Nel
1965, dopo aver ascoltato, in preda a un rapimento quasi mistico, i Beatles di
Rubber Soul, Brian Wilson, ingegnere e principale artefice delle canzoni
dei Beach Boys, spense in fretta lo stereo, abbandonò il salotto e corse
in cucina, dalla moglie Marylin (al suo fianco dal '64 al '79), gridando: "Marylin,
farò il più grande dei dischi! Il più grande disco rock mai realizzato!". Ancora
oggi, molti giornalisti sono convinti vi sia riuscito: nelle liste dei migliori
album della storia Pet Sounds (1966) compare regolarmente sul podio e in effetti,
a giudicare dallo strabiliante universo sonoro delle sue canzoni, ciascuna elaborata
intrecciando un numero incalcolabile di dettagli, soluzioni innovative e tecniche
di registrazione sperimentali, non c'è motivo di ritenere che Wilson abbia tradito
gli esaltati propositi di quel dicembre di quarantasette anni fa. Eppure, nonostante
l'unanime apprezzamento espresso da pubblico e critica, Wilson sentiva di potersi
spingere oltre. Ispirato dalle droghe e dall'incontro con un giovane paroliere
e compositore di nome Van Dyke Parks, Wilson, da estimatore dei lavori
di Beatles, Bob Dylan e Byrds, decise di contraddire la vulgata che vedeva nei
Beach Boys un gruppo disimpegnato e infantile, incapace di riflettere sugli enormi
cambiamenti in atto nel proprio tempo, e di puntare verso un'architettura sonora
ancor più impervia e stratificata. Il suo progetto, tuttavia, non andò mai in
porto. Le sessions d'incisione del disco, che doveva intitolarsi "Dumb angel"
e in fase di lavorazione divenne SMiLE, rappresentarono uno dei
periodi più difficili nella vita dei Beach Boys, il momento in cui tutte le complesse
relazioni affettive e familiari alla base dell'affiatamento del gruppo rischiarono
di saltare. A precipitare fu senz'altro l'equilibrio psichico di Wilson: dopo
uno stadio iniziale di idillio creativo in compagnia di Parks, con i due intenti
a elaborare testi e melodie al pianoforte, i piedi immersi in cassette di sabbia
per ricreare la sensazione di trovarsi su una spiaggia, i contrasti con gli altri
Beach Boys, le pressioni della casa discografica, le bizzarrie assortite (arrivò
addirittura, spaventato dalla lontanissima eventualità di un incendio nel quartiere,
a far indossare agli orchestrali elmetti da pompiere), gli interminabili rimaneggiamenti
dei brani (suonati e risuonati per centinaia di ore, spesso modificandone sfumature
impercettibili) e i costi ormai fuori controllo convinsero Wilson, nel maggio
del 1967, ad abbandonare il progetto.
Anno
dopo anno, SMiLE si è trasformato nel più celebre "album perduto" dell'epopea
rock, completato da Wilson, di nuovo in coppia con Parks, soltanto in un disco
solista del 2004, Brian Wilson Presents Smile, accolto trionfalmente da
vecchi e nuovi fans. Se quello del solo Wilson resta, di fatto, un altro disco,
il box oggi approntato dalla Capitol in collaborazione con lo stesso artista rappresenta
quanto di più vicino ci possa essere all'idea dello SMiLE originario. Certo, lungo
ogni decennio era emerso qualcosa ad alimentarne il mito, da canzoni sparpagliate
in altri dischi dei Beach Boys (la fantastica Heroes And Villains, Wind Chimes
e Vegetables su Smiley Smile ['67], Our Prayer e Cabinessence sull'ottimo 20/20
['69], Cool, Cool Water sullo splendido Sunflower ['70], l'eccezionale Surf's
Up nel bellissimo omonimo del '71, peraltro ultimo album compiuto dei nostri)
a occasionali retrospettive (il secondo disco, su sei, del box Good Vibrations:
Thirty Years Of The Beach Boys ['93] conteneva circa mezz'ora di materiale dalle
sessions di SMiLE), ma nulla di così prossimo alla descrizione di quel che debbono
esser stati i giorni trascorsi in studio da Wilson e dai suoi collaboratori nel
tentativo di dare una forma definitiva alle canzoni dell'album. E sebbene il cofanetto
The SMiLE Sessions (cinque cd, 2 lp, 2 45 giri, un poster e un libro
rilegato) sia oggetto evidentemente riservato a collezionisti e fanatici, dacché
è lecito dubitare che ascoltatori occasionali possano trovare motivi d'interesse
in 4 cd recanti qualche inedito assoluto (poca cosa) ma soprattutto consacrati
alla catalogazione di un'estenuante serie di reharsals di laboratorio, dai pezzi
provati due o tre volte fino all'apoteosi, sul disco due, delle 34 versioni diverse
di Heroes And Villains, i suoi meriti sono
evidenti a chiunque: nei suoni di The SMiLE Sessions, spesso caotici, irritanti,
