Elli De Mon
Songs Of Mercy And Desire
[Pitshark Records 2018]


File Under: Nordest blues

pitshark.com

di Nicola Gervasini

Non è la prima volta che ci occupiamo di Elli De Mon, nickname virato in blues di Elisa De Munari, che ha pubblicato proprio allo scadere del 2018 questo Songs Of Mercy And Desire, suo terzo album, e ideale seguito del precedente EP Blues Tapes: The Indian Sessions. Lei ama definirsi “One Woman Band” per quella sua caratteristica di esibirsi e registrare in solitaria il suo blues volutamente grezzo e aggressivo, lontano discendente di quello di Son House, di cui la De Mon qui riprende e rielabora Grinnin’ in Your Face. Ma anche una musica parente più estrema del blues alternativo offerto da Jon Spencer (che non a caso la volle ad aprire i propri concerti italiani) o perfino degli White Stripes in alcune svisate più elettriche (Louise). Ma la forza di un disco davvero coinvolgente e maturo è la capacità di non usare la facile strada delle cover (quella di Son House è l’unica), quanto di cercare una nuova via al songwriting blues. Nascono così una gran bella ballata come Flow, un dark-gospel sulle violenze domestiche come Tony (dove intervengono la voce di Phill Reynolds, nome d’arte dell’italiano Silva Cantele, e il sax di Matt Bordin dei Mojomatics) e altri episodi come la dark Elegy, la ballata Riverside o una Chambal River inacidita dal sitar. Interessanti anche i testi, pieni di storie personali dove anche il Veneto diventa teatro delle stesse vicende di lotta e resistenza che hanno animato la musica del Mississippi. Un disco che piacerebbe molto allo scrittore Massimo Carlotto quando racconta i suoi blues per cuori fuorilegge in salsa veneta.


 


Sterbus
Real Estate/ Fake Inverno
[Sterbus/ Zillion Watt Records 2018]


File Under: Exile on Streets of Rome

sterbus.bandcamp.com

di Nicola Gervasini

“Ci scusiamo per aver fatto un doppio album, ma non avevamo tempo per farne uno singolo”. Scherzano così gli Sterbus, duo romano formato da Emanuele Sterbini e Dominique D'Avanzo, sulla loro imponente nuova opera Real Estate/ Fake Inverno, disco in due cd “stagionali” costruito sull’idea che i bravi artisti non sono quelli che seguono uno stile, ma che fanno propri tanti stili diversi. Diciassette canzoni in cui troverete davvero di tutto, dal Bowie che risuona nel sax dell’iniziale Fall Awesome o nel finale di Shine a Light, al power-pop di Maybe Baby o Prosopopeye. Bello il gioco delle due voci tra i due artisti, con la D’Avanzo che ha una voce che può ricordare sia la Moe Tucker dei Velvet (In This Grace), così come la Exene Cervenka degli X (Lioness). Ma a loro piace mischiare parecchio, magari anche riff alla Husker Du con il prog (Razor Legs), echi dark (Adverse Advice MCCCXLVII) con il brit-pop chitarristico alla Johnny Marr (Little Miss Queen of Light o Mate in 4/4), fino al sognante indie-folk della title-track o alle sventagliate garage-rock di Stoner Kebab. Anche un brano come Micro New Wave appare come una pop-song perfetta che in altri tempi sarebbe potuta anche divenire una probabile hit. Lunga la lista degli ospiti in studio, dove spiccano il terzo membro ad honorem Bob Leith dei Cardiacs, batterista fisso della band, e Tim Rogers, che interviene nella beatlesiana Emy’s Fears. Una delle migliori sorprese del 2018 dei nostri sotterranei.


     


Paolo Preite
An Eye on the World
[Dreamers 2018]


File Under: Don’t Stop Dreaming Rock

paolopreite.net

di Nicola Gervasini

Fa un po’ girare la testa leggere gli ospiti presenti nel disco di Paolo Preite, vuoi perché vi transitano due tra i migliori batteristi che io abbia mai visto suonare (Kenny Aronoff, che non ha bisogno di presentazioni su un sito innamorato di Mellencamp e Fogerty, e Michael Jerome, che ho apprezzato al fianco di Richard Thompson), il bassista dei miei sogni Fernando Saunders (a lungo con Lou Reed, e che già produsse il primo disco di Preite Don't Stop Dreaming nel 2015), e quel vecchio marpione della tastiera che è Bob Malone (Fogerty, Seger, e tanti altri big nel suo curriculum). Basterebbe questo per attirare l’attenzione, ma va dato atto a An Eye on the World di essere un disco che Preite si è autoprodotto con l’intento non di sciorinare collaborazioni note agli addetti ai lavori, ma offrire un pugno di brani intensamente intimi che chiedono anche più ascolti per palesare la loro natura. Saunders ritorna in produzione solo per Una piccola differenza, unico brano in italiano insieme alla title-track, che usa singolarmente sia inglese che italiano. Il disco conferma l’attitudine alla ballata di Preite, che dà il meglio negli episodi più riflessivi come Memories and Dust (con il ceco Ondre J Pivec, che lo aiuta anche in altri brani, e la violoncellista Jane Scarpantoni, anche lei già sentita al fianco di Lou Reed), I Will Meet You Again (con la voce di Chiara Marcon) e Wandering, mentre ovviamente Aronoff dona più polmoni e veemenza a brani come Can’t Find The Reason. Disco ben prodotto e con una manciata di canzoni ben strutturate, come ad esempio il gran finale orchestrale di In Your Eyes.


 


Threelakes and the Flatland Eagles
Golden Days
[Irma Records/Upupa Produzioni 2018]


File Under: Perfect American Skin

upupaproduzioni.bandcamp.com

di Nicola Gervasini

I Threelakes and the Flatland Eagles, nome che racchiude varie “keywords” del mondo musicale americano, sono una band fondata dal modenese Luca Righi nel 2012 con Giorgio Borgatti, Paolo Polacchini, Lorenza Cattalani e Riccardo Ross. Golden Days è il loro secondo album dopo War Tales del 2013, ma nel frattempo sono usciti anche altri progetti live e album collaborativi con alcune artiste americane come Antonette Goroch e Olivia Mancini o con l’italiano Phill Reynolds. Dopo la bella partenza riflessiva con The Storm, Golden Days si rivela subito come un disco di rock americano muscolare e chitarristico, anche se il singolo Brothers (con un video girato in fabbrica che più blue-collar di così non si può) ha un nonsoché di Smiths nel suono. Poi però arrivano il giro tipicamente Jersey-sound di Ambition, o il mid-tempo rock di Remedy a riportare ogni cosa oltreoceano. Il tutto completato da suoni da rock-band anni 80 alla Green On Red, anche nei brani più lenti come Ask Something New, che rinverdisce il ricordo delle connessioni tra Dan Stuart e le tastiere di Chris Cacavas, oppure riff springsteeniani (Carol), o brani che paiono usciti da un disco dei sottoboschi degli anni 80 (Heaven's Cell). Se avete nostalgia di sonorità a metà tra il Paisley Underground e gli Heartbreakers, se non proprio alla Lloyd Cole & The Commotions (Places me li ricorda molto), Golden Days è il disco giusto, fatto di quel famoso “sudore” di cui tanto parlavamo in quegli anni, ma anche di canzoni scritte come si deve, come la bella title-track che chiude il disco.


 

 


<Credits>