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L'America vista dalla luna
Intervista con Andrea Parodi

- a cura di Gianfranco Callieri -

Ci ha messo più di dieci anni, ma Andrea Parodi è tornato a scrivere, registrare e pubblicare canzoni nuove. Il suo disco sarà già stato apprezzato a dovere da tutti gli appassionati di musica americana, ma data la complessità e la lunghezza, la varietà di ospiti e contenuti dell’opera, ci era rimasta la voglia di parlarne con l’autore.

Recensione di Andrea Parodi Zabala

 

L'intervista

Ascoltando questo disco, il cui titolo, se non sbaglio, non è Zabala ma Andrea Parodi Zabala, ho avuto spesso la sensazione di ascoltare, più che un album vero e proprio, una lunga dichiarazione di poetica, di amore per un certo immaginario, di riconoscenza verso un’eredità culturale. Sei d’accordo?

In origine, rispetto al precedente Soldati (che era un concept dichiarato) questo disco voleva essere svincolato da un tema e da un filo conduttore unitari. Tuttavia quanto affermi è vero, e se in Soldati erano i contenuti e le tematiche il punto di incontro, qui probabilmente è il sound che enfatizza quella dimensione on the road e di frontiera, lo spirito rock dell’America. Negli ultimi anni ho fatto soprattutto il promoter, l’operatore culturale, portando in Italia cantautori e musicisti dagli Stati Uniti, ma riavvolgendo il nastro della mia vita c’è stato un periodo in cui andavo a Austin ogni mese di marzo, a suonare e a incontrare i miei musicisti preferiti. Il sapore di quei viaggi è sicuramente un elemento comune a tutti gli episodi del disco e lo si evince già dalla fotografia di copertina, scattata dal mio amico Radoslav Lorkovic a Tonopah, Nevada, sulla Route 6.

Inoltre, se il titolo corretto è quello triplo e non singolo, siamo di fronte a un’opera omonima: scelta che di solito indica una nuova partenza, un cambio di identità o un punto fermo all’interno di una carriera. E in questo caso?

Dopo essere stato fermo a livello discografico per così tanto tempo, serviva una ripartenza, un segnale di svolta. La mia vita in questi anni è sempre stata invasa e circondata dalla musica, ma era arrivato il momento di rimettersi in gioco con un disco e soprattutto di ritornare a suonare dal vivo in giro per l’Italia. Poi c’è la storia dell’omonimia. Per molti anni ho condiviso il mio nome con il grande cantante dei Tazenda: volevo  svincolarmi, così è nato «Andrea Parodi Zabala», anche se in molti continuano a leggere «Zabala» come titolo del nuovo disco di Andrea Parodi. Zabala è un nome di fantasia, evoca terre di confine. Era un calciatore paraguaiano degli anni ’80 ed era il soprannome di un mio compagno di scuola. Ma è anche il nome di una città sumera ed è un cognome molto diffuso nel popolo basco. Mi piace perché richiama storie e lascia spazio all’immaginazione.

Non posso non farti questa domanda. Provieni dal canturino ma hai una passione smodata per le esplorazioni del mondo. Con tutta l’America che c’è nell’album, tra ospiti e riferimenti geografici, non ti sei mai posto il dubbio di scadere nel provincialismo? Una canzone come I Piani Del Signore, per esempio, non poteva essere ambientata nei tuoi monti e nelle tue pianure anziché nella Carolina del Nord?

Ambientare questa storia nella provincia Americana significava utilizzare un filtro, una lente per enfatizzare la realtà. Il bigottismo e l’ossessione religiosa al limite del paranormale sono ancora molto radicati in quel tipo di America. Io scrivo spesso canzoni ambientate nelle mie montagne e nei luoghi dove sono cresciuto. La Valtellina dei miei nonni è sempre stata fonte di ispirazione. Gli aspetti fondamentali nella mia scrittura, oltre alle storie, sono i ricordi, i dettagli, le sfumature, i personaggi. Per scriverne, certi luoghi devi averli vissuti, respirati. Ma quell’America che canto in alcune canzoni del disco ho cominciato a viverla ben prima di andarci. Da ragazzino, quando il sabato sera i miei amici uscivano per andare al pub, io stavo a casa a guardare film, leggere libri e ascoltare dischi che mi facevano sognare quei luoghi. E poi sono cominciati i viaggi in America. Vivevo a casa di musicisti, a New York, Austin, Nashville, Chicago… è un mondo, una dimensione che fa parte di me, del mio vissuto, dei miei ricordi, della mia immaginazione.

