:: I nostri speciali







Part III, 1970-1979

Part II, 1980-1989
Part I, 1990-1999

Interviste, speciali:

Light of Day/ Rob Dye
Jonny Kaplan
Don Dilego
Luther Dickinson (NMAS)
Ryan Purcell
Ashleigh Flynn
Massy Ferguson
Tito & Tarantula
Elliott Murphy
Kenny White
Evasio Muraro
Maurizio Gnola Glielmo
Massimo Priviero
Jesse Malin
Michele Gazich
The Maldives
Drive-By Truckers
Falling Martins
The Duke & The King
Chris Cacavas
Evasio Muraro
Mandolin' Brothers
James Dunn
Will Hoge
Massimiliano Larocca
Michele Gazich
Mimmo Locasciulli
Andrea Parodi
Ian Siegal
Silvan Zingg
Moriarty
Rod Picott
Two Cow Garage
Angelo Leadbelly Rossi
Cheap Wine
The Dexateens
Lucero
Kreg Viesselman
Ron Lasalle
Langhorne Slim
Southside Johnny
Mike Gunther
Ana Popovic
Midwest
Miami & the Groovers
Fabrizio Coppola
Graziano Romani
Massimo Bubola
John Trudell
Eric Burdon
Eileen Rose
Corey Harris
Steve Wynn
Laura Cantrell
Eugenio Finardi
Frank Carillo
Todd Thibaud
Nine Below Zero
Jess Klein
Howe Gelb
Michael Ubaldini
Graziano Romani
Cary Hudson
Cheap Wine
Tarbox Ramblers
Jesse Sykes
Chris Brokaw
Lucero
Milton Mapes
Matthew Ryan

Archivio inteviste

RootsHighway "Best Of"
I dischi dell'anno di Rh
RH Poll 2010
RH Poll 2009

Poll 2008
Poll 2007
Poll 2006
Poll 2005
Poll 2004
Poll 2003
Poll 2002
Poll 2001
Poll 2000

Speciali/ Approfondimenti
Through the Years
RootsHighway 2000-2009
Dieci anni di RootsHighway

Roll another number
Le vendite del cd nell'era di Internet
South by the Southwest
Speciale edizione 2007
Austin City Limits
Speciale Edizione 2006
South by the Southwest
Speciale edizione 2006

Speciali etichette:
Heptown
One Little Indian
Sonic Rendezvous
Laughing Outlaw
Dusty Records
Cargo records
Club de Musique
Munich records
Record Cellar

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Home page
powered by FreeFind

 

:: Daniele Tenca, intervista
Playin' for the workin' class

Lo scorso 21 gennaio - nel piccolo spazio di resistenza culturale della libreria Zig Zag di San Donato Milanese - Daniele Tenca ha ricevuto il premio "Fuori dal controllo", un piccolo segnale di indipendenza che ha voluto sancire il percorso coraggioso dell'autore e chitarrista sull'onda dell'apprezzato progetto Blues for the Workin' Class. Già ospitato al MEI nelle passate edizioni, principalmente da un'idea di Marino Severini (Gang) e del giornalista Gianni Lucini, proprio prendendo spunto dall'omonimo (e complicato, per le vicissitudini discografiche) disco dei Gang, Fuori dal controllo è un riconoscimento per tutti quegli artisti che lavorano controcorrente, con coerenza e grazie a percorsi unici, liberi, combattivi. Rientra a pieno titolo nella categoria Daniele Tenca, che dal rock d'autore in italiano degli esordi ha abbracciato in questi ultimi due anni un blues rock da battaglia e orgogliosamente "operaio", cantando la fabbrica alla maniera di Springsteen, ma soprattutto la tragedia delle morti sul lavoro e avviando in contemporanea una forte campagna di sensibilizzazione con l'associazione ANMIL. Non solo il suo progetto è stato accolto con tutti i favori (anche all'estero, con la partecipazione al Blues Challenge di Memphis) dalla critica e dal pubblico, ma è maturato enormemente dal vivo, strada facendo fianco fianco con la band (Heggy Vezzano, Leo Ghirindelli, Pablo Leoni, Luca Tonani e Cristiano Arcioni i compagni di viaggio). Come si conviene alle migliori storie di rock'n'roll insomma, sempre e comunque dalla parte della strada: ne abbiamo parlato direttamente con il protagonista, cercando non solo di capire le ragioni e le scelte dell'ultimo disco dal vivo (Live for teh Workin' Class), ma anche di anticipare qualche mossa futura.

