano e non una persona come le altre” ma che conosce anche “l’immensa completezza di questa mia solitudine” (da L’abbandono). La colonna sonora di Vicky muta nel tempo insieme a lui. Così mentre scrive Camere separate ed è trascorso un decennio dal suo esordio, il nostro ragazzone ormai ultratrentenne ha in testa la musica d’ambiente: Steve Reich, Philip Glass, qualcosa di Brian Eno. Musica iterativa, che ripete le stesse cose ma mai nello stesso modo e che ogni volta aggiunge uno scavo ulteriore. Analogia perfetta con la scrittura di Vicky.

Avere davanti a sé i libri di Tondelli, così come stanno sparpagliati sul mio tavolo mentre scrivo queste righe, fa riflettere su come muta la personalità di un individuo con il trascorrere del tempo. Per esempio sul retro della prima edizione di Altri libertini (una Feltrinelli 1980) l’estensore attribuisce al romanzo una “soggettività plurale”, poiché ricorre un “io narrativo”, che è il “ritratto di una generazione”. Definizioni tutte virgolettate e contenenti qualche clichè. Considerazioni condivisibili, certo, ma in Altri libertini c’era già molto altro, anche se non era facile coglierlo in mezzo al vitalismo sfrenato e alla disinvoltura lessicale. Però se prendiamo in mano, per esempio, Biglietti agli amici di qualche anno dopo, troviamo un uomo profondamente cambiato. Troviamo la pacatezza della disillusione, frammenti di malinconia, prose concluse in poche righe e bagnate dalla lontananza di amicizie e amori. C’è un verso significativo scritto in inglese, che dice: “We can’t live together, but we can’t stay apart” - “Non possiamo vivere insieme, ma non possiamo stare separati”. Ma già in Rimini, dove la sovreccitata estate romagnola intreccia le vicende di un gruppo di travestiti con il popolo delle spiagge e delle discoteche, già in questo romanzo apparentemente effervescente, spunta la vertiginosa tristezza di Tondelli. E nei passaggi più toccanti è ancora la musica a prendersi la scena. Perché Alberto è un suonatore di sax che, dopo una notte sfiancante a suonare con l’orchestrina in un locale inondato dal puzzo di whisky e affollato di cinquantenni arrapati e spogliarelliste, ecco che Alberto fissa imbambolato l’alba che sale e sente un impulso: torna nel camerino, toglie il sassofono dalla custodia e comincia a soffiarci dentro qualcosa. I suoni che escono gli piacciono. E allora raggiunge il lungomare ancora addormentato, scende i gradini che portano alla spiaggia e sente sotto i piedi la sabbia bagnata e pesante per il temporale notturno. Intanto il ritmo del sax lo prende e, mentre la stanchezza svanisce, le note raggiungono ogni cosa, i binari luccicanti della stazione e gli strass delle puttane, volano sui corpi appagati degli amanti e nelle camerate delle colonie per bambini. Le note del suo sax diventano “il rauco grido di dolore delle cose e degli uomini colti in quel momento bagnato, all’alba, dopo il diluvio”. Una pagina di struggimento cosmico che non può che rimandare al finale di On the road.

Che poi è lo stesso struggimento che rilascia Vicky ogni volta che menziona la sua vera ossessione: Leonard Cohen. Lo cita un po’ ovunque, fin da Altri libertini quando Vicky e Dilo stanno distesi sul letto ad ascoltare dei dischi e dallo stereo escono i versi di Bird on the Wire. Ma il pensiero più toccante sul grande canadese riguarda il concerto milanese che Cohen tiene al Teatro Orfeo nel 1988, quando Vicky viene letteralmente risucchiato dalla commozione, dai ricordi di amicizie e di pomeriggi emiliani chiuso in una stanza con Famous Blue Raincoat ossessivamente sullo stereo: “Quando Cohen ha imbracciato la chitarra e ha intonato Suzanne, molti come me non hanno potuto trattenere un luccichio negli occhi. Non tanto per sentimentalismo, né per nostalgia. Piuttosto perché nell’ascoltare quel pezzo si aveva la poetica consapevolezza del nostro divenire. Era in sostanza un momento di pienezza, di felicità che fermava per un paio di minuti lo scorrere del tempo, un pezzo di vita sottratto all’angoscia” (da L’abbandono). Per un viaggiatore solitario non è poco.


Motel Life (da ADMR Rock web radio)
Clicca sull'immagine qui sotto e ascolta il podcast della puntata di Motel Life dedicata a Pier Vittorio Tondelli - a cura di Donata Ricci