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James Anderson, Il diner nel deserto
[NN Editore, 315 pp.]

- a cura di Marco Denti e Fabio Cerbone -

"Nel deserto il confine tra ciò che è vivo e ciò che è morto spesso è confuso" (James Anderson, "Il diner nel deserto")

Il deserto è un luogo dell'anima, prima ancora che un concreto lembo di terra. Per viverci a contatto, anzi, per strisciarvi dentro, occorre avere dei fantasmi da portarsi appresso, una storia personale un po' particolare e l'idea che il mondo civilizzato, là fuori, non sia esattamente ciò che il destino ha riservato per sé. Il diner nel deserto è popolato da uomini e donne con un conto in sospeso, con una macchia nel loro passato, spesso persino non molto edificante, o anche soltanto l'esigenza di farsi da parte, di scappare da qualcuno o da qualcosa di non meglio identidicato, come gli ufo che di tanto in tanto appaiono nel cielo dello Utah.

Ben Jones, fra tutti, è forse quello che nasconde meno segreti, perché lo sa lui e pure l'azienza di trasporti per la quale lavora che i conti sono in rosso, la bancarotta è vicina e che continuare a fare su e giù lungo la statale 117 è solamente una scusa per restare attaccato alla gente che frequenta, a chi ha bisogno delle sue "indispensanbili" consegne, siano esse un ricambio per una moto d'epoca o una fornitura completa di gelato alla vaniglia. È intorno a questo tragitto, nel "middle of nowhere" americano di uno stato solcato dalle forze della natura come lo Utah, che le vicende umane del romanzo di James Anderson, il primo a inaugurare la cosiddetta "Serie del deserto", prendono vita. Una fascia di asfalto, la 117, che in pochi percorrono e molti neppure conoscono, anche perché la strada a un certo punto finisce letteralmente nel nulla, e tocca invertire la rotta se si vuole tornare nel mondo conosciuto. Nel mezzo ci sono cittadine vere (Price) e presunte (Rockmuse), ma la differenza non conta molto, dal momento che i miraggi sono all'ordine del giorno da queste parti e un violoncello, quello che fa innamorare Ben di Claire quando la "sente" suonare, e scatena l'intreccio di tutto Il diner nel deserto, può essere suonato o immaginato, non ha importanza.

James Anderson svela una predisposizione non comune, tipica di certi scrittori americani della frontiera e di frontiera, per i personaggi, compresi tutti i freak e i reietti che possono eclissarsi nella polvere dello Utah. Trova, per esempio, il nome perfetto per un camionista (Ben Jones… non lo immaginate già seduto nella cabina del suo gigante della strada?) e anche il carattere più burbero possibile da appiccicare a Walt Butterfield, il gestore sui generis del diner, che resta tra le figure più complesse e irrisolte del romanzo, con una ferita profonda da sopportare. È una sorta di alter ego con il quale Ben, prima o poi, sarà costretto scambiarsi in franchezza qualche opinione, se vorrà raggiungere la sua Claire.

Nel teatro di uno Utah che abbaglia con la sua luce ("Gran parte della gente associa il deserto a ciò che gli manca: l'acqua e le persone. Non pensano mai a una cosa che nel deserto abbonda, la luce"), dove i mormoni sono la maggioranza e la polizia interviene lo stretto necessario, quando la situazione si fa davvero insostenibile, Il diner nel deserto si muove fra più piani di lettura e anche più linguaggi stilistici. Ora si apre con pagine descrittive, anche solcate da una certa ironia, che sembrano raccontarci quasi un'estetica del deserto americano, e i suoi effetti psicologici sulle persone, altre invece si trasforma lentamente in una concatenazione di dialoghi e di eventi dove James Anderson non nasconde mai il suo debito verso tutta la tradizione noir e hard-boiled. La stessa che non a caso viene citata nelle note iniziali dallo scrittore, quando dedica Il diner nel deserto alla memoria, tra gli altri, di maestri come James Crumley o Ross Macdonald, e degli indimenticati investigatori usciti dalla loro penna.

