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The Beach Boys
The SMiLE Sessions
[Capitol, 5CD box-set  2011]


www.thebeachboys.com


di Gianfranco Callieri (03/01/2012)


Nel 1965, dopo aver ascoltato, in preda a un rapimento quasi mistico, i Beatles di Rubber Soul, Brian Wilson, ingegnere e principale artefice delle canzoni dei Beach Boys, spense in fretta lo stereo, abbandonò il salotto e corse in cucina, dalla moglie Marylin (al suo fianco dal '64 al '79), gridando: "Marylin, farò il più grande dei dischi! Il più grande disco rock mai realizzato!". Ancora oggi, molti giornalisti sono convinti vi sia riuscito: nelle liste dei migliori album della storia Pet Sounds (1966) compare regolarmente sul podio e in effetti, a giudicare dallo strabiliante universo sonoro delle sue canzoni, ciascuna elaborata intrecciando un numero incalcolabile di dettagli, soluzioni innovative e tecniche di registrazione sperimentali, non c'è motivo di ritenere che Wilson abbia tradito gli esaltati propositi di quel dicembre di quarantasette anni fa. Eppure, nonostante l'unanime apprezzamento espresso da pubblico e critica, Wilson sentiva di potersi spingere oltre. Ispirato dalle droghe e dall'incontro con un giovane paroliere e compositore di nome Van Dyke Parks, Wilson, da estimatore dei lavori di Beatles, Bob Dylan e Byrds, decise di contraddire la vulgata che vedeva nei Beach Boys un gruppo disimpegnato e infantile, incapace di riflettere sugli enormi cambiamenti in atto nel proprio tempo, e di puntare verso un'architettura sonora ancor più impervia e stratificata. Il suo progetto, tuttavia, non andò mai in porto. Le sessions d'incisione del disco, che doveva intitolarsi "Dumb angel" e in fase di lavorazione divenne SMiLE, rappresentarono uno dei periodi più difficili nella vita dei Beach Boys, il momento in cui tutte le complesse relazioni affettive e familiari alla base dell'affiatamento del gruppo rischiarono di saltare. A precipitare fu senz'altro l'equilibrio psichico di Wilson: dopo uno stadio iniziale di idillio creativo in compagnia di Parks, con i due intenti a elaborare testi e melodie al pianoforte, i piedi immersi in cassette di sabbia per ricreare la sensazione di trovarsi su una spiaggia, i contrasti con gli altri Beach Boys, le pressioni della casa discografica, le bizzarrie assortite (arrivò addirittura, spaventato dalla lontanissima eventualità di un incendio nel quartiere, a far indossare agli orchestrali elmetti da pompiere), gli interminabili rimaneggiamenti dei brani (suonati e risuonati per centinaia di ore, spesso modificandone sfumature impercettibili) e i costi ormai fuori controllo convinsero Wilson, nel maggio del 1967, ad abbandonare il progetto.

Anno dopo anno, SMiLE si è trasformato nel più celebre "album perduto" dell'epopea rock, completato da Wilson, di nuovo in coppia con Parks, soltanto in un disco solista del 2004, Brian Wilson Presents Smile, accolto trionfalmente da vecchi e nuovi fans. Se quello del solo Wilson resta, di fatto, un altro disco, il box oggi approntato dalla Capitol in collaborazione con lo stesso artista rappresenta quanto di più vicino ci possa essere all'idea dello SMiLE originario. Certo, lungo ogni decennio era emerso qualcosa ad alimentarne il mito, da canzoni sparpagliate in altri dischi dei Beach Boys (la fantastica Heroes And Villains, Wind Chimes e Vegetables su Smiley Smile ['67], Our Prayer e Cabinessence sull'ottimo 20/20 ['69], Cool, Cool Water sullo splendido Sunflower ['70], l'eccezionale Surf's Up nel bellissimo omonimo del '71, peraltro ultimo album compiuto dei nostri) a occasionali retrospettive (il secondo disco, su sei, del box Good Vibrations: Thirty Years Of The Beach Boys ['93] conteneva circa mezz'ora di materiale dalle sessions di SMiLE), ma nulla di così prossimo alla descrizione di quel che debbono esser stati i giorni trascorsi in studio da Wilson e dai suoi collaboratori nel tentativo di dare una forma definitiva alle canzoni dell'album. E sebbene il cofanetto The SMiLE Sessions (cinque cd, 2 lp, 2 45 giri, un poster e un libro rilegato) sia oggetto evidentemente riservato a collezionisti e fanatici, dacché è lecito dubitare che ascoltatori occasionali possano trovare motivi d'interesse in 4 cd recanti qualche inedito assoluto (poca cosa) ma soprattutto consacrati alla catalogazione di un'estenuante serie di reharsals di laboratorio, dai pezzi provati due o tre volte fino all'apoteosi, sul disco due, delle 34 versioni diverse di Heroes And Villains, i suoi meriti sono evidenti a chiunque: nei suoni di The SMiLE Sessions, spesso caotici, irritanti, sconclusionati, inessenziali (a un certo punto spuntano persino i rutti di Wilson) e ripetitivi, oppure, al contrario, sin troppo meticolosi, macchinosi e ridondanti (nel volume allegato, Alan Boyd e Mark Linnett, i "montatori" del collage di brani del box, sostengono di aver passato anni a tagliuzzare e ricomporre, talvolta per ottenere soltanto la miglior registrazione di un kazoo o di un flauto impiegati per pochi secondi, tracce provenienti da nastri rovinati, vecchi mix, acetati e persino bootlegs), si riflette in modo crudele e implacabile la personalità in pezzi di un genio stravolto dal perfezionismo e da un costante allontanamento dalla realtà, il gesto individualista, grandioso e fallimentare di un portentoso talento creativo costretto a prendere atto non dei propri limiti, bensì della poca fantasia di un mondo impoetico e limitato, dove neppure esistevano gli strumenti tecnologici per plasmare e fermare su supporto la caleidoscopica cosmogonia di suoni tintinnante nella testa di Wilson.

