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Il blog di Bookshighway 

Qualcuno l'ha già notato: BooksHighway si è allargato e con un click (bookshighway.blogspot.com) ci si può incontrare attraverso le voci e le storie che abbiamo imparato ad amare.
Il blog di BooksHighway nasce sull'onda del numero cento di BH con l'idea di ampliare, dove e come si può, lo spazio di libri e letteratura senza intralciare le altre "highway". Non sarà un blog "normale", nel senso che non ci sarà posto per paturnie e pagine di diario scritte a notte fonda con gli occhi stanchi e il cervello da un'altra parte: sarà uno spazio specifico di narrativa "americana", nel senso più esteso che noi attribuiamo all'idea, e sarà formato, almeno nelle intenzioni iniziali, da recensioni suddivise per scrittrici e scrittori, perché in fondo sono loro che devono affrontare quella "faccenda strana e mistica" (come la chiamava John Steinbeck) che è la scrittura.
Cercheremo di rimanere legati alle principali novità (in traduzione), senza perdere l'occasione di rileggere e riscoprire i "nostri" classici.
Il blog aggiungerà qualche misura in più di approfondimento rispetto alla rubrica da cui si è evoluto che continuerà a vivere di vita propria, con i tempi e le modalità che ormai sono diventati una delle consuetudini di RootsHighway.
Buon viaggio e buona lettura. (MD)


  A cura di Marco Denti
 
 BooksHighway #108: Patti Smith; Bill Janovitz; Craig Silvey; Maurice James
 


Patti Smith
Just Kids
[Feltrinelli]
pp.293

Le "ghost stories" di Patti Smith partono per ricordare quell'anima gemella e complice che condivise con lei la fame e l'ambizione nell'essere artisti, ovvero Robert Mapplethorpe, e finiscono per disegnare per l'ennesima volta una mappa di una New York effervescente, florida, vitale e sognante. L'elenco dei caduti sul terreno (Jim Carroll, Andy Warhol, Richard Sohl, Fred Smith, Allen Ginsberg e William Burroughs tra gli altri) non deve trarre in inganno perché il tono volutamente elegiaco di Just Kids è, alla fine, un inno alla creatività, alla libertà, alla strada e a una città più immaginata che vissuta. Patti Smith c'è sempre e i nomi che rilegge nei suoi diari (Just Kids va dalla sua infanzia nella provincia del New Jersey a Horses, copertina di Robert Mapplethorpe, va ricordato) girano attorno a NYC e alla scrittura e all'arte come falene impazzite. Lei per prima deve avere il complesso della sopravvissuta, una specie di sindrome di Stoccolma di chi, per dirla con l'amatissimo Dylan (Bob), è rimasto un giorno di troppo ostaggio della città e dei suoi fantasmi. Va detto però che attraversa la galleria del passato e i ritratti degli scomparsi appesi alle pareti (sarà un corridoio del Chelsea Hotel, per comodità) come se fosse un anfitrione appassionato, raccontando con grazia, ma senza paura di niente, una vita spesa inseguendo il sogno dell'arte e fuggendo la noia della normalità e l'incombenza repentina della morte. Al fondo, sincero e toccante.


Per inoltrarsi nel complesso paludoso e umidiccio di Exile On Main St. Bill Janovitz sceglie lo scontro frontale, nel senso che parte dalla copertina e non dai dischi, da Robert Frank e non dai Rolling Stones, dalle immagini e non dalle canzoni. Trattandosi di materia incandescente l'azzardo può sembrare spericolato invece è proprio così che Bill Janovitz va dritto sul bersaglio, nel cuore di quello che è veramente Exile: una monumentale rincorsa ai fantasmi di un passato che non vuole passare. Come la copertina dell'originale vinile (poi ripescato per l'occasione) che si apriva allargando le sue ali, così Bill Janovitz usa quella visione per introdurre e poi chiudere il suo racconto di Exile. Tra l'inizio e la fine deve esserci l'azione e infatti Bill Janovitz nel mezzo dedica un paragrafo per ognuna delle canzoni che compongono Exile, senza lasciarsi sfuggire un dettaglio. Pur sottolineando le molteplici connessioni umane e culturali che diedero linfa e respiro a Exile, Bill Janovitz non perde mai di vista la villa di Nellcote e l'essenza dei Rolling Stones: nel gioco delle maschere, nella faida infinita tra i Glimmer Twins, nel dubbio tra tradizione e rivoluzione, nel caos dell'esilio e del rock'n'roll, mette in un angolo la mitologia e le leggende e sceglie di raccontare quello che, come tutti noi, ha sentito (o visto) senza aver vissuto. E, proprio come le fotografie di Robert Frank, la sua storia di Exile è in bianco e nero (la vera estetica del rock'n'roll), bella e avvincente.




