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BooksHighway   il rock'n'roll tra le parole
A cura di Marco Denti

   

Patti Smith
M Train

[Bombiani]
pp. 243

Amazon.it



Per Patti Smith, il volto della maturità è un’esistenza frugale dedicata all’arte, alla cultura, alla contemplazione, ai viaggi, tutti strumenti utili a definire “l’amalgama di un sogno”, una forma accarezzata spesso e altrove definita Dream Of Life. Lo stesso M Train è un treno immaginario, che Patti Smith scopre nel dormiveglia, una twilight zone dove si tende a ricostruire la realtà seguendo vie misteriose. Da lì, le dinamiche del memoir, con cui Patti Smith ha scoperto la vocazione di narratrice in Just Kids, vengono aggiornate con maggior coraggio e il tragitto dell’M Train porta più lontano. Se allora la figura maschile centrale era rappresentata da Robert Mapplethorpe, qui viene richiamata invece quella di Fred Sonic Smith. La ricostruzione del matrimonio, forse proprio la riscrittura in sé, è accorata ed elegiaca, e le correzioni e le omissioni autobiografiche sono comprensibili, anche dove Patti Smith ammette che “con il tempo spesso finiamo per identificarci con chi in passato non riuscivamo a capire”. Da quello che viene riportato in M Train, l’intesa con Fred Sonic Smith era funzionale a un equilibrio contraddittorio, fondato su un’idea tradizionale della famiglia che si scontrava con le velleità artistiche e i colpi di testa di entrambi. Come l’acquisto di uno yacht pieno di falle o il pellegrinaggio ai Caraibi sui passi di Jean Genet, la cui figura apre e in qualche modo chiude l’eccentrico percorso dell’M Train. Il primo elemento indiscutibile è che, pur composto in un piccolo caffè, seguendo una routine immutabile e una dieta dimessa, M Train è in realtà un diario di viaggio, in un certo senso anche di una fuga, se come dice Patti Smith, “è proprio vero: a volte nascondiamo i nostri sogni dietro alla realtà”. Di treni, aerei e autobus Patti Smith ne prende parecchi verso Città del Messico, Tokyo, Berlino, Londra e Tangeri, l’approdo finale dove, nell’incontro con Paul Bowles, M Train si svela nell’essenza di un omaggio alla Beat Generation, almeno quanto all’inizio lo era per Sam Shepard. I due punti di riferimento affiorano sulla superficie dei pensieri e delle note di Patti Smith in modi diversi (impossibile non identificare Sam Shepard nell’onirico “mandriano” che la segue ovunque) e comunque indispensabili ad alimentarne intenzioni & propositi: “Ho perlustrato le nicchie di gioie passate, fermandomi a un momento di esaltazione segreta. Ci sarebbe voluto del tempo, ma sapevo come fare”. La lettura, più di tutto: l’elenco delle ossessioni letterarie comprende Haruki Murakami e Roberto Bolaño, Mohammed Mrabet e Sylvia Plath e una sequenza di riflessioni disposte sui suoi taccuini la portano a considerare che “lo scrittore è un direttore d’orchestra”. Nel suo M Train, Patti Smith ha il vizio di dimenticare tutto e di ricordare così bene, seguendo soltanto l'ispirazione, senza subordinate: “Volevo solo perdermi, diventare tutt’uno con qualche altro luogo, infilare una ghirlanda sulla cima di un campanile solo perché mi andava di farlo”. Allo stesso modo, alla fine torna a casa, che vuol dire NYC, a ritrovare i piccoli riti. La saggezza di Patti Smith è quella di essere rimasta insaziabile, curiosa, irrazionale tanto da comprare un rudere a Rockaway Beach appena prima dell’uragano Sandy solo perché “vogliamo cose che non possiamo avere. Cerchiamo di recuperare un particolare momento, suono, sensazione”. Quando non rimane nulla, ed è ora di rimettersi in piedi, viene anche il momento in cui “il sogno deve cedere il passo alla vita” ed è anche noia, ozio, distrazione (“Una serie televisiva ha una sua realtà morale) eppure persino nel suo placido tran tran casalingo M Train riesce a trasmettere l’inconfondibile spirito dell’artista, perché “la metamorfosi del cuore è una cosa meravigliosa, a prescindere da come arrivi”. Con gli occhi aperti, con gli occhi chiusi.