L'ossessione del controllo palesata da The SMiLE Sessions ha radici lontane. Nasce addirittura nei primi '60, quando i Beach Boys, gruppo formato dal piccolo prodigio Brian Wilson assieme ai fratelli Carl e Dennis, al cugino Mike Love e al comune amico Al Jardine, ottengono un remunerativo contratto presso l'etichetta Capitol grazie alle trattative condotte dal loro dispotico padre, Murry Wilson. Dietro una facciata composta da mare, ragazze e magnifici tramonti californiani, i Beach Boys nascondevano un rapporto irrisolto col loro padre-padrone; questi, violento e autoritario, detestava soprattutto le velleità sperimentali di Brian, sovente cancellate all'ultimo secondo dai rough mix degli album in uscita. Come da copione, il più tartassato dei fratelli era anche il più condizionato dall'ingombrante personalità paterna: nel 1964, allorché i Beach Boys esautorarono Murry da qualsiasi responsabilità nel management della band, Brian fu l'unico che, pur continuando a soffrire per la sua disapprovazione, seguitò a rivolgergli la parola. Dopo la delusione per l'abortito SMiLE, sempre più avviluppato nelle spire di una tremenda depressione, Brian Wilson, reso fin dall'infanzia sordo all'orecchio destro proprio dal padre, che lo bastonava (ma avrebbe ammesso di essere stato picchiato solo nel 2004, all'indomani del compimento del nuovo SMiLE, in un'intervista a un quotidiano britannico), alla morte del genitore, nel 1973, perse completamente la bussola. Si allontanò dalla band e venne affidato alle cure dello psichiatra Eugene Landy, suo terapista nel '75 e per tutti gli anni Ottanta, il quale divenne per Wilson una sorta di mentore dispotico. L'artista recuperò la salute fisica ma mai del tutto quella mentale; Landy, trasformatosi nel clone autocratico di quel padre scomparso da cui Wilson voleva ancora essere punito, fu estromesso dal percorso terapeutico del musicista tramite una sentenza del tribunale della California. In The SMiLE Sessions c'è tutto questo e molto altro ancora, c'è l'analessi di un passato dalla luminosità irreale, il presente di allora, nei suoi tempestosi sforzi creativi e nel disgregarsi delle relazioni affettive, e la prolessi agghiacciante degli abissi a venire. Il brano più setacciato, l'incredibile Good Vibrations, pianoforti, armoniche, violini, due bassi, theremin, due pianoforti e organo Hammond registrati in ambienti diversi e in un secondo momento rimontati a piacimento, un pop-rock psichedelico e incalzante composto per musicisti di estrazione classica e jazz, fu anche l'innesco dei dissapori all'interno della band. Se i fratelli si limitavano a seguire, pur capendovi poco o nulla, le indicazioni di Brian, Mike Love (del resto da sempre l'anima reazionaria della formazione, responsabile quasi unico degli obbrobri perpetrati dai Beach Boys dagli '80 in poi) si scagliò apertamente contro il nuovo materiale, bollando Good Vibrations come "merda d'avanguardia" (ruggine tutt'ora incrostata: basta leggere quanto Love scrive nel libro accluso al box). Fu sempre lui, contestando le liriche del ritornello di Cabinessence, a suo dire prive di significato, a scatenare una lite furibonda con Van Dyke Parks, che poco dopo abbandonò il progetto. A sorpresa, in tutte le bonus-tracks offerte da The SMiLE Sessions quella di Love è forse la voce più ricorrente.

