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The Mama Bluegrass Band
Dogs for Bones
[Rocket Man 2016]


File Under: roots rock

www.mamabluegrass.com

di Davide Albini

Mama Bluegras Band hanno compiuto un passaggio fondamentale due anni fa, grazie a Living in a B Movie, album che per la prima volta presentava materiale completamente originale, dopo una storia di concerti e pubblicazioni rivolti a omaggiare le proprie fonti di ispirazione. Fonti che dovrebbero essere chiare fin dal nome del gruppo, anche se la verità è un poco più complessa. Per fortuna, aggiungiamo noi, che ci eravamo accorti del sestetto lombardo in occasione del live At Nidaba Theatre, ma ci eravamo persi proprio l'appuntamento più importante di Living in a B Movie. Evidentemente riprodurre, seppure con una verve originale, un repertorio di vecchie folk song e brani rock riverniciati dal sound rurale della band non era sufficiente a descrivere il mondo musicale della Mama Bluegras Band. Il salto di qualità si percepisce e Dog for Bones prosegue nel cammino di ricerca di una propria personalità, con un suono più robusto, tendenzialmente elettrico, dove la matrice country bluegrass, suggerita dalla forte presenza di banjo (Albert Santambrogio) e fiddle (Daniele Birghi) viene adesso "contaminata" da qualche accento southern rock, un intreccio fra rock e Americana che mi ha richiamato subito alla mente quel movimento texano passato sotto la denominazione di "Red Dirt". È l'effetto di brani incalzanti come l'apripista Hometown e What Ar You Looking For?, con una certa "sporcizia" elettrica, fangosa in A Better Way, più rustica in The Legendary Robbery on the Lakes' Highway, che si intreccia con i forti sapori roots delle composizioni di Marco "Francis" Carnelli, voce e autore di riferimento nel gruppo. L'utilizzo delle voci, una certa epicità di fondo che a volte balza in primo piano (Go On, Just for the Bombs, The Acrobat, su cui scommetto gioca anche l'amore della Mama Bluegrass Band per lo Springsteen delle Seeger Sessions), a volte un linguaggio folk che non è molto distante dall'operazione innescata dai Mumford & Sons (Don't Let No One Bring You Down) e che potrebbe farli apprezzare anche a un pubblico più vasto: tutto è rimesso ai prossimi sviluppi discografici. La direzione è quella giusta.

 


Antonio Ghezzani, Stefano Dentone
Teatro Staller
[Roots Rebels Records 2016]


File Under: tra l'Italia e il West

www.sdagmusic.com

di Fabio Cerbone

Due facce a confronto in questo progetto di Antonio Ghezzani e Stefano Dentone, Teatro Staller, nel tentativo di trovare un punto di incontro. Il songwriting si divide non solo fra lingua italiana e inglese, ma anche tra due sensibilità che sembrano pescare da bacini in apparenza distanti: da una parte la formazione classica di Ghezzani, musicista diplomato al Conservatorio di Livorno, dall'altra quella più instintiva e rock'n'roll di Dentone, già alla guida del progetto The Running Chickens e titolare di un ep, Stefano, registrato a New York. L'esperimento prova a tenere insieme le due anime attraverso un sound asciutto, sole chitarre e voci (fa eccezione Pensiero piccolo, con una sezione ritmica) e nonostante l'abbondanza di materiale (troppa carne al fuoco per un esordio, con la bellezza di venti brani) e di qualche inevitabile giro a vuoto, indica interessanti potenzialità. Innanzi tutto il sound, una matrice roots blues che si tinge di elettricità dalle tinte rock scure in Basic Reality e I Don't Know, lasciando affiorare la "sporcizia" delle chitarre in Why Are We Here? e Losing Hope, il crudo approccio di un canzone d'autore che incrocia inflessioni americane, ascendenze Neil Young e sbavature grunge. Ghezzani e le sue ballate sono figlie di una tradizione che sembra legarsi a doppio filo alla città di Livorno: non a caso è stato collaboratore per anni di Bobo Rondelli. Da qui probabilmente il caustico approccio di Requiem e Brucio casa, e un altrettanto chiaro percorso di immaginario (Pierpaolo), con piccole rivelazioni che si spostano sul quotidiano, spesso usando le armi dell'ironia e della disillusione. Occorre adesso liberare un po' le melodie, lasciare respirare queste canzoni con l'aggiunta di sfumature e arrangiamenti che in questa veste rischiano di essere troppo ingabbiate.