sconclusionati, inessenziali (a un certo punto spuntano persino i rutti di Wilson)
e ripetitivi, oppure, al contrario, sin troppo meticolosi, macchinosi e ridondanti
(nel volume allegato, Alan Boyd e Mark Linnett, i "montatori" del collage di brani
del box, sostengono di aver passato anni a tagliuzzare e ricomporre, talvolta
per ottenere soltanto la miglior registrazione di un kazoo o di un flauto impiegati
per pochi secondi, tracce provenienti da nastri rovinati, vecchi mix, acetati
e persino bootlegs), si riflette in modo crudele e implacabile la personalità
in pezzi di un genio stravolto dal perfezionismo e da un costante allontanamento
dalla realtà, il gesto individualista, grandioso e fallimentare di un portentoso
talento creativo costretto a prendere atto non dei propri limiti, bensì della
poca fantasia di un mondo impoetico e limitato, dove neppure esistevano gli strumenti
tecnologici per plasmare e fermare su supporto la caleidoscopica cosmogonia di
suoni tintinnante nella testa di Wilson.
L'ossessione
del controllo palesata da The SMiLE Sessions ha radici lontane.
Nasce addirittura nei primi '60, quando i Beach Boys, gruppo formato dal piccolo
prodigio Brian Wilson assieme ai fratelli Carl e Dennis, al cugino Mike Love e
al comune amico Al Jardine, ottengono un remunerativo contratto presso l'etichetta
Capitol grazie alle trattative condotte dal loro dispotico padre, Murry Wilson.
Dietro una facciata composta da mare, ragazze e magnifici tramonti californiani,
i Beach Boys nascondevano un rapporto irrisolto col loro padre-padrone; questi,
violento e autoritario, detestava soprattutto le velleità sperimentali di Brian,
sovente cancellate all'ultimo secondo dai rough mix degli album in uscita. Come
da copione, il più tartassato dei fratelli era anche il più condizionato dall'ingombrante
personalità paterna: nel 1964, allorché i Beach Boys esautorarono Murry da qualsiasi
responsabilità nel management della band, Brian fu l'unico che, pur continuando
a soffrire per la sua disapprovazione, seguitò a rivolgergli la parola. Dopo la
delusione per l'abortito SMiLE, sempre più avviluppato nelle spire di una tremenda
depressione, Brian Wilson, reso fin dall'infanzia sordo all'orecchio destro proprio
dal padre, che lo bastonava (ma avrebbe ammesso di essere stato picchiato solo
nel 2004, all'indomani del compimento del nuovo SMiLE, in un'intervista a un quotidiano
britannico), alla morte del genitore, nel 1973, perse completamente la bussola.
Si allontanò dalla band e venne affidato alle cure dello psichiatra Eugene Landy,
suo terapista nel '75 e per tutti gli anni Ottanta, il quale divenne per Wilson
una sorta di mentore dispotico. L'artista recuperò la salute fisica ma mai del
tutto quella mentale; Landy, trasformatosi nel clone autocratico di quel padre
scomparso da cui Wilson voleva ancora essere punito, fu estromesso dal percorso
terapeutico del musicista tramite una sentenza del tribunale della California.
In The SMiLE Sessions c'è tutto questo e molto altro ancora, c'è l'analessi di
un passato dalla luminosità irreale, il presente di allora, nei suoi tempestosi
sforzi creativi e nel disgregarsi delle relazioni affettive, e la prolessi agghiacciante
degli abissi a venire. Il brano più setacciato, l'incredibile Good
Vibrations, pianoforti, armoniche, violini, due bassi, theremin, due
pianoforti e organo Hammond registrati in ambienti diversi e in un secondo momento
rimontati a piacimento, un pop-rock psichedelico e incalzante composto per musicisti
di estrazione classica e jazz, fu anche l'innesco dei dissapori all'interno della
band. Se i fratelli si limitavano a seguire, pur capendovi poco o nulla, le indicazioni
di Brian, Mike Love (del resto da sempre l'anima reazionaria della formazione,
responsabile quasi unico degli obbrobri perpetrati dai Beach Boys dagli '80 in
poi) si scagliò apertamente contro il nuovo materiale, bollando Good Vibrations
come "merda d'avanguardia" (ruggine tutt'ora incrostata: basta leggere quanto
Love scrive nel libro accluso al box). Fu sempre lui, contestando le liriche del
ritornello di Cabinessence, a suo dire prive
di significato, a scatenare una lite furibonda con Van Dyke Parks, che poco dopo
abbandonò il progetto. A sorpresa, in tutte le bonus-tracks offerte da The SMiLE
Sessions quella di Love è forse la voce più ricorrente.