Il disco originale resta tuttavia un monumento, un'improbabile quanto vulcanica intersezione tra i Beatles di A Day In The Life, i Pink Floyd di See Emily Play, le musiche di George Gershwin, le colonne sonore dei film Disney e gli stacchi surreali degli spot radiotelevisivi. Accompagnato dallo stream of consciousness dei testi di Parks, una riflessione impenetrabile sulla storia americana e sulla necessità di una rinnovata dimensione spirituale, Wilson convogliò un'incredibile quantità di strumenti (compresi clarinetti, ottavine, viole, contrabbassi, centinaia di percussioni etc.) dentro il ritratto in technicolor delle musiche della sua mente, quelle musiche e quelle voci da lui stesso definite "la parola di Dio". Ed eccole, nel primo cd del box, le piccole "sinfonie pop" di Wilson, matrimonio di un'infinità di frammenti incisi in sedi separate, inframmezzati da riferimenti all'epoca dei pionieri (la ballata western My Only Sunshine, appartenuta a Reverend Jimmie Davis e qui cantata da Carl), all'età aurea del jazz americano (I Wanna Be Around, composta da Johnny Mercer e registrata sia da Tony Bennett sia da Frank Sinatra), alla metà del nuovo secolo (The Old Master Painter, scritta da Dick Haymes, risale al 1940), al doo-wop dei '50 (i misconosciuti Crows di Gee), agli score di quei cartoni animati patologicamente compulsati dall'artista durante le sue autoreclusioni domestiche: il gospel di Our Prayer, il riff gershwiniano di Heroes & Villains, il collasso tra musica hawaiiana, arpicordo e congas di Do You Like Worms (Roll Plymouth Rock), le influenze orientali a vivacizzare il blues per sax, bouzouki, tromba, banjo e fisarmonica di Cabinessence, la malinconia barocca di Wonderful, i filamenti psichedelici di Look, l'apoteosi canora di una Child Is Father To The Man ispirata dai poemi di William Wordsworth, il mantra cartoonesco della sublime Surf's Up, la beatlesiana Vega-Tables, il carillon per organo della delicata Wind Chimes, il pazzesco e minaccioso crescendo strumentale dell'esplosiva The Elements: Fire (Mrs. O'Leary's Cow) (concepita da Wilson durante un trip da LSD), il disturbato onirismo folkie di Love To Say Dada (prima incarnazione di Cool, Cool Water), il volo libero e multiforme della devastante Good Vibrations.

Negli altri dischi c'è di tutto, comprese 23 diverse takes di Good Vibrations, dall'inedita dolcezza della raccolta You're Welcome alle prove di composizione di diverse tracce vocali, da un fragile bozzetto del solo Wilson al pianoforte all'improptu orchestrale di Three Blind Mice (improvvisata da Wilson per allenare i musicisti in un quarto d'ora residuo di affitto dello studio). A incidersi nella memoria e nei sensi, però, è il ritratto deforme, tremolante e raggelato di una generazione che, per troppo sognare, procede dritta verso una sontuosa autodistruzione. The SMiLE Sessions è la cattedrale di suoni e visioni dove muoiono le promesse di cambiamento degli anni '60, lo scrigno misterioso dove giacciono in pezzi l'anima e il cuore di Brian Wilson, partito con l'ambizione di scrivere una "teenage symphony to God", una sinfonia adolescenziale per il Signore, e piombato nella notte infinita del disfacimento psichico, vampirizzato da amici e parenti, ridotto a vagare solo, in una casa troppo grande, ingozzandosi di cibo spazzatura e sforzandosi di rispondere alle voci - Dio, il padre Murry, l'astioso Love, il prematuramente scomparso fratello Dennis - rimbombanti nella sua testa. Ora che vive a Beverly Hills, con la seconda moglie Melinda, due figlie e una piccola truppa di cani, davanti ai suoi occhi continuano a scivolare le immagini dell'oceano, del mare, delle spiagge. Nei mille riflessi di The SMiLE Sessions è custodito il suono dell'ultima onda di Brian Wilson, quella che continua a mormorare, in un addio straziante e sempiterno a giovinezza, innocenza e ricordi, "we can't go home again"..