La parte musicale è sicuramente quella influenzata più direttamente, ma a volte anche quella narrativa. Mi era già capitato in passato di scrivere canzoni che sviluppassero le storie d’oltreoceano. Nel mio primo disco, Le Piscine Di Fecchio, c’era una ballata come Il Killer Del Tennessee. Nel nuovo disco ci sono I Piani Del Signore e Gabriela Y Chava Moreno, che è un viaggio sulla strada lungo il Rio Grande. Sono sempre stato affascinato dal tradurre canzoni di cantautori americani, Townes Van Zandt su tutti. In questo caso spesso trasporto le canzoni nei miei luoghi: la Caroline di Tecumseh Valley, per esempio, è diventata Carolina e il brano ha traslocato tra Genova e le miniere della Sardegna. Io credo che la sfida non sia tanto quella di non scivolare nel provincialismo, ma piuttosto cercare di restare sinceri e scavare in profondità. Ci sono storie bellissime intorno a noi, ogni città in cui mi fermo è un’ispirazione, soprattutto le città di mare. Ogni incontro può generare una scintilla da cui far nascere una canzone. L’America, la frontiera, le pianure dell’Ovest sono stati per molto tempo una parte fondamentale della mia vita. Sarebbe una forzatura se non ci fossero nella mia musica.

Un altro particolare poco italiano e molto americano riguarda il carattere prepotentemente narrativo delle canzoni, che narrative lo sono anche quando non raccontano una storia. Da chi hai appreso la passione per le storie? Suppongo abbia radici lontane.

Ho scoperto Fabrizio De André da bambino. Una cassetta con l’etichetta grigia nella camera degli zii. C’erano altre cassette, e vinili di Dylan, Springsteen, Claudio Lolli. Di De André ho amato fin da subito le ballate, le storie. E quando ho scoperto i cantautori americani mi si è aperto un mondo. Parallelamente a tutto questo c’è un’amicizia, cominciata dall’infanzia, con Michele Di Mauro, che ora vive a Baltimora dove insegna latino in un liceo e scrive romanzi. Fin da bambini con Michele inventavamo storie, guardavamo tonnellate di film e traducevamo i testi di John Prine e Steve Earle. La madre di Michele era americana, di Los Angeles, e quell’America l’abbiamo sognata tante volte assieme. All’epoca mio nonno materno lavorava in Turchia e tornava a casa una volta l’anno. La prima cosa che gli piaceva fare era guidare, senza una meta, anche per tutto il giorno e raccontare storie. Io stavo seduto sul sedile dietro ed ascoltavo. Alla base di tutto credo ci sia la curiosità. Ogni cosa parte da lì. Ora, da padre, cerco di stimolare quella curiosità nei miei figli; bisogna cercare di non perderla mai, poi ognuno può trovare la forma e la strada per trasformarla in ciò che più gli piace. A me sono toccate le canzoni, a Michele i romanzi, ma sogno di fare un film e finire almeno uno dei libri che ho cominciato a scrivere.

La ricchezza di ospiti in questo lavoro, non solo musicisti ma anche produttori e tecnici del suono, è in pratica senza precedenti nel contesto della musica italiana. A parte gli interventi di Paolo Ercoli alla pedal-steel, i musicisti coinvolti sono al 100% stranieri: come hai fatto a mettere insieme e poi armonizzare il contributo di tutti?