Bill Janovitz

Exile On Main St.

[Il Saggiatore]
pp.202



Craig Silvey
Jasper Jones
[Neri Pozza]
pp.332


"Ho un tamburo in testa. Bum bum bum. E' così difficile respirare in questa radura. Qualcosa è cambiato. La bolla è esplosa": sono questi i pensieri che agitano la cupa notte d'estate di Charlie, un ragazzo che ama Mark Twain, William Faulkner e Flannery O'Connor (belle letture). Lì in una radura spettrale, in riva a un fiume, con le parole che gli rimbalzano nel cervello, l'ha portato Jasper Jones, un giovane emarginato che ha scoperto la morte di Laura Wishart. L'ha trovata così, senza vita, e sa già che per tutti il colpevole sarà lui, almeno quanto sa di essere innocente e di non avere né le parole né le storie per dirlo. Per questo chiede aiuto a Charlie il quale capisce che non ha scelta perché, come racconta l'australiano Craig Silvey "succede in un attimo. Come quando ti rendi conto per la prima volta che la magia non esiste. O che niente esaudisce le tue preghiere o ti ascolta davvero. Quel gelido momento di sconforto, quando ti manca il terreno sotto i piedi, quando vieni disarmato da una scheggia di consapevolezza". In un'atmosfera degna di Twin Peaks (anche il nome della vittima induce in tentazione) Jasper Jones sarà il parafulmine che attira tutti i lampi e i temporali di una smalltown dove "la gente si sorbisce qualsiasi sbobba se gliela servi nel modo giusto" e scoprire la verità sarà un missione impossibile, quasi quanto diventare grandi. Un bel romanzo, non ineccepibile ma, come dire, che affonda nelle nostre stesse radici.


Bisogna dire che nel diluvio delle pubblicazioni che hanno preceduto il fatidico anniversario, questo agile Bignami hendrixiano sembra avere un aspetto provocatorio, in tutta la sua sintetica normalità. In effetti su Jimi Hendrix è stato scritto e pubblicata una bibliografia sconsiderata, tenuto conto che la sua biografia e sua carriera sono state (per sfortuna) fin troppo brevi. Dagli album fotografici agli scrapbook, dai manuali chitarristici alle retrospettive non manca nulla sulla parte dello scaffale dedicata a Jimi Hendrix e purtroppo si sprecano in tanta attenzione teorie, analisi, esegesi che ormai riguardano più la sua leggenda che la sua musica (e questo vale anche per Jim Morrison, solo che l'appuntamento è per l'anno prossimo). Maurice James, con la coscienza di chi non viene da un altro pianeta, con molta semplicità ha capito che mancava un piccolo libro che presentasse Hendrix in poche parole (saranno un centinaio di pagine), cercando di essere esaurienti pur con la certezza di non essere esaustivi. Senza andare troppo nei dettagli, però raccontando, in breve, tutto quello che serve sapere, The Guitar Experience è uno scarno riassunto utile per un ripasso e un rapido sguardo d'insieme per chi vuole cominciare una conoscenza un po' più profonda di Hendrix. Se poi, come è facile, scatta la passione c'è soltanto l'imbarazzo della scelta (e quest'anno, va da sé, persino qualcosa in più).




Maurice James
Jimi Hendrix. The Guitar Experience

[Auditorium]
pp.128