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L'intervista
(a cura di Nicola Gervasini)

Si dice che non bisogna giudicare un libro dalla
copertina, eppure mi sembra che le copertine
dei tuoi ultimi album esprimano con titolo e
immagine due emozioni ben diverse: Canzoni
per Uomini di Latta aveva una copertina
aggressiva, che nascondeva una rabbia e una
difficoltà a relazionarsi con questo mondo,
O tutto o l'Amore sembra invece voler
parlare di un uomo che ha trovato una sua tranquillità
e la sua giusta dimensione. Laddove c'era un
robot oggi c'è una strada ed un orizzonte. E'
davvero cambiato così Evasio Muraro in questo
ultimo anno?
Quella del robot è un'immagine
che mi portavo dietro da parecchi anni, fin
dai tempi di Settore Out, e come per molte altre
cose, mi sembrava giusto ad un certo punto "chiudere",
dare un senso compiuto a quei pensieri, a quelle
sensazioni, a tutto un periodo. E' per questo
che la copertina di Canzoni per uomini di
latta mi sembrava un buon modo per fermarsi
un attimo, e poi ripartire. Quindi non parlerei
tanto di cambiamento, quanto di quella voglia
di andare verso nuovi orizzontiche poi si è
concretizzata con la copertina di O tutto
o l'amore.
Nonostante
il team produttivo sia rimasto sostanzialmente
lo stesso, anche l'aspetto musicale ha subìto
una radicale trasformazione. L'impressione è
che Canzoni per uomini di latta aveva
più varietà e ricchezza di arrangiamenti (e
infatti anche più musicisti coinvolti), probabilmente
perché c'era ancora una ricerca di un proprio
stile definito, mentre O tutto o l'amore
sembra essere approdato ad un sound più scarno,
ma forse più personale e definito. E' così?
Non poteva che essere così.
Considera che da quando ho deciso di lavorare
a Canzoni per uomini di latta alla sua
uscita sono passati due anni, con tutto quello
che ne consegue. Per O tutto o l'amore sono
passati solo sei mesi, due session con i musicisti,
un giorno di incisioni per le tracce fondamentali.
Ma più di tutto quando ho focalizzato Fidel
Fogaroli alle tastiere e Stefano Bertoli alla
batteria, ho capito di aver trovato una bella
fetta del sound che andavo cercando e che non
mi serviva molto altro. Quello che è rimasto
lo stesso, è la quantità birra (ride).
Restando
all'aspetto produttivo, quando scrivi una canzone
pensi già subito a come la vorresti sentire
suonata e arrangiata nella versione definitiva,
o preferisci concentrarti sulle parole e sorprenderti
del risultato quando lavori in studio?
Non ho una regola fissa. Fondamentalmente
scrivo per la canzone in sé, solo con la chitarra:
mi deve bastare così. Penso che sarebbe un grosso
limite pensare che poi si potrebbe sostenere
meglio con un buon arrangiamento, la canzone
deve esistere da sola, non si può mica inventare.
Certo non nascondo che poi mi piace molto lavorare
in studio, e provare a sperimentare soluzioni
nuove, soprattutto al fianco di quel folle genio
di Daniele Denti.
Recentemente
ci siamo incontrati in occasione di un piccolo
concerto d'addio alle scene dei Groovers, la
band con cui hai condiviso tanti anni come bassista.
Mi ha colpito in quell'occasione la tua spiegazione
alla decisione di sciogliere la band: "Non è
più il mio rock questo" dicesti. Qual è il rock
di Evasio Muraro oggi?
Mah, ripensandoci credo che nel
concerto dell'addio dei Groovers ho rivissuto
quello che non abbiamo fatto per i Settore Out,
che alla fine si sono sciolti senza annunci
e senza tante storie. Sono esperienze a cui
ho dato moltissimo, che ho assimilato e che
ho amato, ma l'elaborazione e poi tutto il lavoro
su Canzoni per uomini di latta mi ha
imposto di chiudere delle parentesi, e non è
mai facile. Il mio rock oggi è quello delle
scelte: da che parte stare, con chi stare, ma
soprattutto cosa essere. E' stata una voglia
di attenzione che le dinamiche di un gruppo,
di una rock'n'roll band non ti consentono. E'
stato un bisogno di pause che suonano più forte
di una chitarra distorta, dell'ascoltare chi
ha solo un filo di voce, ed è tutto quello che
ha, del vedere chi è invisibile, dell'essere
nauseato da continue promesse vane, dai miraggi,
da una politica e una società vuote e svuotate,
dell'essere in questo vortice e cercare disperatamente
di non far spegnere quella scintilla che ancora
cerco dentro me.