Ci sono voluti otto anni per portare a termine il disco, ma in realtà il tempo effettivo impiegato per registrarlo è stato pochissimo. Tutto è cominciato a Genzano, sui Castelli Romani, a casa del mio amico Alex Valle, chitarrista di Francesco De Gregori. In un pomeriggio d’autunno abbiamo registrato una dozzina di canzoni, chitarra e voce, praticamente tutte quelle che ci sono nel disco. Ne sono rimaste fuori solo un paio. Qualche mese dopo, sono andato a Austin e ho lavorato con Joel Guzman, fisarmonicista di Joe Ely e Paul Simon. Ha coinvolto dei musicisti straordinari e abbiamo dato forma alle canzoni. Sono tornato in Italia che il disco era a buon punto, c’erano da aggiungere un po’ di colori, le voci finali, ma tutte le parti ritmiche erano pronte. Le registrazioni erano su un hard-disk finito, a un certo punto, in fondo a un cassetto dal quale non è più uscito per anni. Lo avevo ripreso in mano quando nel 2014 era venuto David Immerglück, in tour in Italia coi Counting Crows, e avevamo registrato le sue chitarre e il suo mandolino su tre brani, ma poi fino allo scorso inverno era rimasto chiuso in quel cassetto.

Sicuramente la pandemia ha avuto un ruolo fondamentale in questa storia. Anche durante i momenti più difficili ho sempre cercato di fare qualcosa, mi sono inventato delle trasmissioni radio, ho organizzato dei festival in streaming. Tutte cose che non potevano sostituire la realtà, chiaro, ma non sopportavo il tono di vittimismo assunto dal mondo dello spettacolo. In quel momento ho pensato molto alla distinzione tra arte e spettacolo e a quanto sia difficile, nel quotidiano, trovare un equilibrio tra il lavoro, la famiglia e le proprie passioni. Ho pensato a come il tempo assurdo che stavamo vivendo ci stesse togliendo tanto, tantissimo, ma anche offrendoci un’opportunità. Così, in pieno lockdown, quando eravamo in zona rossa e non si poteva neppure più raggiungere il paese di fianco al proprio, mi sono immaginato nuovi confini. Ho chiamato David Grissom al telefono, a Austin, e in un paio di giorni ha registrato delle chitarre pazzesche, dando una nuova linfa e direzione al disco. Michael McDermott, quando ha sentito il risultato finale, mi ha chiesto il numero di David e sono tornati a suonare insieme dopo tanti anni (a maggio uscirà un nuovo lavoro di McDermott con le chitarre di Grissom). Scarlet Rivera da San Francisco ha suonato il violino, così come Tim Lorsch da Nashville, Steve Wickham da Dublino e Carrie Rodriguez da Austin. Joel Guzman ha suonato la sua magica squeze-box e abbiamo lavorato insieme agli arrangiamenti delle canzoni. Tutto il materiale veniva mandato al The Shelter Recording Studio di Meda dove assemblavamo ogni dettaglio col bravissimo Matteo Tovaglieri.

I musicisti che hanno suonato nel disco sono dei fuoriclasse e hanno registrato immaginando cosa avrebbe potuto aggiungere un altro musicista. Molti di loro poi si conoscevano, avevano già lavorato insieme. Quando abbiamo aperto contemporaneamente le tracce di Joel Guzman e David Grissom stavano insieme perfettamente, non abbiamo dovuto tagliare una nota. C’era un’alchimia incredibile, frutto del gusto e della professionalità di questi musicisti. Larry Campbell ha preso in mano I Piani Del Signore e l’ha portata nel suo mondo, tra Dylan e The Band. Suona il violino, la pedal-steel e canta i cori gospel con sua moglie, Teresa Williams. Poi c’è la slide di David Bromberg, l’organo Hammond di Tommy Mandell, uno che ha suonato su Combat Rock dei Clash!

Quando ho visto il disco prendere forma, ho capito che sarei andato fino in fondo. Ho scelto il giorno del mio compleanno come data d’uscita ed è stato come organizzare una grande festa, una cena, a cui invitare tutti gli amici. Da questo punto di vista la canzone più rappresentativa è Where The Wild Horses Run perché mi rendo conto di aver messo insieme personaggi incredibili. Ogni anno, a marzo, organizzavo una cena a casa di Joe Ely, nel suo ranch. Arrivavano tutti, Jimmy LaFave, Kevin Welch, Butch Hancock, JT Van Zandt, Sam Baker, Gurf Morlix, Eric Taylor. Io cucinavo, era il mio modo per ringraziarli, poi ci si metteva intorno a un fuoco a suonare. Si stupivano di come riuscissi a metterli tutti assieme, vivevano nella stessa città ma non si vedevano praticamente mai.

