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BooksHighway   il rock'n'roll tra le parole
A cura di Marco Denti

 

Amazon.it

Gianni Del Savio
Nina Simone
Il piano, la voce e l'orgoglio nero

[VoloLibero, SoulBooks, 144 pp.]


Forever Proud, Gifted And Black

di Marco Denti

Ci vuole un sacco di esperienza e molto tatto per raccontare Nina Simone. Pianista, cantante e interprete inarrivabile, mina vagante, voce coraggiosa e intraprendente, artista sul palco e, non di meno, nella vita, ha attraversato il ventesimo secolo guardandolo negli occhi. Gianni Del Savio è riuscito nella non facile impresa di concentrare in uno spazio sintetico e agile tutto (o quasi) quello che c'è da sapere su Nina Simone: la biografia, i dischi, le prese di posizione, i successi e i fallimenti, le passioni e le follie. Con un tono rispettoso e garbato, ma senza alcuna omissione, la sua ricostruzione comincia con il tintinnio di un carillon e prosegue come una lunga e sinuosa ballata, che si legge senza fermate intermedie. Se servono ulteriori approfondimenti, più dettagli o più opinioni, ci sono le indicazioni della copiosa bibliografia (testimonianza di uno scrupoloso lavoro sulle fonti principali) che, insieme alla prefazione di Massimo Oldani e alle note e alle curiosità di Graziano Uliani completano un ritratto di Nina Simone sincero, diretto, preciso, utile.

L'intervista

In Nina Simone, nonostante l'enorme (e indiscutibile) talento, la caparbietà e il coraggio, ci sono molti aspetti tormentati e tortuosi (che il libro racconta bene e anche con una certa discrezione). Dal tuo punto di vista, l'arte per Nina Simone era una specie di cura oppure era una propaggine dei suoi conflitti interiori?

E' una questione ambigua. In effetti la musica è stata anche un riflesso dei suoi conflitti interiori, ma è difficile, anzi impossibile, immaginare la vita di Nina Simone senza la musica, che era la sua vita, in gran parte la sua gioia. E' complicato separarla dalla musica stessa, forse è più logico considerarla così, in quello che in effetti è stato, un rapporto biunivoco.

La bipolarità, gli alti e i bassi, gli sbalzi di umore sono stati caratteristiche che non l'hanno mai abbandonata. Leggendo la tua biografia sembra che i suoi momenti più "equilibrati" (rigorosamente tra virgolette) siano stati quelli in cui abbia, per così dire, partecipato a conflitti o a confronti più grandi: il movimento per i diritti civili, l'Africa. Può essere?

Bisogna chiarire subito che lei si sentiva fragile e cercava forme di difesa. Non a caso nel suo rapporto con gli uomini, preferiva avere qualcuno di forte, anche di violento, ma che fosse in grado di difenderla in particolare dal mondo dello show business, ma anche da quello minaccioso degli attacchi razzisti. La sua esposizione è frutto di questo coraggio, di questa forza, tanto che una volta, a Martin Luther King, di cui pur appoggiava le iniziative, dichiarò: "Io non sono non violenta".

Hai definito Mississippi Goddam (1963) "un punto di non ritorno": possiamo spiegare perché un po' più nel dettaglio?

E' l'invettiva che lancia contro alcuni stati dichiaratamente razzisti, dopo l'attentato di Birmingham, Alabama. E' l'espressione di una rabbia enorme che trova lì il massimo della violenza espressiva. E' un periodo in cui frequenta Stokely Carmichael, James Baldwin e segue Malcom X anche se non lo conosce direttamente. E' il punto di partenza per Four Women, è frutto anche di Backlash Blues. Insomma, c'è questa scelta di buttarsi nella mischia. Inutile dire che la canzone fu censurata, dalle radio da altri media, e persino nel titolo, come è ovvio. Da lì in poi, per qualche anno, il suo repertorio e il suo comportamento prevalenti diventarono quelli di una militante.

Leggendo la tua ricostruzione si ha l'impressione che la figura di Nina Simone sia stata a lungo sottovalutata, o comunque "tenuta a distanza". Forse un certo eclettismo, il suo "schierarsi" e di sicuro le sue condizioni caratteriali non l'hanno aiutata nello show business che, a dispetto dei luoghi comuni, rimane molto cinico, rigido e ipocrita.

Le ha pagate tutte, non c'è dubbio, però bisogna ricordare che quando il mondo "liberal" ha spostato l'attenzione dal movimento dei diritti civili alle proteste contro la guerra del Vietnam e dopo le morti di Martin Luther King e Bob Kennedy l'appoggio del movimento afroamericano è venuto meno, lei si è sentita tradita. Pur delusa, è rimasta però schierata e militante, ma quel momento, quei quattro o cinque anni fondamentali, rimangono un ricordo. E' rimasta una ribelle, che ha sempre rifiutato di trasformarsi in un'icona da sfruttare, per cui per esempio dopo un solo album si è vista anche stracciare un contratto importante come quello con l'Elektra. E' un personaggio complesso, coerente a modo suo, e l'eclettismo non l'ha di sicuro aiutata a essere collocata in un'identità riconoscibile. Dentro di sé, inseguiva sempre il rimpianto della musica classica, che conosceva a fondo. La sua grande propensione (e maestria nel "leggerli") verso Bach ("Il numero uno", secondo lei), Beethoven, Chopin, Rachmaninov, Liszt, le ha permesso di modellare le canzoni come voleva, anche e soprattutto nelle trame delle interpretazioni in pubblico. Era capace di ribaltare completamente uno spettacolo, E dominare il pubblico, come successe nell'epica notte di Montreux nel 1976, a seconda di chi aveva di fronte o dell'atmosfera che percepiva. Non sapevi cosa aspettarti e del resto era una pianista e una cantante che aveva dichiaratamente stupito anche Miles Davis, e non è poco.

