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Sparklehorse
Bird Machine
[Anti- records 2023]

Sulla rete: marklinkous.com

File Under: luce di stelle morte


di Yuri Susanna (23/10/2023)

Sempre difficile relazionarsi con un’uscita postuma, collocarla criticamente nello spazio che merita all’interno dell’opera di un artista. Ci aiuta, nel caso di Bird Machine, la distanza temporale. Quattordici anni sono trascorsi da quando queste tracce sono state messe su nastro, uno in meno da quando il suo autore ha lasciato questo mondo – un tempo sufficiente a lasciar sedimentare il ricordo, a far depositare la polvere del tempo sulle emozioni che una perdita, violenta ma forse non inattesa, veicola. Alla fine, la domanda cui ha senso cercare risposta è una: possiamo considerare Bird Machine il quinto album di Sparklehorse, cioè il punto di arrivo di una traiettoria desiderata, o piuttosto abbiamo davanti un omaggio post mortem arbitrario, composto di frammenti a cui si è cercato di dare una coerenza? Dando fede alle note stampa e alle dichiarazioni di chi ha curato il progetto (Matt Linkous, che di Mark è il fratello), gli interventi di post-produzione ci sono stati ma si è cercato di non agire in modo invasivo: si è aggiunta principalmente qualche traccia vocale, cortesia dello stesso Matt, dell’altra sorella Melissa e di Jason Lytle dei Grandaddy.

Resta comunque difficile stabilire se queste canzoni avrebbero visto la luce in questa forma (o perlomeno in una forma affine a questa) o se, al contrario, il loro autore ci avrebbe messo mano per rivoltarle pesantemente o, addirittura, le avrebbe scartate e lasciate a languire per sempre in qualche cassetto. Il cuore del disco pulsa intorno ai brani registrati con Steve Albini a Chicago nel 2009 per un progetto di album che lasciò Linkous insoddisfatto e lo spinse a tornare a lavorare in solitudine nei suoi Static King Studios in North Carolina. Quello fu un periodo comunque fertile, perché negli stessi mesi prendeva forma il disco con Danger Mouse che uscirà poco dopo il suicidio di Linkous, Dark Night of the Soul. A leggere le dichiarazioni rilasciate alla stampa dal premuroso fratello, l’album che aveva in mente Mark avrebbe dovuto marcare una scelta – rivoluzionaria per un maniaco dello studio di registrazione come lui - di semplicità e immediatezza, un disco pensato come omaggio alla musica dei Kinks (!) e di Buddy Holly (!!).

Questa semplicità e quest’attitudine verso la pop song camuffata scorrono effettivamente sottotraccia lungo Bird Machine. Le troviamo nella melodia folk di My Kindly Ghost, nella ballata glam Falling Down, nella autoironia punk di Fucked it Up (“Avrei potuto essere una rock’n’roll star/Ma sono stato davvero bravo a mandare tutto a puttane”), negli echi lennoniani di Hello Daddy e in quelli gentilmente psichedelici che avvolgono l’intero album. Ma questo è un disco targato Sparklehorse e le cose non possono essere semplici come appaiono. Dopotutto Mark Linkous è quello che, dopo i complimenti della sua casa discografica per il brano Chaos of the Galaxy/Happy Man (un potenziale hit single da My Morning Spider), decise di sovraincidervi un campionario di distorsioni che l’avrebbe tenuto lontano da ogni rispettabile scaletta radiofonica.

Questo gusto della martellata dadaista, del gesto scomposto che dà un aspetto sghembo e traballante a melodie altrimenti lineari e fischiettabili si rintraccia anche qui, a segnare una linea di continuità e a ribadire un marchio di originalità. Più che nella trascurabile It Will Never Stop, lo troviamo nella qualità ectoplasmatica di O Child, nel brodo lo-fi in cui viene cucinata Chaos of the Universe, nel caos calcolato con cui rilegge Listening to the Highsons di Robyn Hitchcock. Alla fine, davanti alla bellezza di (buona) parte di Bird Machine, si può essere solo riconoscenti alla volontà di chi ha riportato alla luce questi 40 minuti di musica fragile e splendente.


    


<Credits>