Where The Wild Horses Run mi ricorda quelle cene nel ranch di Joe e ho voluto fosse lui ad aprire la canzone. Joe è andato in studio con James McMurtry, tra una dose di vaccino e l’altra, mentre il padre di quest’ultimo, lo scrittore Larry, era morto da pochissimi giorni. Con ognuno degli ospiti di questa canzone ho condiviso momenti profondi, al di là della musica. Il ranch di Joe Ely deve avere qualcosa di magico perché ero presente quando Ryan Bingham si dichiarò alla sua futura moglie. Greg Brown è una delle voci più belle del cantautorato americano, mi vengono i brividi a sentirlo cantare su una mia canzone. Con Sarah Lee Guthrie e la sua famiglia c’è un’amicizia fortissima. Sarah è venuta in Italia al mio matrimonio, sono stato con lei a suonare al Woody Guthrie Folk Festival a Okemah e in Massachussets, nella chiesa di cui parlava Arlo Guthrie in Alice’s Restaurant (oggi sede del Guthrie Center) e al Dreamaway Lodge, il locale dov’è nata la Rolling Thunder Revue e dove hanno girato parte del Renaldo & Clara di Dylan.

Come ti dicevo, a volte sembra di trovarsi di fronte a un libro di memorie, con la polvere della canzone d’autore americana, il rock delle due coste, il tex-mex del confine, la fisarmonica di Stati Uniti, Italia e Europa orientale, qualche colore sudamericano... Quali ricordi da ascoltatore, lettore, spettatore, viaggiatore (e chi più ne ha più ne metta) ti eri prefisso di portare alla luce? O quali ti sei accorto erano venuti a galla ascoltando il disco finito?

Sono molto felice che si percepiscano tutti questi mondi nel disco. In principio non ci doveva essere un concept ma in modo naturale lo è diventato il viaggio, con tutte le sue meravigliose laterali e deviazioni. A ricordarmi che in questi otto anni, in realtà, non sono mai stato fermo. Ho sempre cercato una sintesi tra la canzone d’autore e il rock americano e questi due mondi si portano dentro tutto il resto. La musica popolare, il folk, il tex-mex, la musica irlandese etc. Non ho voluto fare nulla di innovativo, solo vestire le storie con la musica che mi piace e mi appartiene. Fin da bambino cercavo violini, mandolino e fisarmonica nelle canzoni di De André e da ragazzo le ho ritrovate in quelle di Steve Earle e John Mellencamp. Sono strumenti per me imprescindibili: evocano ricordi, radici lontane, e mi fanno sognare.

La tua attività di musicista e organizzatore di concerti non potrebbe esistere senza l’incontro con gli altri, l’incontro e lo scambio: due costanti del tuo lavoro e del tuo modo di comporre. Come hai vissuto i mesi della pandemia e come vedi questo periodo di mobilità ancora interrotta tra alcuni paesi?

Il dono più grande che mi ha fatto la musica è proprio quello dell’incontro. Il poter viaggiare in un modo unico, privilegiato, scegliendo sempre la strada più bella e panoramica. Pensa all’America, la musica è stata un’occasione per viverne la parte romantica e sincera, lontana dalle sue contraddizioni e prepotenze. La pandemia ci ha tolto tanto, tantissimo e penso soprattutto ai bambini, a un tempo sottratto che non gli verrà restituito. Io non sono mai stato fermo, ho continuato a lavorare, anche più di prima, e a ideare progetti. Ho finito il mio disco. Non so cos’abbiamo realmente imparato da questa storia. Presente e futuro si mescolano ancora in un’incerta fragilità. Si sta cominciando a riprogrammare eventi, tour; io quest’estate sono riuscito a portare in Italia James Maddock e Thom Chacon con Tony Garnier, ma finchè non si affronterà il problema in modo globale sarà difficile uscirne completamente.

Ci parli della squadra che ti accompagna dal vivo e di quali sono le differenze tra suonare con loro e farlo, invece, con i musicisti presenti nel disco?

