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The Lonesome Picking Pines
Scanzoncina Folk
[The Lonesome Picking Pines 2015]


File Under: country folk

facebook.com/thelonesomepickingpines

di Fabio Cerbone

La Scanzoncina Folk dei Lonesome Picking Pines è innocente e ironica un po' come la copertina del loro esordio discografico, due orsacchiotti in versione country&western, mandolino e armonica che denunciano le radici musicali del trio ligure e allo stesso tempo l'attitudine naïf che colora le loro ballate. Con tutta l'ingenuità del caso, ma al tempo stesso con dosi di profondità e spensieratezza, gli otto brani di questo debutto (e una ghost track di cui vi sveleremo i segreti) hanno il sapore di un'America folk riletta con leggerezza, se non altro tentando una via italiana che non scada nella semplice copia dei modelli di riferimento. Non tutto gira ancora a pieno ritmo e qualche indecisione metrica e linguistica dovrà migliorare, intanto la carta vincente dell'album è proprio la semplicità degli arrangiamenti e la limpidezza della strumentazione, in gran parte acustica. Merito anche di una buona presa sonora, a cura di Alessandro Mazzitelli, che coglie il trio di Savona - Marco e Andrea Oliveri alle chitarre, mandolini, armonica e voci, Marco Poggio alle percussioni, washboard e batteria - in una dimensione naturale, la migliore per vestire queste ballate dal cuore western. Il passo è quello pigro del country più rurale, ci sono tracce della tradizione d'autore texana ma anche di blues (Dacci il nostro guaio quotidiano), con titoli emblematici come Semina il vento e raccogli tempeste o Fuorilegge, sintesi di un preciso immaginario. Conservano un atteggiamento spontaneo i Lonesome Picking Pines, spesso lieve o ironico a seconda delle situazioni, che evita di fare il verso alle fonti di ispirazione. Qualche episodio tende a sfilacciarsi un poco musicalmente (Lenta morte di un soldato, uno dei brani più densi nel testo, con la sua drammatica storia di guerra, o Sette lunghi anni, penalizzata in parte da un canto non ancora convincente), altri inceve acquistano più immediatezza: il finale di Waltzrenati stanchi e Ohi me Mi, che ritorna in versione dialettale nella citata ghost track, funzionando proprio per la lingua ricca di tronche.

 


Oh Lazarus
Good Times
[Off Label Records 2015]


File Under: roots noir

facebook.com/OhLazarus

di Fabio Cerbone

Gotiche le atmosfere del bel disegno di copertina, altrettanto il contenuto musicale, che i tre membri degli Oh Lazarus si affrettano a definire come un incontro fra la sensibilità noir di certo folklore americano della prima metà del novecento e l'estetica newyorkese da bassifondi dei Velvet Underground. C'è qualcosa di vero nel trattamento che Cecila Merli (voce e clarinetto), Daniele La Barbera (batteria e percussioni varie, comprese padelle, latte e una valigia in vece di una grancassa) e Simone Merli (chitarre, lap steel, organi e pianoforti) riservano alla tradizione, offrendo materiale originale e cover pescate dal passato. Il loro approccio non è esattamente filologico e questo è un vantaggio in partenza: cavalcando i territori di un country blues più volte rivisitato in questi anni in chiave gotica, appunto, si smarcano con arrangiamenti meno canonici, rendendo versioni intriganti di Ball and Chain, di St. James Infirmary Blues e della Come On Up to the House di Tom Waits. Gli elementi che scompaginano il tutto sono la presenza del clarinetto, spesso in sostituzione di una più prevedibile armonica (sentite nel caso l'apertura bluesy di Darlin' Corey), così come la voce della stessa Cecilia Merli. Qualche limite quest'ultima lo evidenzia, qualche volta un po' monocorde e priva di quel graffio che certo repertorio richiederebbe (per esempio nel vaudeville di Good Times, nelle trame dixieland di Sister kate o nel passo rurale di Single Girl Again), eppure quel trascinarsi pigro ha buon gioco nei momenti più cupi (l'organo che avvolge nelle nebbie Fang, una Down che piacerebbe a Nick Cave), quelli in definitiva che svelano l'anima più turbolenta degli Oh Lazarus, là dove la tradizione delle muder ballads incrocia il liguaggio rock e la lezione di band come i Sixteen Horsepower. Sorretto da numerosi ospiti in studio, il trio ha buone idee e una innegabile originalità nel maneggiuare la materia: sfrondato da inevitabili ingenuità d'esordio potrebbe maturare su questo interessante cammino musicale.