Possiamo aggiungere qualche dettaglio su come nasce la sua passione per Billie Holiday? E, con parole tue, che peso ha nella sua storia?

E' un altro dei suoi rapporti ambivalenti. Seppure diverse stilisticamente, avevano tratti personali in comune, a partire dalla ricerca di un rapporto con un uomo forte, ma Nina Simone considerava malissimo Billie Holiday per via della tossicodipendenza e forse perché la vedeva troppo remissiva verso il pubblico. L'ammirazione musicale non è invece in discussione (lo dice più volte e incide molti dei suoi brani), ma è chiaro che, come più o meno tutto in Nina Simone, anche il rapporto ideale con la Holiday è stato qualcosa di complicato, anche perché appartenevano a due epoche diverse: Nina arrivava al primo successo nell'anno in cui Billie moriva, ed era il 1959.

Verso il finale racconti il suo disprezzo per il rap e si può capire, almeno per certi versi. Ma, al di là dei contrasti rispetto ai temi e alle parole, non è che fosse anche per una profonda differenza musicale?

Intanto bisogna dire che, a ben vedere, è anche stata anche un'antesignana della cultura hip-hop perché, per esempio, già nel 1969, declamando ad Harlem Are You Ready dei Last Poets ha segnato un momento importante quello stile. Di sicuro non sopportava gli aspetti più truci e maschilisti del rap, l'idea di successo fine a se stesso che veicolava. Lei l'ha detto esplicitamente, ma suppongo ci fosse ormai anche una distanza generazionale non colmabile.

Anche il rapporto con l'Africa sembra un'altra occasione persa.

Sì, anche la riscoperta delle proprie radici ha una doppia faccia. Lì non c'è l'ansia di un pubblico come quello della Carnegie Hall o di Newport, non c'è la discriminante del colore della pelle, anzi, il colore sparisce. C'è orgoglio, c'è felicità, si sente forte, Anche grazie all'amicizia con Miriam Makeba, seppure persino con lei ci sarà qualche problema di rivalità. Ma questa era Nina Simone, una che aveva il vaffanculo di rivalsa sempre in canna.

Nina Simone è stata una grandissima interprete. Potendo scegliere, con unico limite temporale il periodo storico in cui è vissuta: a) quali canzoni avresti voluto che interpretasse?, b) con quali musicisti avresti voluto che suonasse?; c) e, visto che oggi va di moda, che duetti hai sognato per lei?

Penso a Bob Marley, di cui ha cantato No Woman No Cry, ma che avrebbe di sicuro abbracciato. Mi sarebbe piaciuto sentirle cantare Get Up, Stand Up. Poi avendo quelle capacità, quella curiosità, e ricordiamo che ha cantato anche in francese, tra l'altro, avrebbe potuto interpretare qualsiasi cosa. Mi sarebbe piaciuto, per la canzone, per la storia, per Sam Cooke, per quello che era lei, che cantasse A Change Is Gonna Come, oppure People Get Ready di Curtis Mayfield, ma forse questa, per lei era troppo musicista. Quali musicisti? Un'infinità: lo stesso Miles Davis, John Coltrane, Charles Mingus. I duetti? Con Eric Burdon, Ray Charles, Nick Cave, Lou Reed, Patti Smith, Bob Dylan, Leonard Cohen, John Lennon, Jacques Brel, Charles Aznavour, e... Billie.

Nina Simone ha suonato e cantato con tante soluzioni e con tanti stili diversi, con gli arrangiamenti più minimali fino a quelli più orchestrati. Dal tuo punto di vista, quali sono state le forme sonore più consone alle sue interpretazioni? E, una curiosità, anche nel caso di Nina Simone (ma ti succede spesso) hai mostrato una certa idiosincrasia nei confronti degli arrangiamenti orchestrali, perché? Cos'hanno che non va, per te?

Dal mio punto di vista, il suo assetto più consono è quelo solista o di un combo, un trio o un quartetto ritmico. Non ho niente contro le orchestre, anzi. apprezzo la musica classica e, anche più in generale, credo ci siano arrangiamenti di archi perfetti pure in altri ambiti, come succede, per esempio, proprio nell'introduzione di A Change Is Gonna Come di Sam Cooke. Solo che spesso e volentieri le orchestrazioni sono eccessive, ammazzano il significato della canzone o coprono un senso che non c'è, e risultano posticce. Se pensi solo a What's Goin' On di Marvin Gaye, capisci che non servivano tutti quegli ingredienti che fanno diventare sentimentaloide anche qualcosa che non lo è. Se senti Nina Simone soltanto piano e voce, capisci che a volte non serve altro.


Una playlist per Nina Simone (e cinque outtakes finali selezionate da Gianni Del Savio)