La band che mi accompagna dal vivo è micidiale ed è in grado di ricreare perfettamente il suono del disco con l’aggiunta della magia del live; tutti i musicisti hanno suonato nel disco e fanno parte di questo mondo. Il capobanda è Alex “Kid” Gariazzo, cantante e chitarrista della Treves Blues Band: ha diviso il palco con Deep Purple, ZZ Top e Bruce Springsteen ed è anche chitarrista di molti degli artisti americani che porto in Italia, per esempio Michael McDermott. Al basso c’è la sua compagna, Angie, che nel disco suona su Se Vedessi La Baia Ora insieme a David Bromberg. Alla batteria c’è Max Malavasi, che mi accompagna da una vita e ha partecipato ai tour italiani di Bocephus King, Greg Trooper e Tim Grimm. Poi c’è Raffaele Kohler, il Jimi Hendrix della tromba. Durante il lockdown suonava tutte le sere alle 18 da dietro le grate della sua finestra di via Fauchè, a Milano. Raffaele è più di un fratello, suonare e viaggiare con lui è una gioia assoluta. Non comincia mai i concerti sul palco, c’è sempre un effetto a sorpresa, da un balcone, dalla strada, da dietro al palco la sua tromba comincia a suonare e cattura l’attenzione di tutti. Di fianco a Raffaele c’è Luciano Macchia al trombone. Insieme sono dinamite e hanno fatto decollare la mia canzone C’è coi loro fiati estivi. Dal vivo poi è una continua improvvisazione, Raffaele e Luciano suonano insieme da sempre e sanno generare un’energia fuori dal comune. Al pianoforte, fisarmonica e organo c’è Riccardo Maccabruni, che evoca Flaco Jimenez, Dr John, Messico e New Orleans. E poi “Makka” canta benissimo, così come Alex, e alla voce c’è anche Claudia Buzzetti, il cui ruolo, nel disco, è importantissimo. Claudia è molto giovane, ma ha una voce antica che mi ricorda quella di Emmylou Harris. E poi c’è Paolo Ercoli, con la steel-guitar e il mandolino. In questi anni Paolo è stato musicista, roadie, psicologo di quasi tutti i cantautori da me portati in Italia, da Malcolm Holcombe a Thom Chacon.

Praticamente tutti i miei musicisti in questi mesi hanno pubblicato un disco, così a fine concerto nel banchetto del merchandising, oltre al mio cd, le magliette, i plettri e il tabasco Zabala ci sono i dischi di Raffaele Kohler, Paolo Ercoli, Claudia Buzzetti e il tributo a Lennon di Alex Gariazzo e della sua Smallable Ensemble. Last but not least: Woody Parodi, pianoforte su È Solo Un Fiore: tutte le sere si prende gli applausi più intensi, ma soprattutto è parte di questa band e famiglia, i Boderlobo. E a febbraio sembra che si unirà alla band anche Scarlet Rivera.

Altra domanda scontata ma inevitabile: Le Piscine Di Fecchio uscì nel 2001, Soldati sei anni dopo. Da quest’ultimo sono trascorsi quattordici anni, undici dall’avventura “americana” dei Barnetti Bros. Come mai così tanto tempo tra una pubblicazione e l’altra?

Non erano questi i piani e le date di uscita di un disco non raccontano tutta la storia. Le Piscine Di Fecchio è stato registrato in cinque giorni a Vancouver ed è uscito qualche mese dopo, il tempo di rendermi conto che non c’erano case discografiche interessate e avrei dovuto autoprodurlo. Soldati è stato registrato l’anno seguente, sempre a Vancouver. Sedici canzoni in undici giorni. Questa volta, però, volevo finirlo in Italia, ricantarlo e mixarlo, e poi la mia vita si era arricchita di incontri e collaborazioni, così coinvolsi i Gang, Luigi Grechi, Claudio Lolli, Massimiliano Larocca. In quel caso trascorsero ben cinque anni dal momento della registrazione del disco all’uscita perché ci furono gestazioni discografiche e alla fine il disco venne pubblicato da LifeGate e Venus. Poi arrivò l’avventura dei Barnetti che fu al tempo stesso un punto di arrivo ma anche di caduta. Fu un progetto mai realmente portato a termine, quasi mai praticamente suonato dal vivo. Era un side-project per ognuno di noi, ma quando fu il momento di tornare a fuoco sul proprio percorso le mie priorità erano decisamente cambiate. Nel 2012 è nato Woody e tre anni dopo mi sono sposato. Poi nel 2016 è morto mio padre e nel 2018 è nato Geordie. Riportate così sono solo date, ma era cambiata soprattutto la prospettiva. La musica, i viaggi, gli incontri, erano sempre parte integrante della mia vita, ma in condivisione con la mia famiglia. Ho recuperato la giusta distanza con la musica e penso che Zabala sia uscito nel momento opportuno. È invecchiato bene, come un buon vino. Affinato con le straordinarie collaborazioni grazie alle quali è diventato il disco che è. Un disco sul sogno dell’America on the road ma anche sulla la grandezza e la magia di essere padre.

