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Jama Trio
Out of This World
[Rivertale Productions 2016]


File Under: roots jammin'

intoiletteual.blogspot.com

di Fabio Cerbone

Disco stringato ed efficace, il secondo capitolo del Jama Trio conferma le "good vibrations" dell'esordio, quelle di una band con una voce personale all'interno del dinamico paesaggio roots italiano. La matrice americana del suono resta in evidenza, così come quell'autoproduzione che rende l'incisione fatta in casa, accogliente anche nei suoi limiti, ma molto espressiva. I punti di forza sono rimessi ancora alla figura di Gianmario 'Jama' Ferrario, anima della band, vocalità dai tratti soul e appassionati e chitarrista che parte da trame country blues acustiche (No Regrets una piccola gemma) per avvicinarsi alla più classica della tradizioni rock. Sua la guida spirituale, per così dire, su queste otto canzoni, che guardano a un feeling molto rilassato, uno spirito un po' jam che deriva dalla composizione "sulla strada" dei brani stessi, nati dall'esperienza in tour del precedente disco 11:11 e da un viaggio a metà fra Italia e Stati Uniti. Al netto di qualche ingenuità o meglio di una voluta "imprecisione" sonora, che sembra caratterizzare la produzione domestica, Out of This World è un piccolo disco pieno di belle idee e di una solarità rock'n'roll tra acustico ed elettrico. Se l'ironia non manca al Jama Trio, come ribadisce l'apertura di Come On, la fantasia delle parti strumentali, semplici eppure colorite, fa decollare una Daydream dall'anima corale, gioiosa, con l'inserto di tromba a cura di Massimo Marcer, che ritorna nel finale della title track, una sorta di blue eyed soul di scuola Van Morrison. Nella parte centrale quel miscuglio di radici sudiste che alimentano la musica del trio (completato da Massimo Allevi al basso e Francesco Croci alla batteria): …And The Sailor Goes To Sea sa di country & soul alla maniera dei fratelli Allman più agresti, Slide Tongue fa compagnia ai fratelli Dickinson dei NMAS e Jeremiah, con l'armonica dell'ospite Davide Speranza, riunisce tutti intorno al portico del blues rurale.

 


Seddy Mellory
Urban Cream Empire
[Kandinsky Records 2016]


File Under: punk'n'roll

www.seddymellory.com

di Fabio Cerbone

C'è una specie di pantheon ideale ritratto sulla copertina di Urban Cream Empire, o almeno così ci piace pensare: icone rock, da quelle più indipendenti alle grandi stelle, ma anche figure dello spettacolo e dello sport, affollate sotto grattacieli che richiamano New York e il generoso fondoschiena, bianco e nero, di due signorine. Ironia, eccesso, una chiave quasi fumettistica per una rock'n'roll band, il trio bresciano Seddy Mellory, che calca la mano sul lato più ridanciano, scanzonato di un certo suono urbano, lì dove il linguaggio punk incontra il rock da strada, le New York Dolls o meglio ancora i Dictators proseguono a modo loro il cammino che fu degli Stones, oppure i Clash si uniscono in uno strano matrimonio con gli AcDc (quelli di Bon Scott, mi raccomando). L'attitudine di Paul Mellory (voce e basso), Blodio (chitarre) e Thunder Tony (batteria) in verità mi ricorda molto i mai troppo lodati Supersuckers di Seattle, che su questa formula divertita hanno costruito un'intera carriera, qualche volta deviando in territori country. Nel caso dei Seddy Mellory, fatta eccezione per il satirico titolo di Cheap Johnny Cash, restiamo incollati alle trame di un power trio che suona energico e compatto, ammicca all'immediatezza pop dei Ramones e non esce dai binari di una musica incalzante, che attraverso brani come Ace Frehley omaggia i suoi eroi e cantando di Six Six Girl e Pussy Pollution o ancora dichiarando (I Love) Rock'n'roll Switch, rende bene l'idea del suo immaginario. Forse la formula è a volte un po' troppo quadrata, i cambi di registro non sembrano un'esigenza dei Seddy Mellory, ma l'impatto resta granitico e costruito ad arte per la dimenzione dal vivo.