Foto Daniele Tenca: © Ferdinando Bassi

www.danieletenca.com


L'intervista (a cura di Fabio Cerbone)

La prima curiosità, se vuoi banale, è capire le ragioni di questo live, che in fondo arriva a solo un anno di distanza dal disco di studio. Quando e perché è nata la necessità di catturare la band dal vivo?

La ragione principale è che durante il tour abbiamo provato delle emozioni importanti, che arrivavano dal palco, ma anche da sotto il palco e più andava avanti il tour più prendeva corpo l'idea di "fissare" su disco l'energia che ci si scambiava tra noi musicisti e con il pubblico a ogni data. Poi, il Live è un'occasione anche per chi non ci ha mai sentito dal vivo di farsi un'idea di come può essere un nostro concerto e che atmosfera si respira, e, magari, decidere di venire ai prossimi...

Hai scelto di attingere da un solo show, all'Amigdala Theatre di Trezzo d'Adda: è stata una scelta immediata, dovuta alla natura particolare del locale o della serata, oppure avevi intenzione di scegliere fra più registrazioni?

Sì, è stata una scelta immediata. Se Live doveva essere, doveva essere una data sola, proprio per non perdere l'energia complessiva che doveva emergere, e poi anche per esigenze più strettamente "tecniche"; registrare una sola data, a livello di costi e di "omogeneità" dell'esecuzione, è sicuramente più semplice. L'Amigdala, poi, è perfetto perchè ha un gran bel palco, è attrezzato per registrare live in maniera fantastica e la gente che ci lavora è straordinariamente professionale e competente in merito.

Raccontami come è nato il rapporto con la Route 61, una piccola realtà che mi sembra stia dando spazio finalmente alla scena roots e blues nostrana. Cosa pensi si possa muovere nel panorama italiano per questo tipo di pubblicazioni?

Con Ermanno Labianca è partito tutto dalla partecipazione a For You 2, la compilation su Springsteen a cui ho partecipato con le due cover Bruce-oriented presenti su "Blues for the Working Class" (Factory e Eyes on the Prize); io avevo appena registrato il Live, stavo mixando, gliene ho parlato, lui mi ha spiegato lo spirito dell'etichetta e molto semplicemente ci siamo trovati, e spero che lui sia soddisfatto della collaborazione almeno quanto lo sono io. Poi io ho smesso di pensare a cosa si possa muovere o meno nel panorama italiano da un pezzo; penso a fare musica al meglio che posso e a portarla in giro il più possibile. Punto. Questo alimenta tutto il resto, a piccoli passi. Di certo, in questo periodo, la scelta di Ermanno e Route 61 è a dir poco coraggiosa, e figlia di una passione sincera. Non è poco: di solito i frutti di questi due ingredienti, coraggio e sincerità, durano a lungo.

Anche dal tuo punto di vista, attraverso i concerti e i dischi, hai notato un pubblico più interessato anche ad artisti italiani che si dedicano a questi generi? Un atteggiamento forse meno diffidente nei confronti di chi dalle nostre parti si misura con la tradizione americana…

Non lo so, io la diffidenza di cui parli non l'ho vista poi tanto, è anche vero che faccio blues live da relativamente poco e forse quello di cui parli l'ha vissuto sulla sua pelle qualche artista che è nell'ambiente da più tempo. Per la mia esperienza, è vero che ho trovato tantissimo coinvolgimento, passione e "fidelizzazione" al mio progetto, sinceramente oltre le mie aspettative iniziali. Di sicuro ho trovato molta più passione vera per la musica nell'ambito rock o blues rispetto ad altri ambiti più "indie", dove mi sembra contino molto altri fattori che in un certo senso prescindono dalla musica. Forse contano pure troppo, ma è un'opinione personale.