Passiamo alle canzoni dell’album. Spesso si ha la sensazione tu parta da un titolo, una parola o un profumo per riempirli delle suggestioni tue e del tuo stile. Emblematica, in questo senso, è Brasile, tra l’altro uno dei vertici dell’intero progetto.

Ci sono diverse partenze per ogni canzone. Alcune arrivano di getto, parole e musica assieme, altre rimangono incomplete e a volte le ritrovi dentro un’altra canzone. Brasile è cominciata dal primo verso, che è arrivato spontaneamente insieme alla musica. Poi la storia ha preso forma velocemente, è una canzone a cui sono sempre stato molto legato perché ero riuscito a raccontare un intero film. Ci sono molti personaggi e storie che l’hanno influenzata, da Cesare Battisti a Luciano Lutring, frequentato ai tempi dei Barnetti. Ci sono versi, in questa canzone, capaci di emozionarmi ogni volta: «È l’ultima volta che vedo questo mare, non è mai il momento giusto per fermarsi a ricordare / non conosco mio padre e non l’ho mai cercato, ma conservo ancora lo sguardo e la voce che mi ha dato / il tetto del cielo infinito di questo viaggio, la tristezza finirà domattina dentro un altro tatuaggio». Quest’ultima frase è un omaggio a De Gregori e sognavo di farla cantare a lui o magari di cantarla insieme a lui. Ma evidentemente per me è più facile raggiungere Springsteen e i musicisti di Dylan. Brasile, poi, ha messo le ali con l’arrangiamento di Neilson Hubbard degli Orphan Brigade. In questo caso i responsabili del sound sono solo lui e la strepitosa session da lui organizzata a Nashville, con steel-guitar e violino che si accarezzano e con quelle pochissime e scarne note di pianoforte a creare una dimensione sospesa e sognante.

Anche Gabriela Y Chava Moreno sembrerebbe un pezzo di Ry Cooder, o di Tom Russell, riempito dal linguaggio tuo. Riconosci questa forma affettuosa di «appropriazione»?

Certo, Gabriela Y Chava Moreno è un omaggio dichiarato alla frontiera, al Rio Grande, al Texas di Joe Ely e Tom Russell, ma anche al Ticino e alla Sesto Calende di Carlo Carlini e di tutti i cantautori arrivati qui in Italia, anni fa, tramite lui. I primi concerti che vidi furono quelli di Butch Hancock e Jimmy LaFave. Andavo ancora al liceo. Sognavo un giorno di andare in Texas a incidere un disco con quei suoni. E ho sognato di suonare con Radoslav Lorkovic fin dalla prima volta in cui lo vidi, insieme a Richard Shindell e Greg Brown. La stessa cosa vale per le chitarre di David Pulkingham e Andrew Hardin, che quando accompagnava Tom Russell sembrava in grado di materializzare sul palco un’orchestra intera. Le sue intro tra Messico e Hawaii su Gallo Del Cielo e Angel of Lyon erano da pelle d’oca. E poi, Joel Guzman e Scarlet Rivera hanno chiuso il cerchio, consentendomi di rendere omaggio a una terra di frontiera che ha cullato i miei sogni più intensi. Scarlet è Desire, il disco di Dylan che più ho consumato da ragazzino ed è soprattutto Romance in Durango, profonda fonte di ispirazione — nei personaggi, nell’atmosfera di un viaggio sul confine messicano — per Gabriela Y Chava Moreno. Io sono nato e cresciuto a Cantù, che è una città di frontiera perché è a meno di 20 minuti dalla Svizzera, ma è un confine pressoché inesistente, senza sapore. Austin dista più di quattro ore di macchina dal Messico, eppure quell’aria di confine la percepisci ovunque, soprattutto nella musica e nel cibo. Se Zabala è un disco on the road e di frontiera, sicuramente Gabriela Y Chava Moreno è la canzone manifesto di questo viaggio.

