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Springsteen/ E Street Band
The Legendary 1979 No Nukes Concerts

- di Marco Denti -

Si racconta che il colore dell’acqua in fondo ai reattori nucleari assuma delle sfumature azzurre tanto brillanti da apparire trascendentali. Non c’è niente di magico: la particolare tonalità è dovuta all’effetto Cerenkov, una rifrazione che deriva dalla particolare condizione fisica delle particelle, ma l’abbagliante visione ha un senso perché spaccare l’atomo apre porte imprevedibili, tanto divine quanto diaboliche. Nel calcolo delle probabilità, che sono molteplici, almeno quanto le opinioni, si nasconde una verità. Tutta la sicurezza dell’energia atomica è che il rischio è limitato, non che non esiste. Non succede mai, ma quando succede, l’imprevedibile diventa inevitabile. I danni sono apocalittici e comunque si tratta di qualcosa che va oltre le possibilità umane, o di quella che Rachel Carson definiva “la natura reale della vita”. Come avrebbe detto in seguito Springsteen, è una Roulette e quando esce il numero sbagliato come a Three Mile Island, Cernobyl’ o Fukushima, “all’improvviso è tutto fuori controllo”, ed è lì che ti ricordi che sarebbe meglio non dividere quello che è indivisibile.

All’alba del marzo 1979 quando il nocciolo della centrale sulle rive del fiume Susquehanna in Pennsylvania subì una parziale fusione, le voci critiche rispetto ai rischi e ai danni dell’energia nucleare si erano già fatte sentire. Bisogna dare atto a Gil Scott-Heron che, per tempo, aveva scritto South Carolina (Barnwell) e We Almost Lost Detroit: la prima era un’invettiva contro il progetto di costruzione di un impianto di riciclaggio di materiali radioattivi e la seconda era dedicata all’incidente al reattore “Enrico Fermi” di Detroit che nel 1966 subì una parziale fusione del nocciolo, quasi un’anticipazione di quello che poi successe in versione deluxe a Three Mile Island. Come riportava Robin Denselow in Agit-Pop (EDT), Gil Scott-Heron disse: “La ragione per cui abbiamo fatto Detroit e South Carolina era perché non volevamo che ci fossero delle Three Mile Island”. Aveva più di una ragione dato che gli incidenti non sono poi così improbabili, anche se il più delle volte vengono taciuti, ed è il motivo per cui la mobilitazione contro il nucleare era già affiorata un po’ in ogni angolo dell’America.

Come succede spesso, il MUSE, i musicisti uniti per un’energia sicura, che avevano in Jackson Browne il suo protagonista più attivo, non fu l’inizio, piuttosto la fortunata condensazione di una sensazione più diffusa, e della percezione di una politica energetica frutto di una scelta imposta, non condivisa, e particolarmente azzardata. Dal punto di vista musicale partiva dalla West Coast per trovare casa sulla costa opposta, quella atlantica, a New York, ma la distanza che venne colmata nell’autunno del 1979 non era soltanto geografica. Se è vero che dalle tradizioni idealiste ed ecologiste della California fiorì gran parte del movimento, l’incrocio con Springsteen è stato determinante e, almeno sotto il profilo artistico, ha dato una sana scossa tellurica e quel po’ di elettricità per accendere il Madison Square Garden. Sul palco, come ogni altra volta, a quel punto le motivazioni diventano persino relative: Bruce ha qualcosa di messianico, come se volesse portare tutta la città da qualche parte e fosse disposto a provarci tutta la notte. La perentoria dichiarazione d’intenti all’inizio del concerto, con quella versione di Prove It All Night incollata a Badlands e a Promised Land in un trittico iniziale che è un atto di forza non lascia margini di dubbio.

Quello di No Nukes (qui il video del 'making of') è un passaggio importante perché vede la E Street Band già oltre l’apice delle proprie possibilità: reduce dal tour di Darkness, dove notoriamente ha dato il meglio in assoluto, e dal tour de force in studio per le incisioni di The River (uscirà l’anno dopo), suona con l’energia e la drammaticità ben nota, ma ha ancora quello swing e padroneggia quel caos che poi via via verranno limati a favore di un sound ancora più corposo e squadrato. Ma i concerti accorciati, per ovvie esigenze dello spettacolo comunitario, risultano, volendo, più efficaci e sono l’essenza della forza springsteeniana. Soprattutto c’è questo rinnovato rapporto tra songwriter & rock’n’roll band, iniziato da Dylan & The Band, che lì per lì avrebbe trovato meritevoli estensioni, fino alla massima espressione di Tom Petty & The Heartbreakers (presente al Madison Square Garden). È proprio il connubio con la E Street Band ad aver dettato il filo del discorso, ad aver portato il rock’n’roll a una maturità che probabilmente non era nemmeno prevista, come poi sarà evidente in The River. Una volta di più, sono una gang votata a un miraggio e chiunque abbia preso in mano una chitarra sa che la parte più complicata, quella che richiede più energie di una centrale nucleare, è tenere insieme tutti. Nei concerti di No Nukes lo sforzo appare naturale, spontaneo, entusiasta, forse anche consapevole di aver raggiunto la definizione di un sound, capace di fondere le radici rhythm and blues e rock’n’roll in qualcosa che, se non è propriamente originale, è di sicuro personale e unico, e trascinante. E per l’occasione, visto il recupero dei filmati d’archivio, va notato, una volta di più, che succedeva tutto senza alcun effetto speciale, luci ridotte all’essenziale dei colori primari, nessun personaggio da interpretare, nessun costume di scena, Bruce e la E Street Band vestiti come orchestrali con i completi spaiati e stazzonati e le cravatte slacciate. Sono aggrappati gli uni agli altri, ai loro strumenti, alla musica e a nient’altro.