Elizabeth Strout
Mi chiamo Lucy Barton

[Einaudi]
pp. 158

Amazon.it



Costretta a letto dalle complicazioni di un’appendicite, Lucy Barton vede arrivare la madre al suo capezzale e con lei comincia un dialogo imprevisto e imprevedibile. La forzata immobilità è un’occasione unica perché, come nota Lucy Barton, “forse era il buio appena rotto dalla crepa pallida di luce che filtrava dalla porta, forse la costellazione del formidabile grattacielo Chrysler davanti a noi, a permetterci di parlare come non avevamo mai fatto”. Sono parecchie, le distanze, accumulate nel corso degli anni, e la prima è proprio in quello scintillio notturno perché tra New York dove c’è più gente che cielo, e Amgash, Illinois i ricordi che riemergono sono poveri, affamati, freddi, “white trash”. E’ un retaggio da cui non ci si può liberare, è qualcosa di inciso nell’anima e la stoica presenza della madre è lì a ribadirlo, per naturale istinto, insieme all’inestricabile legame con la figlia. Lei è fuggita grazie alla redenzione della lettura e degli studi, eppure quel passato è ancora lì e abbandonarlo, secondo Lucy Barton, “deve essere il sistema che adottiamo quasi tutti per muoverci nel mondo, sapendo e non sapendo, infestati da ricordi che non possono assolutamente essere veri. Eppure, quando vedo gli altri incedere sicuri per la strada, come se non conoscessero per niente la paura, mi accorgo che non so cos’hanno dentro. La vita sembra spesso fatta di ipotesi”. E’ anche l’infanzia che non se ne vuole andare. La madre la chiama Bestiolina, il marito la chiama Passerotto perché Lucy Barton tende a richiamare protezione, ma è anche votata a una sua indipendenza, solo che “ci sono fattori che influiscono sulle strade che prendiamo ed è raro che sappiamo individuarli e registrarli con precisione”. Cercando quell’impossibile definizione, Elizabeth Strout più che un romanzo (breve) si concentra su quello che per le sue caratteristiche è un copione teatrale, un atto unico, con pochi interpreti e uno scenario limitato al minimo indispensabile. Madre e figlia restano separate in un equilibrio precario e rimarcato da personaggi secondari, prima il dottore, nel presente della narrazione, e poi soprattutto Sarah Payne, docente di scrittura creativa. Entrambi sono determinanti a fissare gli intervalli del confronto tra madre e figlia, in più Sarah Payne, una scrittrice insofferente la cui identità sembra il sovrapporsi dei profili di Joyce Carol Oates, Grace Paley e Joan Didion, definisce così il tema di Lucy Barton: “E’ la storia di uomo che si è tormentato ogni giorno della vita per cose che aveva fatto in guerra. E’ la storia di una moglie che è rimasta con lui, perché lo facevano quasi tutte le mogli di quella generazione, e che si presenta nella stanza d’ospedale della figlia e sproloquia nevroticamente dei matrimoni falliti di tutti gli altri, e nemmeno lo sa, nemmeno sa che cosa sta facendo. E’ la storia di una madre che ama sua figlia. In modo imperfetto. Perché amiamo tutti in modo imperfetto”. La ricostruzione non è comunque consolatoria: anche se entrambe sono coscienti che “si perde soltanto tempo a soffrire due volte”, la tensione è garantita dall’accumularsi di tensioni, attriti e speculazioni che vengono arrotondati dall’attenzione a ogni singola parola e sembra quasi che Elizabeth Strout con metodo e scrupolo il consiglio di Sarah Payne: “Ciascuno di voi ha soltanto una storia. Scriverete la vostra unica storia in molti modi diversi. Non state mia a preoccuparvi, per la storia. Tanto ne avete una sola”. Ogni pagina è ricavata per sottrazione, levigando le frasi, persino risparmiando sui personaggi, che appaiono e svaniscono in fretta, compresi quelli vicinissimi a Lucy Barton. Nella luce, al centro, resta il confronto tra madre e figlia e la trama rimane tanto elegante quanto esile. Del resto la sua bellezza è tutta lì, come l’ammissione finale di Lucy Barton ammette senza dubbi: “La vita mi lascia sempre senza fiato”. Si sente, si percepisce, si capisce, nessuna sorpresa.