So che è nata una collaborazione con Francesco Piu, altro ottimo rappresentante del blues in Italia: puoi raccontarmi un po' questa amicizia artistica e cosa produrrà in futuro?

Francesco ed io ci siamo conosciuti tramite Pablo Leoni, che è il "nostro" batterista, ed è scattato subito un bel feeling, quelle cose che capitano a pelle. Da lì a scambiarci idee sui nostri progetti il passo è stato brevissimo. Poi lui mi ha fatto sentire qualche pre-produzione del suo disco, e mi ha chiesto di scrivergli qualche testo. E lì è successa una di quelle cose che rende speciale fare musica: mi è venuto "naturale" scrivere i testi (e in alcuni casi, la linea melodica del cantato) sulla sua musica, quasi senza difficoltà apparenti. E la cosa ancora più bella, è che a lui sono piaciuti da subito. Il lieto fine è che nel suo disco, tra l'altro prodotto da Eric Bibb (e vederlo lavorare in studio è stata un'altra grande esperienza) ci sono 6 pezzi firmati insieme, e sono onorato di far parte del suo progetto, perchè secondo me è un lavoro fantastico. Francesco canta e suona come una bestia. Punto. Questo è l'immediato futuro, ma scommetto che non sarà l'unica cosa che faremo insieme.

Come hai approcciato i brani di Springsteen presenti sul disco di studio e dal vivo e come sono nati gli arrangiamenti più blues che hai dato alle canzoni? Ha collaborato anche la band in tutto questo?

L'approccio è stato quello di cercare di conservare lo "spirito" delle canzoni di Bruce (o almeno quello che sentivo fosse lo spirito), che per tematiche erano molto attinenti al progetto, e provare a portarle sul terreno del blues. L'idea di base, soprattutto per la versione di Factory, che è totalmente stravolta rispetto all'originale, è partita da me, ma è solo suonando i brani con la band che sono arrivati gli arrangiamenti e le scelte definitive. Considera anche che l'immediatezza del blues, e la grande consapevolezza del genere che hanno i ragazzi con cui ho la fortuna di suonare, hanno di sicuro reso le cose più semplici.

Il tuo background proviene certamente dal rock'n'roll e come appena ricordato da Springsteen, ma anche dalla musica italiana, tanto è vero che avevi debuttato con un cd in italiano. Quando e perché è avvenuto questo cambio verso il blues?

"Blues for the Working Class", e mi viene quasi da ridere a pensarci, è nato come un side project, mentre finivo di scrivere il disco nuovo in italiano, che era pronto per metà. Volevo parlare di precarietà del lavoro e di sicurezza sul lavoro, avevo bisogno di un linguaggio che affondasse le sue radici nel lavoro, e ho scelto una delle mie passioni, il blues, "avvelenato" con un po' di rock, e l'inglese per coerenza stilistica con la musica che stavo utilizzando, e anche per differenziarsi dai progetti in italiano. Poi, e questa è la magia, è la musica che ha fatto cambiare le priorità, ti direi quasi fin da quando siamo entrati in studio alle Officine Meccaniche a registrare. Più il disco prendeva forma, più si allontanava dall'idea di "side project". Poi sono arrivate le recensioni, il tour, i concerti, Memphis, il rapporto fantastico con la band, e la strada è stata chiara naturalmente. Quasi "per forza". E continua ad esserlo.

Pensi di ritornare comunque a percorrere sentieri di rock in italiano? Hai intenzione di lavorare con questi stessi musicisti anche ad altri progetti, magari al di fuori di un ristretto ambito blues?