Tra la citazione del difensore paraguaiano César Zabala, Maya Dei Girasoli e tutta l’ultima parte del disco, questa sembra proprio essere un’opera piena di calcio, di bambini, di figli e desiderio di innocenza.

La nascita di Woody è stato sicuramente il momento più importante della mia vita. Maya Dei Girasoli rappresenta la consapevolezza di una nuova prospettiva da cui guardare il mondo. Ritrovare il tempo per assaporare la vita, per guardare un tramonto e tornare a sentire odori perduti. Maya è la fantasia, la curiosità e la meraviglia verso il mondo. È Solo Un Fiore ha molte immagini evocative legate all’infanzia, ma in quel caso è la mia ed è una canzone che ho scritto molti anni fa. La maglietta di calcio di quando a 11 anni giocavo nel Fecchio e facevo goal direttamente dalla bandierina del corner. Il calcio rappresenta i ricordi dell’infanzia e il rapporto con mio padre, di poche parole, ma sempre presente in tribuna a vedermi giocare. La domenica si alzava presto per mettere il grasso sugli scarpini e a prepararmi la colazione. Woody ha iniziato a prendere a calci il pallone prima ancora di cominciare a camminare. Ci sono tante cose intorno al mondo del calcio che fanno schifo, e questo vale anche per l’America, ma resta il gioco più bello del mondo e un ponte incredibile per tornare indietro nel tempo. C’è è una canzone d’amore atipica per un cantautore, perché non è triste ma sprizza gioia da ogni nota. Fotografa uno dei momenti più belli della mia vita, quando abbiamo scoperto che sarebbe arrivato Woody. Una delle due outtakes del disco è appunto una ninna nanna intitolata Woody. Lo tenevo in braccio, lo cullavo e gliela cantavo a cappella per farlo addormentare. Ne ho scritta una anche per Geordie, ancora più lunga perché ci metteva molto di più ad addormentarsi. Non ci sono canzoni per Geordie in questo disco perché lui è nato nel 2018 ma sono riuscito a farlo cantare su Tutti I Pesci Del Mare. A chi indovina cosa dice Geordie nella canzone pago da bere!

Un’altra parte della coerenza dell’album, da Se Vedessi La Baia Ora a Tutti I Pesci Del Mare (senza dimenticare la presenza di Steve Wickham, violinista nell’indimenticabile Sunday Bloody Sunday degli U2, fondatore degli In Tua Nua e soprattutto componente di vecchia data di un gruppo chiamato Waterboys), sta nel desiderio dell’acqua, vista come piattaforma di oblio e fuga. Raccontaci del tuo rapporto col mare.

Ci sono tantissime canzoni di mare in questo disco. Oltre a quelle che hai citato c’è la stessa Brasile, ma soprattutto La Ninna Nanna Del Maggio, una vera e propria preghiera di mare. «Prego Gesù di portare via il dolore, che i pescatori non si perdano nel mare, che ci sia un posto dove andare per chi muore, prego Gesù di poterti ritrovare». Sono innamorato del mare e delle città di mare. Ne parlo spesso con mia moglie Elena, dovremmo trasferirci a vivere davanti al mare. Adoro il mare in inverno, mi chiedo se chi ci è nato e cresciuto lo dia per scontato. E sono innamorato di chi il mare se lo porta dentro gli occhi e te lo trasmette in ogni gesto. Il mio amico Franz era un marinaio, pirata, musicista, promotore culturale, attivista, cuoco, poeta. Il suo mare era quello della Liguria, sul confine con la Toscana. Il mare della sua La Spezia ma anche quello di Marsiglia e il mare del Nord, tra Scozia e Irlanda. Ci siamo conosciuti tanti anni fa ad Arcola, vicino alla Spezia, al Pegaso. Avevamo organizzato insieme il concerto di Holly Williams e soprattutto avevamo chiuso la serata con vino e acciughe, passandoci la chitarra per cantare canzoni di Townes Van Zandt e Christy Moore. Franz se ne è andato all’improvviso un anno fa e ogni volta che mi fermo a guardare il mare ripenso a lui.

