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L'intervista
(a cura di Fabio Cerbone)

La prima curiosità,
se vuoi banale, è capire le ragioni di questo live, che in fondo arriva a solo
un anno di distanza dal disco di studio. Quando e perché è nata la necessità di
catturare la band dal vivo? La ragione principale
è che durante il tour abbiamo provato delle emozioni importanti, che arrivavano
dal palco, ma anche da sotto il palco e più andava avanti il tour più prendeva
corpo l'idea di "fissare" su disco l'energia che ci si scambiava tra noi musicisti
e con il pubblico a ogni data. Poi, il Live è un'occasione anche per chi non ci
ha mai sentito dal vivo di farsi un'idea di come può essere un nostro concerto
e che atmosfera si respira, e, magari, decidere di venire ai prossimi...
Hai scelto di attingere da un solo show, all'Amigdala Theatre di Trezzo d'Adda:
è stata una scelta immediata, dovuta alla natura particolare del locale o della
serata, oppure avevi intenzione di scegliere fra più registrazioni?
Sì, è stata una scelta immediata. Se Live doveva essere, doveva essere una data
sola, proprio per non perdere l'energia complessiva che doveva emergere, e poi
anche per esigenze più strettamente "tecniche"; registrare una sola data, a livello
di costi e di "omogeneità" dell'esecuzione, è sicuramente più semplice. L'Amigdala,
poi, è perfetto perchè ha un gran bel palco, è attrezzato per registrare live
in maniera fantastica e la gente che ci lavora è straordinariamente professionale
e competente in merito. Raccontami
come è nato il rapporto con la Route 61, una piccola realtà che mi sembra stia
dando spazio finalmente alla scena roots e blues nostrana. Cosa pensi si possa
muovere nel panorama italiano per questo tipo di pubblicazioni? Con
Ermanno Labianca è partito tutto dalla partecipazione a For You 2, la compilation
su Springsteen a cui ho partecipato con le due cover Bruce-oriented presenti su
"Blues for the Working Class" (Factory e Eyes on the Prize); io
avevo appena registrato il Live, stavo mixando, gliene ho parlato, lui mi ha spiegato
lo spirito dell'etichetta e molto semplicemente ci siamo trovati, e spero che
lui sia soddisfatto della collaborazione almeno quanto lo sono io. Poi io ho smesso
di pensare a cosa si possa muovere o meno nel panorama italiano da un pezzo; penso
a fare musica al meglio che posso e a portarla in giro il più possibile. Punto.
Questo alimenta tutto il resto, a piccoli passi. Di certo, in questo periodo,
la scelta di Ermanno e Route 61 è a dir poco coraggiosa, e figlia di una passione
sincera. Non è poco: di solito i frutti di questi due ingredienti, coraggio e
sincerità, durano a lungo. Anche dal
tuo punto di vista, attraverso i concerti e i dischi, hai notato un pubblico più
interessato anche ad artisti italiani che si dedicano a questi generi? Un atteggiamento
forse meno diffidente nei confronti di chi dalle nostre parti si misura con la
tradizione americana… Non lo so, io la diffidenza di
cui parli non l'ho vista poi tanto, è anche vero che faccio blues live da relativamente
poco e forse quello di cui parli l'ha vissuto sulla sua pelle qualche artista
che è nell'ambiente da più tempo. Per la mia esperienza, è vero che ho trovato
tantissimo coinvolgimento, passione e "fidelizzazione" al mio progetto, sinceramente
oltre le mie aspettative iniziali. Di sicuro ho trovato molta più passione vera
per la musica nell'ambito rock o blues rispetto ad altri ambiti più "indie", dove
mi sembra contino molto altri fattori che in un certo senso prescindono dalla
musica. Forse contano pure troppo, ma è un'opinione personale. So
che è nata una collaborazione con Francesco Piu, altro ottimo rappresentante del
blues in Italia: puoi raccontarmi un po' questa amicizia artistica e cosa produrrà
in futuro? Francesco ed io ci siamo conosciuti tramite
Pablo Leoni, che è il "nostro" batterista, ed è scattato subito un bel feeling,
quelle cose che capitano a pelle. Da lì a scambiarci idee sui nostri progetti
il passo è stato brevissimo. Poi lui mi ha fatto sentire qualche pre-produzione
del suo disco, e mi ha chiesto di scrivergli qualche testo. E lì è successa una
di quelle cose che rende speciale fare musica: mi è venuto "naturale" scrivere
i testi (e in alcuni casi, la linea melodica del cantato) sulla sua musica, quasi
senza difficoltà apparenti. E la cosa ancora più bella, è che a lui sono piaciuti
da subito. Il lieto fine è che nel suo disco, tra l'altro prodotto da Eric Bibb
(e vederlo lavorare in studio è stata un'altra grande esperienza) ci sono 6 pezzi
firmati insieme, e sono onorato di far parte del suo progetto, perchè secondo
me è un lavoro fantastico. Francesco canta e suona come una bestia. Punto. Questo
è l'immediato futuro, ma scommetto che non sarà l'unica cosa che faremo insieme.
Come hai approcciato i brani di Springsteen
presenti sul disco di studio e dal vivo e come sono nati gli arrangiamenti più
blues che hai dato alle canzoni? Ha collaborato anche la band in tutto questo? L'approccio
è stato quello di cercare di conservare lo "spirito" delle canzoni di Bruce (o
almeno quello che sentivo fosse lo spirito), che per tematiche erano molto attinenti
al progetto, e provare a portarle sul terreno del blues. L'idea di base, soprattutto
per la versione di Factory, che è totalmente stravolta rispetto all'originale,
è partita da me, ma è solo suonando i brani con la band che sono arrivati gli
arrangiamenti e le scelte definitive. Considera anche che l'immediatezza del blues,
e la grande consapevolezza del genere che hanno i ragazzi con cui ho la fortuna
di suonare, hanno di sicuro reso le cose più semplici.