Dentro gli show, la sequenza delle canzoni rappresenta con accurata precisione tutta la teatralità del momento e, anche nei suoi momenti più festosi (Sherry Darling, Born To Run, Rosalita, Stay), la tensione resta elevata, fino a The River. Nel contesto, è un po’ lo spartiacque e forse anche la miglior rappresentazione di quelle esistenze, con i loro piccoli e grandi drammi, minacciate da qualcosa di indefinibile, che non lascia nessuna speranza. A quel punto, il tono pare assorbire le invettive e le invocazioni e nel corso di Thunder Road e Jungleland, l’inizio e la fine, così accostate, le strade in fiamme assumono un’altra prospettiva, ma i poeti, sì, per una volta hanno avuto voce in capitolo. Ma quando cominciano a sferragliare, Bruce cavalca l’onda senza tanti riguardi: la E Street Band è una macchina infernale e lui senza dubbio l’autista senza paura, ma in quel particolare frangente è evidente che la vera forza sta in quella simbiosi. Anche a distanza di anni, l’impressione è che possa succedere qualsiasi cosa e che la Promised Land diventi una realtà lì proprio nel cuore di una città dove le promesse vengono smentite ogni giorno e ogni notte, e con un pericolo mortale e invisibile nell’aria là fuori. E così il Madison Square Garden diventa un rifugio, un’arca, un’oasi.

Poi comincia il party e la celebrazione dei misteri gaudiosi del rock’n’roll. L’esibizione di Springsteen è la prova che in quel momento era l’unico (insieme a Tom Petty) ad aver intercettato e interpretato a modo suo l’energia del punk e di New York, andando però a vedere fino in fondo le sue radici, che riportano inevitabilmente allo spirito primordiale del rock’n’roll come, in modi diversi ma contingenti, il Detroit Medley, Quarter To Three e Rave On sono lì a testimoniare, al di là dei fuochi d’artificio e delle fibrillazioni cardiache.

È quello che, allora, era e aveva Springsteen: l’essere un trait d’union tra passato e futuro, e viverlo fino in fondo in un presente illimitato. Il rito è essenzialmente pagano, gioioso e ribelle, e così resterà nei secoli dei secoli. All’arrivo di Quarter To Three, il Madison Square Garden è una polveriera pronta a esplodere di felicità, ma anche in questo caso c’è un’ombra in agguato. È nell’orario della canzone che nell’evocare le stesse wee wee hour ricorda il motivo per cui erano tutti lì. L’emergenza a Three Mile Island è cominciata alle quattro di notte, una coincidenza dovuta a una serie di fattori, una reazione a catena di inadeguatezze, errori, malfunzionamenti che, in ogni sistema complesso, generano una rottura dello schema generale. È lì che il sociologo Charles Perrow, uno dei maggiori critici del nucleare, arrivava alle stesse conclusioni di Roulette, definendo il rischio che un incidente “inaspettato, incomprensibile, incontrollabile e inevitabile”, sia congenito in tutte le realtà strutturate. C’è questa affinità (la sola, tra le infinite divergenze) tra un rock’n’roll show e un reattore atomico. È un circuito chiuso in cui mille dettagli devono coincidere per funzionare.

Bruce Springsteen e la E Street Band hanno condensato la forza pulita e rinnovabile del rock’n’roll in No Nukes, riuscendo (insieme a tutti gli altri artisti del MUSE) a mostrare la capacità di influire sulle decisioni politiche, e forse fu l’ultima volta. Con l’avvento del marketing politico della Thatcher e, l’anno dopo, di Reagan, e poi di tutti i succedanei fino a oggi, gli spazi si restrinsero, e restarono le raccolte fondi, le rivendicazioni, le proteste, ma niente che potesse impensierire le grandi manovre politiche ed economiche. Per inciso, se ebbero un qualche effetto sulle applicazioni civili, le proteste del MUSE non sfiorarono nemmeno lontanamente l’uso militare dell’energia atomica che continua a proliferare su portaerei e sommergibili, senza contare le testate nucleari a disposizione dei dottor Stranamore di turno. Quarant’anni dopo, di No Nukes resta una grande festa, una bella sfida, una grande prova di Bruce Springsteen & The E Street Band e un bel ricordo del Madison Square Garden che, passando attraverso demolizioni e ristrutturazioni, si è conservato un indirizzo della storia di New York. La centrale di Three Mile Island invece è stata chiusa, un pezzo alla volta, messa in sicurezza e tenuta sotto osservazione. Per essere smantellata ci vorrà ancora un po’, e una valanga di milioni di dollari, tanto che, proroga dopo proroga, l’ultima data ufficiale è il 2036 (avete letto bene). L’acqua sul fondo non brilla più.


    



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