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Bob Dylan
The Complete Budokan 1978
[Columbia/Legacy 4CD 2023]

Sulla rete: bobdylan.com

File Under: Mono no aware


di Gianfranco Callieri (01/12/2023)

Tra le non poche parole composte della lingua giapponese pressoché intraducibili in italiano, mono no aware - una delle più affascinanti - indica quell’emozione ineffabile suscitata da immagini, suoni, scritti o elementi della natura in grado di raccontarci, con un pathos tutto particolare, la caducità e l’effimero, la transitorietà delle cose e delle creazioni umane. Tutto cambia, tutto appassisce, muore e rinasce, lasciandoci addosso una sensazione in cui s’intrecciano la nostalgia per ciò che è stato, la partecipazione emotiva al continuo mutamento della realtà e un compiacimento malinconico, dolceamaro per l’incessante passare del tempo sull’interazione tra gli esseri umani e la natura. Mono no aware, appunto.

Non credo che Bob Dylan abbia dedicato i giorni della sua trasferta nipponica dell’inverno del 1978, quando si recò a Tokyo per inaugurare, con tre diversi concerti, il suo tour mondiale di quell’anno (114 date, le prime undici nella terra del Sol Levante, le ultime negli Stati Uniti dopo aver peregrinato tra Europa e Nuova Zelanda, Canada e Australia), ai concetti dei monogatari, le narrazioni in prosa in qualche modo paragonabili alla nostra epica. Ma se non l’ha fatto lui, possiamo sempre farlo noi di fronte a questo The Complete Budokan 1978, edizione "espansa", fino a rasentare l’ipertrofia, del controverso At Budokan (1979), fatto uscire in tutto il mondo un anno dopo la pubblicazione originaria (inizialmente prevista per il solo Giappone) e in genere osservato con antipatia da molti estimatori dell’artista (se non da tutti), forse perché questi (di sicuro la CBS, che stampava e distribuiva) volle intenderlo come un greatest-hits dal vivo, però con arrangiamenti molto anticonformisti e, per tanti oppositori della prima ora (tra essi Dave Marsh, l’apologeta di Bruce Springsteen, che sull’annuario di Rolling Stone sentenziò, "Questo è il suo peggior disco con un margine così ampio da essere difficile da spiegare"), troppo addolciti, insinuanti, semplificati e patinati dagli ottoni per rientrare nella categoria delle reinvenzioni anziché in quella dei compromessi.

Oggi, tuttavia, questa ennesima e per l’ennesima volta spiazzante fotografia dell’artista - una delle tante tra le infinite scattate e manipolate, nel tempo, da chi della decostruzione di sé ha fatto scuola di vita - con chitarra a tracolla, assorto davanti a una pianta di sakura, i fiori di ciliegio che nel buddismo zen simboleggiano la splendida precarietà del creato, e ritratto non nelle 22 canzoni dell’album d’origine, ma nelle 58 delle due date integrali (e cioè il 28 febbraio e il primo di marzo) da cui quel doppio LP fu desunto, induce a qualche riflessione supplementare. La prima: Dylan veniva, allora, da un altro doppio dal vivo assai celebrato, quel seminale Before The Flood (1974) in cui l’accompagnamento di The Band al completo aveva dato luogo, secondo la maggioranza degli ascoltatori, ad alcune tra le registrazioni più espressive e trascinanti di sempre nell’ambito della musica live. La seconda: il precedente tour, visto in azione solo tra Canada e Stati Uniti, era stato quello zingaresco, elettrizzante e stratosferico della Rolling Thunder Revue (1975/76), talmente unico e ricco di sorprese (nonché di grinta rockista) da essere considerato, nell’opinione di molti dylaniati e non solo, il punto più alto mai raggiunto dall’artista durante la sua carriera on stage, oggetto di una venerazione così ampia da far digerire anche una documentazione (in sé ottima, sebbene parzialissima rispetto al materiale disponibile) a dir poco minimale come quella offerta dal singolo Hard Rain (1976).

Rispetto a queste due considerazioni si può già notare quanta intelligenza abbia mostrato Dylan, a posteriori, nello sconfessare un potenziale rilancio basato sull’accrescimento dell’epos o della vena rock, e infatti The Complete Budokan 1978, come e più del suo prototipo, immortala un musicista rilassato e downhome, intento a smontare il proprio repertorio in una miriade di mattoncini di volta in volta dedicati al soul di Memphis, al R&B degli stati del Sud, alle melodie carezzevoli dei jukebox degli anni ’60, alla purezza delle registrazioni del Sun, al jazz, al folk-rock e al fiabesco ritmo in levare della Giamaica, il tutto «cucinato» da un gruppo che strizza gli occhi al funkeggiare di Booker T. Jones e a un ferino, sensualissimo blues al femminile da ultimo giro di bicchieri nelle periferie delle grandi città. Miracolosa, in tal senso, è la You’re A Big Girl Now ebbra di rum, caraibica e swingante del 28 febbraio, una specie di ibrido spiazzante e magnifico tra il soul latino dei dominicani di New York, il crooning di Frank Sinatra, il jazz dei locali italoamericani e perché no, un tocco di piano-bar, con tutti questi ingredienti amalgamati da un sax intento a stillare note come fossero gocce di liquore.