(Fabio Cerbone)


- This Desert Life -

"Il silenzio del deserto è anche visivo. È fatto dell'estensione dello sguardo che non trova niente su cui riflettersi" (Jean Baudrillard)

Il tran tran quotidiano di Ben Jones lungo le strade senza nome dello Utah ci ricorda che il deserto non è un'opinione, e non è nemmeno una forma. Piuttosto è un riverbero ondulato della percezione: è popolato di spettri, di esseri che escono dalle tane e dai rifugi soltanto con il favore della notte, di voci che non si sentono, di sussurri trasportati dal vento, di melodie impalpabili. Non sono assenti soltanto i punti di riferimento topografici: mancano proprio i contorni e le dimensioni, e le linee dello spazio e del tempo collassano rivelando, come diceva Michael Heizer, che "viviamo in un periodo schizofrenico, in un mondo che è al tempo stesso tecnologico e primordiale". Scultore ossessionato dalla ricerca di perimetri e coordinate invisibili, di solchi tracciati nel nulla con un bulldozer (se non con la dinamite), Michael Heizer è un artista americano che Ben Jones avrebbe potuto benissimo incontrare lungo la statale 117 e che ha saputo cogliere lo spirito dei luoghi con una visione unica e genialoide. Per dire, ha realizzato una complessa opera sfruttando i resti dei bunker di uno dei più dispendiosi progetti militari delle "guerre stellari" di Ronald Reagan e trasformandolo in una sorta di tempio megalitico nel deserto del Nevada. Il senso della sfida è implicito: ci sono nascondigli, ci sono storie, ci sono segreti, e c'è qualcosa di più, anche dove non c'è niente, come ha ben capito Michael Heizer: "Non sono venuto qui per il contesto. Sono venuto qui per i materiali, per la ghiaia, per la sabbia, per l'acqua con cui si fa il cemento, e perché la terra costava poco. Il deserto è uno spazio piatto e assolutamente teatrale. Non c'è paesaggio".

"City" (Michael Heizer), Lincoln County, Nevada

Quello che è concreto va cercato in uno scenario che si insinua con pieghe ambigue, in una luce che lascia intravedere uno scarto di lato, una deviazione di percorso che James Anderson ribadisce più volte intorno al diner di Walter Butterfield. Basta un sentiero nell'arenaria, un porta aperta o un saluto sul bordo della strada per rivelare una vita rapace che si nasconde negli anfratti, nei profili taglienti, nelle tenebre e tra le rocce. Una rivelazione che Jean Baudrillard descriveva così in America: "La grandezza dei deserti consiste nel fatto che, nella loro secchezza, sono il negativo della superficie terrestre e dei nostri umori civilizzati. Luogo in cui gli umori e i fluidi si rarefanno e in cui discende direttamente dalle costellazioni, a tal punto l'aria è pura, l'influenza siderale. È stato perfino necessario che in questo luogo gli indiani fossero sterminati affinché trasparisse un'anteriorità ancor più grande di quella dell'antropologia: una mineralogia, una geologia, una sideralità, un'artificiosità inumana, una secchezza che mette in fuga gli scrupoli artificiali della cultura, che non esiste da un'altra parte".

Le distanze sono inafferrabili e traditrici, come capita allo stesso Ben Jones, quando si accorge che "di notte nel deserto le luci sembravano sempre più vicine di quanto non fossero davvero. Tristi esperienze mi avevano insegnato che una luce nel deserto era come un miraggio, impossibile valutarla e rischioso farci affidamento, spesso si volatilizzava mano a mano che ci si avvicinava in cerca di calore e riparo". Il diner nel deserto riassume e concentra tutte le qualità e le incombenze della vita (e della morte) nel deserto con la stessa, profonda capacità di comprensione sfoggiata da Edward Abbey in Desert Solitaire, quando diceva che nel deserto "non c'è carenza d'acqua, ce n'è la giusta quantità, un rapporto perfetto tra acqua e roccia e tra acqua e sabbia che assicura la presenza di quello spazio ampio, libero, aperto e generoso tra le piante e gli animali, le case, i paesi e le città che rende l'arido West così diverso da ogni altra parte della nazione. Qui non manca l'acqua, a meno che non si voglia costruire una città dove una città non dovrebbe esserci". La distinzione sottolinea ed evidenzia l'intima ed estrema natura del deserto: mette gli esseri umani davanti a una frontiera irta di incognite e pericoli, quella con se stessi.

(Marco Denti)

La recensione dal blog di BooksHighway:
bookshighway.blogspot.com/2018/10/james-anderson.html


- Il diner nel deserto, una playlist -