Il disco originale
resta tuttavia un monumento, un'improbabile quanto vulcanica intersezione tra
i Beatles di A Day In The Life, i Pink Floyd di See Emily Play, le musiche di
George Gershwin, le colonne sonore dei film Disney e gli stacchi surreali degli
spot radiotelevisivi. Accompagnato dallo stream of consciousness dei testi di
Parks, una riflessione impenetrabile sulla storia americana e sulla necessità
di una rinnovata dimensione spirituale, Wilson convogliò un'incredibile quantità
di strumenti (compresi clarinetti, ottavine, viole, contrabbassi, centinaia di
percussioni etc.) dentro il ritratto in technicolor delle musiche della sua mente,
quelle musiche e quelle voci da lui stesso definite "la parola di Dio". Ed eccole,
nel primo cd del box, le piccole "sinfonie pop" di Wilson, matrimonio di un'infinità
di frammenti incisi in sedi separate, inframmezzati da riferimenti all'epoca dei
pionieri (la ballata western My Only Sunshine,
appartenuta a Reverend Jimmie Davis e qui cantata da Carl), all'età aurea del
jazz americano (I Wanna Be Around, composta
da Johnny Mercer e registrata sia da Tony Bennett sia da Frank Sinatra), alla
metà del nuovo secolo (The Old Master Painter,
scritta da Dick Haymes, risale al 1940), al doo-wop dei '50 (i misconosciuti Crows
di Gee), agli score di quei cartoni animati patologicamente compulsati
dall'artista durante le sue autoreclusioni domestiche: il gospel di Our
Prayer, il riff gershwiniano di Heroes & Villains, il collasso
tra musica hawaiiana, arpicordo e congas di Do You Like
Worms (Roll Plymouth Rock), le influenze orientali a vivacizzare il
blues per sax, bouzouki, tromba, banjo e fisarmonica di Cabinessence,
la malinconia barocca di Wonderful, i filamenti
psichedelici di Look, l'apoteosi canora di una Child
Is Father To The Man ispirata dai poemi di William Wordsworth, il mantra
cartoonesco della sublime Surf's Up, la beatlesiana
Vega-Tables, il carillon per organo della delicata Wind Chimes,
il pazzesco e minaccioso crescendo strumentale dell'esplosiva The
Elements: Fire (Mrs. O'Leary's Cow) (concepita da Wilson durante un
trip da LSD), il disturbato onirismo folkie di Love To Say Dada (prima
incarnazione di Cool, Cool Water), il volo libero e multiforme della devastante
Good Vibrations.
Negli altri dischi
c'è di tutto, comprese 23 diverse takes di Good Vibrations, dall'inedita dolcezza
della raccolta You're Welcome alle prove di composizione di diverse tracce
vocali, da un fragile bozzetto del solo Wilson al pianoforte all'improptu orchestrale
di Three Blind Mice (improvvisata da Wilson
per allenare i musicisti in un quarto d'ora residuo di affitto dello studio).
A incidersi nella memoria e nei sensi, però, è il ritratto deforme, tremolante
e raggelato di una generazione che, per troppo sognare, procede dritta verso una
sontuosa autodistruzione. The SMiLE Sessions è la cattedrale di
suoni e visioni dove muoiono le promesse di cambiamento degli anni '60, lo scrigno
misterioso dove giacciono in pezzi l'anima e il cuore di Brian Wilson, partito
con l'ambizione di scrivere una "teenage symphony to God", una sinfonia adolescenziale
per il Signore, e piombato nella notte infinita del disfacimento psichico, vampirizzato
da amici e parenti, ridotto a vagare solo, in una casa troppo grande, ingozzandosi
di cibo spazzatura e sforzandosi di rispondere alle voci - Dio, il padre Murry,
l'astioso Love, il prematuramente scomparso fratello Dennis - rimbombanti nella
sua testa. Ora che vive a Beverly Hills, con la seconda moglie Melinda, due figlie
e una piccola truppa di cani, davanti ai suoi occhi continuano a scivolare le
immagini dell'oceano, del mare, delle spiagge. Nei mille riflessi di The SMiLE
Sessions è custodito il suono dell'ultima onda di Brian Wilson, quella che continua
a mormorare, in un addio straziante e sempiterno a giovinezza, innocenza e ricordi,
"we can't go home again"..