Parody family (foto di Woody Parodi) Zabala e Kohler (disegno di Elisabetta Ferrari)

Il disco è dedicato ai tuoi figli, a un amico scomparso e a tuo padre, anch’egli scomparso di recente. Se l’Andrea Parodi del 2021, quarantaseienne, incontrasse Elio Parodi alla stessa età, cosa gli direbbe?

Quindi tornando indietro con una macchina del tempo? Elio era del ’41, quindi sarebbe il 1987. Lo raggiungerei al campetto di Fecchio a vedere me dodicenne giocare a pallone. Poi lo porterei a bere una birra e gli direi grazie per la vita bellissima che mi ha dato, per avermi insegnato così tanto lasciandomi sempre la libertà di prendere posizioni anche molto lontane dalle sue. Sono i versi di una canzone che ho scritto per lui, si chiama Che Bella Vita Papà e la vorrei incidere come bonus-track per il vinile di Zabala (mi piacerebbe farlo uscire per Natale). La canzone si apre con il suo vecchio maggiolone col quale partivamo d’estate, nel cuore della notte, per andare in Abruzzo. Durante il viaggio ascoltavamo De Andrè, i Beatles e Beethoven.

Cosa ci racconti della (non recentissima) collaborazione con Claudio Lolli, uno dei tuoi eroi musicali?

Sicuramente, per me, uno dei momenti più alti e più intensi di sempre. Il vinile di Claudio con le 5.000 £ in copertina è uno dei miei dischi fondamentali. L’ho ascoltato all’infinito. Quando ho iniziato a fare musica non c’erano i social, però c’era un gruppo su internet, una mailing-list (credo si chiamassero così), denominata BI-ELLE: Brigata Lolli. Era una piattaforma eroica che dava spazio e voce ai cantautori fuori dai riflettori del mercato, come faceva il Premio Tenco molto tempo fa. La piattaforma poi si trasformava anche in cene e incontri carbonari, detti «piole», dove si suonava fino a notte e si facevano incontri bellissimi. Lolli era l’ispirazione di tutto quello straordinario sottobosco di cantautori. Per me Lolli era un mito, come lo erano De Gregori e De André. Ma la cosa eccezionale è che Lolli era umano, non stava su di un piedistallo a far decidere a un ufficio stampa o a un’agenzia di booking con chi eventualmente fare un duetto o andare in tour. Lolli veniva a cantare alla Festa dell’Unità di Cantù, in studio a registrare Per Non Sentirsi Soli e soprattutto in osteria a mangiare, e si fermava in macchina a parlare per ore prima di andare a dormire.

Infine, ascoltando l’ultima parola di Buon Anno Fratello, ossia «compagno», mi sono emozionato come quando, sentendo Soldati, mi sono imbattuto per la prima volta nel testo di Pressappoco Trentanni e nel verso «E chini il capo e non c’è più nessuno / Con cui parlare della rivoluzione». Che significato hanno, per te, oggi, queste parole?

Hanno ancora un significato profondo, radicato nei valori che mi hanno trasmesso i miei genitori, i miei nonni ma anche la cultura e la sensibilità assimilate dai libri, dalla musica, dai film. Una cultura antifascista, antirazzista, che mi sembra retorico e scontato sbandierare e invece va rivendicata, cantata, anche col pugno chiuso puntato verso il cielo. Valori che dovremmo dare per scontati: non si dovrebbero nemmeno chiamare valori. Non dovrebbero esistere in natura fascismo e razzismo. E invece li hanno sdoganati e legittimati. Io appartengo fortemente a quel tipo di canzone politica anche se la mia scrittura è più narrativa. La difficoltà, oggi, sta nel fatto di riscontrare molta confusione su modelli e rivoluzioni da seguire. Credo sia quasi impossibile leggere il proprio tempo, ma la Storia ci parla e si ripete.