   

Jenny Offill
Le cose che restano

[NNE]
pp. 234

Amazon.it



Nell’incipit di Le cose che restano Jenny Offill traduce subito “una parola in codice per cielo blu”, proprio come Joan Didion definiva quel momento in cui “il crepuscolo diventa azzurro” e le Blue Nights preannunciano “un cambiamento di stagione, non proprio un clima più caldo, niente affatto, eppure all’improvviso l’estate sembra vicina, una possibilità, o meglio una promessa”. Il senso di quell’istante è tutto nel colore e le differenti tonalità sono l’essenza dello scorrere di Le cose che restano, che pare diviso in tre fasi. La prima parte è proprio dell’intensità delle “blue nights”. Il cielo indaco, sereno, immerso nella luce nasconde qualcosa di indefinito nell’aria e l’intuizione di una speranza disattesa si trasforma in una premonizione. Per comprendere Le cose che restano serve la conoscenza di tutta una geologia dei sentimenti, che risale alla lingua segreta parlata dal nonno (l’annic, che avrà un ruolo non secondario) e Jenny Offill ha una sua delicatezza nell’incontrare e nel presentare di la famiglia Davitt (Anna, la madre e Jonathan, il padre) disegnando una dimensione incantata, con lo stupore di Grace, la figlia. E’ sua la voce che traccia le distanze rispetto al mondo complicato e confuso degli adulti con i loro riti e le loro stravaganze. Gli sbalzi d’umore di entrambi i genitori, la precarietà di una condizione tra la razionalità di Jonathan e l’eccentricità di Anna con l’aggiunta delle oscillazioni di Edgar, il suo baby sitter, cui sogno è illuminare la città con una muffa fosforescente sono gli ingredienti che determinano l’evoluzione della specie e l’involuzione dei legami. Visti dagli occhi di Grace e data la propensione scientifica dei personaggi viene spontaneo a pensare a quello che scriveva Charles Darwin nella Ricapitolazione e conclusione, ovvero come “a prima vista niente può sembrare più difficile che il credere che i complessi organi e istinti si siano perfezionati non con mezzi superiori, sebbene analoghi, alla ragione umana, ma per l’accumulazione di innumerevoli lievi variazioni, ciascuna utile al loro possessore individuale”. La metamorfosi della storia si compie anche nei toni che, nella seconda nuance, pur non essendo molto differente dalla prima diventano più marcati, come se fosse pervasa da riflessi elettrici. Le parti combaciano e il brio iniziale quasi comico si trasforma, anche se Le cose che restano mantiene una sua fluidità e una sua identità che resta inalterata anche quando, dalla metà in poi il ritmo diventa convulso. Grace è prigioniera (come è inevitabile) delle proiezioni e delle variazioni d’umore della madre e la vena di follia di Anna si rivela contagiosa. Le stravaganze diventano sempre più bizzarre, Grace fugge con lei dal Vermont a New Orleans fino al deserto californiano, dove il miraggio si spezza. Le cose che restano passano dalla presenza, alla partenza e, arrivate allo stadio terminale dell’assenza, la variazione dominante sfuma nel blues, in tutti i sensi. Bisogna ammettere che, con Le cose che restano, Jenny Offill ha molta più dimestichezza con i contorni indefiniti, quando tutte le possibilità sono ancora all’orizzonte, magari nascoste in un alone di mistero o circondate da un’aura impalpabile. E’ molto più brava a nascondere, che a svelare. Quando le differenze si manifestano e diventano solchi e confini invalicabili e il ritmo diventa più convulso, Jenny Offill, che è molto vicina al cuore dei suoi personaggi, pare perdere il controllo con loro e la verità è che Le cose che restano sono comunque quelle allineate nella prima fase del romanzo, dove l’attrito tra il mondo degli adulti e la meraviglia di Grace provoca scintille, magie, colori da immaginare.

