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Bobo Rondelli
Come i carnevali
[Picicca / Sony BMG 2015]

www.facebook.com/BoboRondelli

File Under: C'eravamo tanto amati

di Gianfranco Callieri (26/05/2015)

Secondo Rodolfo Sonego, sceneggiatore di tanti capolavori della cosiddetta commedia all'italiana (di celluloide), la qualità principale di Ugo Tognazzi, in senso artistico, "consisteva nell'aver salvaguardato la sua normalità". Dopo aver ascoltato Come i carnevali, sesta fatica solista del livornese Roberto "Bobo" Rondelli (per la seconda volta accompagnato dal collega Filippo Gatti in veste di produttore), verrebbe voglia di usare le stesse parole per dire, al titolare, come la sua "normalità", l'interesse per un certo universo di provincia, fatto di cose in apparenza insignificanti, scene scartate, vite ai margini, personaggi umili e "indegni di essere fotografati" (locuzione celebre di un altro uomo di cinema, Cesare Zavattini), costituisca già, da sola, un esempio di genere autonomo, riconoscibile, l'esito caratteristico di una benefica confusione tra arte e vita cui non serve molto, oltre alla propria genuinità, per risultare espressiva.

E invece, benché ancora una volta idealmente dedicato al gesto artistico spontaneo, impulsivo e febbrile di "guaritori dell'inutile" come il cantautore Piero Ciampi o il poeta fiorentino Emanuel Carnevali (entrambi citati nella quasi omonima Carnevali), il disco finisce per assomigliare a un riassunto breve (mezz'ora in tutto), e viziato da qualche sospetto di formalismo, di quanto realizzato da Rondelli fino a oggi, dallo Jannacci in salsa punk della sgangherata Autorizza Papà, un brano che sembra sbucare dal passato remoto degli Ottavo Padiglione, alle cartoline in bianco e nero, più o meno riuscite, di Nara F. e Maestro Goldszmit (protagonisti, rispettivamente, la madre del nostro e un pedagogo ebreo operante ai tempi della Seconda Guerra Mondiale). Pur riconoscendo a Rondelli il merito di essersi distaccato dalle forme più pittoresche della propria scrittura, ossia quelle maggiormente affini a un suono (autoironico) da balera di provincia forse giunte a saturazione nel precedente A Famous Local Singer (2013), e pur continuando a vedere nelle esibizioni dal vivo dell'artista l'esempio più completo di uno stile poliedrico e circense al quale gli album di studio non sempre hanno saputo rendere giustizia, Come i carnevali si limita a proseguire il discorso intimista di Per Amor Del Cielo (2009), sempre con Gatti dietro al mixer, con minore ispirazione e poetiche appena più scontate, edulcorando anzi quasi del tutto la vena più caustica e felliniana dell'autore.

Fanno eccezione i tre brani firmati a quattro mani con Francesco Bianconi dei Baustelle, il folk-rock elettroacustico di Qualche Volta Sogno, l'accorata fantasia periferica di La Statale Cosmica e, soprattutto, l'inedito countreggiare per fiati e percussioni bandistiche della deliziosa Cielo e Terra, tutti episodi dove la vena lunare, malinconica e sempre sottilmente obliqua di Rondelli riesce a dispiegarsi in modo tanto elementare quanto irresistibile. Leggero e come sempre contrassegnato da un fondo d'inestirpabile nostalgia, di aspetto volutamente naif nonostante l'indubbia ricercatezza di alcune soluzioni sonore, allegro e al tempo stesso percorso dall'inclinazione dolente di chi invita a "cancellare la logica" preferendole andare "dentro un bar a ballare la rumba e il tango", Come i carnevali è "solo" l'ennesimo album di Bobo Rondelli. A suo modo adorabile, anche se col piccolo difetto di non aggiungere nulla (ma proprio nulla) a una storia discografica ormai pluridecennale.