Quella
dei Groovers era una musica figlia del "combat-rock"
alla Clash, musica da strada e da rivoluzione
collettiva, così come anche quella dei Settore
Out, la tua prima storica band. Mi sembra invece
che la tua musica oggi preferisca concentrarsi
di più sulle sensazioni dei singoli. E' emblematica
in questo senso Smetto Quando Voglio,
una sorta di elenco delle battaglie piccole
e ben poco mitizzabili della gente comune, cose
semplici come smettere di fumare o di tradire
la moglie. Sono davvero queste le nuove battaglie
da combattere per te o semplicemente stiamo
rinunciando a spenderci per qualcosa di più
grande?
Eh, eh, in fondo non è poi così
difficile essere un super eroe. Tu ci provi:
se ti va bene sei super, se ti va male sei morto.
Semplice, no? Ma quanto è difficile combattere
nella quotidianità? Difendersi dall'apatia?
Fare un piccolo passo avanti giorno dopo giorno
tenendoci ben stretto quello che abbiamo costruito
con tanta fatica…essere coerenti ma non ottusi,
avere il sorriso sulle labbra e nel cuore ma
essere determinati ricettivi, ma non condizionabili.
Questa è la vera rivoluzione, per me.
Se,
uno dei brani più belli del disco secondo me,
è in verità nato vent'anni fa all'epoca dei
Settore Out. Cosa aveva ancora da dirti questa
canzone dopo così tanto tempo?
Se c'è una cosa che ho imparato
lavorando prima a Canzoni per uomini di latta
e poi a O tutto o l'amore è che il nostro
tempo e quello delle canzoni sono due variabili
diverse. Anche Raccolgo la vita mi è
rimasta lì nel cassetto per vent'anni e poi,
in una sera, eccola lì, che arriva. Il discorso
di Se è simile, anche se diverso: è una canzone
che amo e l'avevamo inciso in quello che reputo
il più bel disco di Settore Out che, ironia
della sorte, non è nemmeno mai uscito e guarda
caso la prima volta che l'ho suonata, a Spaziomusica
l'anno scorso, durante il Distrattour, c'eravamo
tutti ed era la prima volta che ci ritrovavamo
negli ultimi anni. Da allora è rimasta fissa
nella scaletta dei miei concerti e, visto che
non era mai uscita in versione "ufficiale",
mi è sembrato giusto metterla in O tutto o l'amore.
Nel disco
ci sono tre cover. Ballata dell'Estate
Sfinita era un brano del disco Falene
di Giancarlo Onorato, disco bellissimo di un
autore poliedrico quanto misconosciuto, nonostante
vanti più di trent'anni di carriera. Cosa deve
comunicare secondo te una cover che non sia
stato già comunicato dall'autore?
Nulla, assolutamente nulla. La differenza
è che nell'interpretare una canzone, cerco di
succhiarne tutta la linfa vitale, solo per me
stesso. E' un'ammissione dei propri limiti,
no? Vorrei averla scritta, ma dato che non è
così non è, mi faccio un regalo, se poi lo faccio
anche ad altri, tanto meglio.
Invece
Se Perdo Anche Te è la rilettura
in chiave "italian-country" (se mi perdoni la
definizione..) della stranota Solitary Man di
Neil Diamond. Anche se credo che qui abbia giocato
molto la versione che diede Johnny Cash sugli
American Recordings, o sbaglio? Pensi che il
fatto che il pubblico conosca più o meno bene
l'originale, abbia influito sul tuo modo di
reinterpretare il brano?
Anche quella è una canzone che mi ha
seguito per tutto il Distrattour. Devo dire
che la figura di Johnny Cash mi ha lasciato
un segno, perché oltre a Solitary Man, mi ha
colpito sempre la sua versione di One degli
U2. Però quando ho sentito la "sua" Solitary
Man mi sono ricordato di una melodia di molto
tempo fa e allora ho chiesto a mia sorella,
che a qualche anno più di me, e lei mi ha fatto
ricordare la versione di Gianni Morandi. Per
cui per tutto il Distrattour, ho suonato un
patchwork tra la Solitary Man di Johnny Cash
con le parole in italiano. Dato che era piaciuta
ovunque, mi piaceva lasciare una traccia, ma
al momento di registrarla, ho lavorato per sottrazione
e alla fine sono rimasti sono il banjo di Dino
Barbé, il dobro di Gnola e le belle voci dei
Gobar. In qualche modo, sarà l'atmosfera, mi
ricorda la Carter Family, e forse anche questo
è un cerchio che si chiude.