Cristina Henriquez
Anche noi l'America

[NNE]
pp. 315

Amazon.it



L’America è Messico, è Panama, Paraguay, Puerto Rico, Venezuela, e l’elenco delle origini è il regalo che Alma, Arturo, Maribel, Mayor, Rafael Toro, Benny Quinto e Adolfo “Fito” Angelino e altri vicini di casa si fanno un giorno di Natale, mentre il riscaldamento non funziona e loro provano a festeggiare, comunque. E’ uno dei rari momenti in cui una fragile forma di comunità riesce a prendere forma nel limbo narrato da Cristina Henríquez, dove tutti i personaggi sono “lacerati tra il desiderio di guardarsi indietro e quello di esistere senza alcun legame nella nuova realtà che si erano creati”, proprio lì in mezzo. Un dilemma irrisolvibile: per scoprire le loro radici devono allontanarsene e il sogno dell’America si risolve, nel migliore dei casi, in una povertà dignitosa, fatta di rimedi ed espedienti, “le ciambelle che avanzano”, l’entrata “laterale” al cinema, e di lavoro durissimo per qualche dollaro. La narrazione, asciutta e sincopata di Cristina Henríquez parte e ritorna sempre su piccoli dettagli quotidiani: una bolletta, un pranzo o una cena, minuscole conquiste, immense fatiche, la più dura, quella di una gratitudine obbligatoria perché come dice Alma, moglie, madre e principale anfitrione di Anche noi l’America: “A quel tempo volevamo soltanto le cose più semplici: mangiare del buon cibo, dormire sereni la notte, sorridere, ridere, sentirci bene. Ci sembrava di averne diritto, noi come chiunque altro. Certo, se ci penso adesso, capisco quanto sia stata ingenua. Ero accecata da un moto di speranza e dalla promessa del possibile, convinta che nelle nostre vite non fosse rimasto più nulla in grado di andare storto”. Quando i Rivera (con Alma, Arturo e Mirabel) giungono nel Delaware, hanno già sepolto i dubbi nell’estenuante odissea dal Messico e, pur avendo tutti i requisiti e i connotati per essere accolti come cittadini americani, si accorgono, e la prima è ancora Alma, che le speranze diventano sempre più ingombranti: “Da molto tempo progettavamo la nostra vita qui. Riempire i moduli, sperare, pregare, aspettare. Avevamo appuntato tutti i nostri sogni su questo luogo, con uno spillo sottile e fragile, ed era troppo presto per dire se fosse più forte di quanto sembrava o se alla fine non avrebbe resistito”. Per loro l’esodo è stato obbligatorio: Mirabel ha subito un danno cerebrale, ha bisogno cure e scuole particolari. I suoi limiti, nella memoria e nella parola, non sono molto diversi da quelli dei migranti, e la delicata love story tra lei e Mayor, piano piano, diventa il cuore di Anche noi l’America che poi è un racconto corale, frammentato in tante voci. Ci sono un sacco di momenti che passano in piccole inquadrature, istantanee, ricordi di molte solitudini. I singoli capitoli sono piccoli racconti, potrebbero vivere una vita autonoma, sono come sospesi in un terra di nessuno, così come nel quartiere appaiono confini inviolabili, per quanto non segnalati, ma non meno pericolosi. Per qualcuno, in effetti, la condizione di “americani invisibili” significa che “tutti gli altri devono obbedire alla legge e basta. Noi dobbiamo rispettarla due volte”. E’ in quel momento che le vite e le storie vengono risucchiate nelle strade, gli uomini perdono il lavoro, le donne si accorgono di aver perso “la metà di tutto quello che avevamo. Sparita così, in un attimo” e tutti cominciano a chiedersi: è o non è l’America? Ma cosa è casa, in quale lingua si possono esprimere i sogni? Restano aggrappati ai nomi dei cibi, alle canzoni, alla nostalgia. Non è abbastanza nell’America del ventunesimo secolo: l’istinto di ogni migrante, “che nasce dalla mancanza o dal desiderio”, come dice Arturo, genera quel miraggio, infine svelato da Anche noi l’America. Un romanzo toccante, attualissimo, e importante. Consiglio per la colonna sonora: usare i Los Lobos in abbondanza (in particolare The Neighborhood e The Town And The City), impeccabili, almeno quanto Cristina Henríquez, nel raccontare le vite in esilio, ed è così che va chiamato.