Il tuo background proviene certamente dal rock'n'roll e come appena ricordato
da Springsteen, ma anche dalla musica italiana, tanto è vero che avevi debuttato
con un cd in italiano. Quando e perché è avvenuto questo cambio verso il blues?
"Blues for the Working Class", e mi viene quasi da ridere a pensarci,
è nato come un side project, mentre finivo di scrivere il disco nuovo in italiano,
che era pronto per metà. Volevo parlare di precarietà del lavoro e di sicurezza
sul lavoro, avevo bisogno di un linguaggio che affondasse le sue radici nel lavoro,
e ho scelto una delle mie passioni, il blues, "avvelenato" con un po' di rock,
e l'inglese per coerenza stilistica con la musica che stavo utilizzando, e anche
per differenziarsi dai progetti in italiano. Poi, e questa è la magia, è la musica
che ha fatto cambiare le priorità, ti direi quasi fin da quando siamo entrati
in studio alle Officine Meccaniche a registrare. Più il disco prendeva forma,
più si allontanava dall'idea di "side project". Poi sono arrivate le recensioni,
il tour, i concerti, Memphis, il rapporto fantastico con la band, e la strada
è stata chiara naturalmente. Quasi "per forza". E continua ad esserlo.
Pensi di ritornare comunque a percorrere sentieri di rock in italiano? Hai intenzione
di lavorare con questi stessi musicisti anche ad altri progetti, magari al di
fuori di un ristretto ambito blues? In tutta sincerità,
al momento non ho nessuna intenzione di tornare al rock in italiano. Ma proprio
nessuna. Sono troppo a mio agio dove mi trovo, e francamente mi sento sempre più
lontano da un certo modo di fare musica "italiano", dove (rare eccezioni a parte)
sembra andare molto di moda la posa e l'essere autoreferenziali piuttosto che
guardare cosa succede nel mondo e magari incazzarsi pure, o quantomeno buttare
fuori un po' di energia, anche se stai parlando di te stesso. Faccio blues, ragion
per cui sono fuori moda per definizione, come dico spesso, ma mi interessa fino
a un certo punto. Poi, con la band stiamo già lavorando al nuovo disco di inediti,
e qualche cosa di un po' meno blues salterà di sicuro fuori dal mazzo.
La scelta del traditional John Henry è interessante,
eppure pensavo: è una canzone del folklore americano, anche se ha un valore internazionale
nel messaggio, ma hai mai pensato, nel dare vita a questo progetto sulle canzoni
e il mondo del lavoro, di guardare anche alla nostra tradizione, folk o cantautorale?
No, e in effetti è una bella idea! Devo dire che
però, in questo, abbiamo già in Italia grandi maestri che si sono portati sulle
spalle la tradizione italiana su certi temi (mi vengono in mente i Gang o i Modena
City Ramblers, tanto per dire), e non credo in tutta onestà che sarei stato efficace
quanto loro nel farlo. Pur nella sua
radice nera e popolare, il rock blues che proponi con la band, imparentato con
la tradizione del Chicago blues più elettrico, ha spesso una componente meno radicale
e "impegnata", definiamola così, nei testi. Mi chiedevo allora quali reazioni
hai avuto dal pubblico durante il tour, di fronte al tema affrontato dalle canzoni. Beh,
vedere la gente che balla mentre canti per esempio "The mills are closing down
(Le fabbriche stanno chiudendo)" all'inizio ti può spiazzare, ma se ci pensi bene
è proprio questa apparente contraddizione uno dei punti di forza del disco e di
tutto il progetto. Anche se la barriera dell'inglese può essere un ostacolo (ma
nel libretto di Blues for the Working Class ci sono le traduzioni apposta),
bastano le due parole che dico a ogni concerto per spiegare cosa stiamo cantando
e suonando e accendere la lampadina sul tema. Poi la gente si diverte e balla,
ma sotto sotto sa di cosa si parla, e se vuole, compra il disco e approfondisce.
E questo è successo, e continua a succedere. E la cosa più bella, è che il tema
affrontato lega la gente al nostro progetto, alla nostra musica, proprio perchè
va oltre la musica. Ci raccontano le loro storie, ci chiedono di cosa parleremo
nel prossimo disco, se parleremo delle difficoltà di tutti i giorni, della crisi...questo
è incredibile davvero. Vuoi raccontarmi
un po' l'esperienza all'International Blues Challenge di Memphis, dove avete rappresentato
l'Italia nel 2011. Ecco, lì è successo tutto quello
che ti raccontavo prima, però senza la barriera dell'inglese, perchè ovviamente
capivano benissimo quello che cantavo. Figurati. Una gratificazione notevole,
perchè poi sei nella culla della musica che stai suonando. Siamo tornati che eravamo
carichi a molla. Poi, band pazzesche, jam interminabili, un'organizzazione capillare
che rende semplice far suonare più di 100 band da tutto il mondo e 50 artisti
solisti nei locali di Beale Street, fantastico davvero. E poi ancora, la Stax,
i Sun Studios, Graceland... L'ultima serata che abbiamo fatto, siamo saliti sul
palco poco dopo essere stati al Museo Nazionale dei Diritti Civili, dove ti raccontano
in maniera cruda e molto diretta cosa voleva dire il razzismo, ed esci e ti viene
da chiedere scusa di essere bianco, giuro. Raramente ho (ma credo di poter dire
che tutti noi abbiamo) suonato con una rabbia e un'energia del genere addosso.
Cose che non dimenticherò mai. |