La terza
cover è O cara moglie di Ivan
della Mea, che in un certo senso tradisce quanto
dicevamo prima, e riporta il disco da una dimensione
intima ad una battaglia sociale e comunitaria
come quella sindacale.
Ammetto che quando l'ho risentita ho
pensato potesse essere anacronistica ormai,
poi mi sono passate davanti le immagini degli
operai FIAT che votavano mestamente il loro
futuro a Termini Imerese, senza neanche poter
più combattere con dei "porci padroni" in carne
e ossa, e mi sono chiesto se lo stesso Ivan
(Della Mea) oggi la scriverebbe ancora così.
Ma poi, penso che di anacronistico oggi ci sia
la nostra classe dirigente ed il modo di porsi,
ma soprattutto di pensare della classe operaia,
a chi lavora. Non possiamo opporci a chi ha
in mano il potere e poi nel nostro intimo ambire
ad esser come loro, vivere come loro, pensare
come loro. Ivan Della Mea aveva colto un grande
punto fermo, ed è qui che è attuale più che
mai, che è il dialogo aperto con il proprio
figlio, ma che penso sarebbe utile anche nel
confronto con le istituzioni, a partire dai
sindacati che una qualche riflessione su questi
argomenti prima o poi dovranno farla.
Sussurrami
canzoni omaggia ancora Ivan Della Mea e
Enzo Jannacci, ma più in generale mi è sembrata
una dichiarazione di appartenenza ad un certo
modo di scrivere canzoni raccontando le storie
dell'uomo semplice, che è tipica della canzone
milanese. Ti senti davvero artisticamente figlio
di questa tradizione?
Non proprio, come dicevamo vengo
da esperienze più rock, che sono una parte di
me. Anche se devo ammettere che su un binario
parallelo ho sempre avuto un certo interesse
per la cultura popolare e tradizionale, per
esempio per la canzone in dialetto milanese,
che adoro.
Un'ora
d'aria è forse uno dei momenti più tesi
del disco, il più vicino ad un idea di rock
italiano alla Alberto Fortis. La definirei "infastidita"
più che arrabbiata, una riflessione sul tempo
che perdiamo in inutili chiacchiere che sembra
proprio volerci dire che il nostro male è proprio
il quotidiano che siamo costretti a vivere.
Val la pena combatterlo o siamo condannati a
dover sopportare in silenzio?
Mai sopportare in silenzio, mai
mettersi sullo stesso piano di chi non condivide
le nostre idee. Noi proponiamo il dialogo sul
nostro terreno, noi evitiamo lo scontro frontale,
noi gettiamo i semi per l'albero della civiltà.
Magari una canzone non cambierà nulla, ma vuoi
mettere la bellezza di una melodia con l'orrido
squallore di una congiura?
Parafrasando
una celebre frase di Roberto Freak Antoni, che
diceva che in Italia non c'è gusto ad essere
intelligenti, che gusto c'è in Italia a fare
il cantautore oggi?
È il gusto di pensare di aver
scritto qualcosa di buono, di avere una piccola
dignità da salvaguardare, di essersi inventati
una strada, di aver inseguito un'idea. Suppongo
che questo valga per tutte le professioni, i
mestieri. C'è gusto nel mettere un seme, di
legarsi alle radici. E' solo questo, ma non
è poco.
Non ti
chiedo gli album da isola deserta perché ho
pietà di te, però dimmi invece un disco non
tuo che potrebbe tranquillamente esserlo, che
ti rappresenta e descrive in pieno.
Due anni fa avrei risposto Sky
Blue Sky degli Wilco, una rock'n'roll in
cui mi ritrovo moltissimo. Oggi ti dico Josh
Ritter: il suo So Worlds Run Away
è fisso nel mio lettore da quando è uscito e
dubito che ne verrà fuori presto. Un grande
disco, con molte idee che sento vicine.
Chi è che
invece potrebbe sentirsi pienamente descritto
da Evasio Muraro oggi?
Nessuno direi, già non è semplice
rappresentare se stessi, figurarsi qualcun altro.
Ti dirò invece che mi basterebbe riuscire a
descrivere un momento, una piccola storia, un
personaggio. Sarebbe già un bel traguardo.
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