C’è poco da eccepire, del resto, se il sassofono è quello di Steve Douglas, ex-membro della mai troppo lodata Wrecking Crew di Los Angeles (futuro produttore, inoltre, di Le Chat Bleu [1980] dei Mink De Ville), e se a circondarlo, oltre a tre musicisti della citata Rolling Thunder (David Mansfield e Steven Soles della Alpha Band, più Rob Stoner al basso), ci sono il Billy Cross di Meat Loaf alla sei corde, il jazzista Alan Pasqua alle tastiere, la splendida Bobbye Jean Hall alle percussioni, il britannico Ian Russell ai tamburi e tre coriste perfettamente in parte. Spesso il suono di The Complete Budokan 1978 sembra anticipare alcuni tratti di quello annerito e groovey di Slow Train Coming (1979), è vero, ma gli sono ancor più affini l’intimismo rock e la vena da cantautore tra mondo anglosassone e (ex-)colonie del sottovalutato Infidels (1983), entrambi evidentissimi in una spettacolare versione reggae di Don’t Think Twice, It’s All Right (tutta caricata sul flauto di Douglas e sulle congas della Hall, ma il titolare le regala comunque una delle sue migliori interpretazioni di sempre), nell’intercalare tra strofe e vampate dei fiati di una bellissima It’s Alright, Ma (I’m Only Bleeding), nel tropico metropolitano di una Shelter From The Storm non meno riuscita del modello.

Chi evocasse, oggi come allora, l’Elvis Presley di Las Vegas, o Neil Diamond sugli stessi palcoscenici, convinto di proporre un paragone deteriore, qualificherebbe soltanto la propria ignoranza, e non solo perché entrambi gli artisti suddetti hanno offerto nella cittadina del Nevada spettacoli fiammeggianti, quanto perché il sofferto ruvidume bluesy vomitato da Dylan, qui, nel rivisitare Repossession Blues di Roland James e, ancor di più, le 12 battute della Love Her With A Feeling di Tampa Red, due oscuri brani adoperati all’inizio di ciascuna serata per far riscaldare il gruppo, non ha proprio alcunché in comune né con l’uno né con l’altro. Regolarmente impeccabile Forever Young, in due versioni da tramonto su Broadway che sarebbero piaciute a Billy Joel, e disorientante (in senso buono) l’anticlimax strumentale in cui viene diluita A Hard Rain’s A-Gonna Fall all’inizio della scaletta, così come prendono in contropiede, per convincere poi su tutta la linea, una All Along The Watchtower col flauto a sgusciare ovunque, la fanfara rock and roll di One Of Us Must Know (Sooner Or Later), il blues’n’roll di Maggie’s Farm e il celestiale trattamento gospel di una Is Your Love In Vain? imbevuta del soul virile e spagnoleggiante appartenuto al recente Street Legal (1978), dove sarebbe peraltro apparsa per la prima volta.

Gli accenni allo spiritual, laico e pagano, tornano anche in I Threw It All Away, persino nel countreggiare onirico di Love Minus Zero / No Limit e nel finale blues di Going, Going, Gone; poi, giusto per sconfessare il pregiudizio di una serie di concerti messa in piedi solo per pagare le spese del divorzio da Sara Lownds (da cui il maligno soprannome di alimony-tour), ecco i fuochi d’artificio di una Like A Rolling Stone mandata in orbita dal sax, la sobria melanconia di I Want You e Girl From The North Country, il passo quasi fusion di un’inventiva Oh, Sister, le percussioni febbricitanti di One More Cup Of Coffee (Valley Below) e il puro reggae di una peraltro stellare Knockin’ On Heaven’s Door.

The Complete Budokan 1978 è, coerentemente con quanto Bob Dylan non ha mai smesso di proporre, l’affabulazione di un destino, una narrazione di storie parallele dove l’autore, usando i suoi brani come se fossero tracce appena visibili sopra un foglio bianco, riempie le sezioni vuote con altri colori e altri spunti dai quali emergono aperture creative di estrema suggestione. Aperture che diventano vive nel rapporto empatico, turbolento e inesauribile tra noi, l’artista e la sua capacità di raccontarsi in decine di modi diversi, siano questi circoscritti dal feeling sudista delle tastiere e dei fiati (ascoltate The Man In Me) o dalle stoffe folkie del tempo andato, rigenerate per l’occasione dall’intreccio delle voci (come accade nell’ultima The Times They Are A-Changin’). Tutti e quattro i CD di The Complete Budokan 1978 sono attraversati da un vento caldo e rinvigorente grazie a cui Dylan guarda se stesso come se non avesse punti di riferimento, invitandoci all’acume dei sensi e a condividere, con lui, l’abbandono all’ignoto e al desiderio, alla consapevolezza di come il massimo splendore della fioritura dei ciliegi coincida con quello della loro morte. Scongiurare il nulla cambiando pelle, identità, aspettative: in questo invito risiede, oggi, il significato e la bellezza di The Complete Budokan 1978
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