In tutta sincerità, al momento non ho nessuna intenzione di tornare al rock in italiano. Ma proprio nessuna. Sono troppo a mio agio dove mi trovo, e francamente mi sento sempre più lontano da un certo modo di fare musica "italiano", dove (rare eccezioni a parte) sembra andare molto di moda la posa e l'essere autoreferenziali piuttosto che guardare cosa succede nel mondo e magari incazzarsi pure, o quantomeno buttare fuori un po' di energia, anche se stai parlando di te stesso. Faccio blues, ragion per cui sono fuori moda per definizione, come dico spesso, ma mi interessa fino a un certo punto. Poi, con la band stiamo già lavorando al nuovo disco di inediti, e qualche cosa di un po' meno blues salterà di sicuro fuori dal mazzo.

La scelta del traditional John Henry è interessante, eppure pensavo: è una canzone del folklore americano, anche se ha un valore internazionale nel messaggio, ma hai mai pensato, nel dare vita a questo progetto sulle canzoni e il mondo del lavoro, di guardare anche alla nostra tradizione, folk o cantautorale?

No, e in effetti è una bella idea! Devo dire che però, in questo, abbiamo già in Italia grandi maestri che si sono portati sulle spalle la tradizione italiana su certi temi (mi vengono in mente i Gang o i Modena City Ramblers, tanto per dire), e non credo in tutta onestà che sarei stato efficace quanto loro nel farlo.

Pur nella sua radice nera e popolare, il rock blues che proponi con la band, imparentato con la tradizione del Chicago blues più elettrico, ha spesso una componente meno radicale e "impegnata", definiamola così, nei testi. Mi chiedevo allora quali reazioni hai avuto dal pubblico durante il tour, di fronte al tema affrontato dalle canzoni.

Beh, vedere la gente che balla mentre canti per esempio "The mills are closing down (Le fabbriche stanno chiudendo)" all'inizio ti può spiazzare, ma se ci pensi bene è proprio questa apparente contraddizione uno dei punti di forza del disco e di tutto il progetto. Anche se la barriera dell'inglese può essere un ostacolo (ma nel libretto di Blues for the Working Class ci sono le traduzioni apposta), bastano le due parole che dico a ogni concerto per spiegare cosa stiamo cantando e suonando e accendere la lampadina sul tema. Poi la gente si diverte e balla, ma sotto sotto sa di cosa si parla, e se vuole, compra il disco e approfondisce. E questo è successo, e continua a succedere. E la cosa più bella, è che il tema affrontato lega la gente al nostro progetto, alla nostra musica, proprio perchè va oltre la musica. Ci raccontano le loro storie, ci chiedono di cosa parleremo nel prossimo disco, se parleremo delle difficoltà di tutti i giorni, della crisi...questo è incredibile davvero.

Vuoi raccontarmi un po' l'esperienza all'International Blues Challenge di Memphis, dove avete rappresentato l'Italia nel 2011.

Ecco, lì è successo tutto quello che ti raccontavo prima, però senza la barriera dell'inglese, perchè ovviamente capivano benissimo quello che cantavo. Figurati. Una gratificazione notevole, perchè poi sei nella culla della musica che stai suonando. Siamo tornati che eravamo carichi a molla. Poi, band pazzesche, jam interminabili, un'organizzazione capillare che rende semplice far suonare più di 100 band da tutto il mondo e 50 artisti solisti nei locali di Beale Street, fantastico davvero. E poi ancora, la Stax, i Sun Studios, Graceland... L'ultima serata che abbiamo fatto, siamo saliti sul palco poco dopo essere stati al Museo Nazionale dei Diritti Civili, dove ti raccontano in maniera cruda e molto diretta cosa voleva dire il razzismo, ed esci e ti viene da chiedere scusa di essere bianco, giuro. Raramente ho (ma credo di poter dire che tutti noi abbiamo) suonato con una rabbia e un'energia del genere addosso. Cose che non dimenticherò mai.

 

 

 

info@rootshighway.it