Chris Hillman
Bidin' My Time
[Rounder 2017
]

chrishillman.com

File Under: here he comes again

di Luca Volpe (09/10/2017)

In questo 2017 Chris Hillman rompe un riposo di dodici anni, iato d'una lunghezza che non aveva mai avuto. Lo fa con un disco elegante a cui partecipano diversi degli Heartbreakers e il suo sodale da trent'anni John Jorgensen, per non parlare della riunione con David Crosby e Roger McGuinn: di fatto i Byrds (privati dei grandi Clarke e Clark, morti da tempo). Un disco ardito che colpisce per come dopo cinquant'anni i musicisti tornino sulle loro tracce. Bidin' My Time, una confessione di uno dei musicisti più influenti della storia: ha partecipato alla Rivoluzione dei Byrds, cambiato l'uso della chitarra basso e poi lanciato con Gram Parsons il rinnovamento del country rock che (forse involontariamente) aveva fondato pochi anni prima. In più colonna portante del suono dei Manassas di Stephen Stills, quindi il progetto con Souther e Furay. La sua carriera successiva, per trent'anni è stata in sordina: i progetti solisti, poi la riunione non riuscita con McGuinn e Clark e quella Desert Rose Band, che ha avuto poca fama ma fruttato il sodalizio con Herb Pedersen e Jorgensen.

Se si esclude una comparsata in un disco di Nev Coffee, la sua assenza dalle scene ha avuto il peso che la sua presenza in molti non consideravano: quella di un padre, silente e gentile come i suoi dischi, elegante e garbato, perciò sottovalutato. Leggendari i suoi vecchi sodali (esaltati quelli che ci han lasciato come Gram Parsons), onesto artigiano Chris Hillman. Da qui si capisce molto, specie dei Byrds e quindi del Rock tutto. Il suo modo di lavorare, stretto fra il psichedelico Crosby, il romantico Clark e il tradizionalista McGuinn, non era stato capito ai tempi e per decenni non si era compreso che il vero artefice del periodo 1967-1968 era lui. Lui che era il tratto d'unione delle diverse personalità, con la sua voce così diversa dagli altri, emerge in questo lavoro come un gigante coperto dalla foschia generata dai fumi delle superbe pirotecnie del gruppo d'origine. È così che il disco si compone di riarrangiamenti, cover e brani originali concepiti come un ultimo lavoro "in attesa del proprio tempo" (ma che esso sia quello della fama?)

Bells of Rhymney è l'apertura, mitologica e potentissima, rielaborazione filologica dell'originale che dà l'idea del modo di lavorare di Hillman: un'ascesa lenta e poderosa camuffata dalla sua serenità, con le voci sì invecchiate ma più padrone dei propri mezzi (nel coro finale l'ultima nota che veniva urlata viene quasi sussurrata con un effetto distensivo stupendo). Del loro trittico romantico-immaginifico di super singoli, rispetto a Mr Tambourine man e Turn! Turn! Turn!, Bells è la più mistica e la preferita di Hillman. Qui risplende la chitarra acustica mentre l'elettrica fa da contrappunto, e il pianoforte è addirittura progressivo. Bidin' My Time è malinconica, un rock country tradizionale e perfettamente adagiato su un effluvio di slide a tempo lento. Come lei, Givin' All I Can See è un altro esempio delle sue cesellature minimaliste, in cui anche un assolo di armonica, strumento sonoramente usato in modo esplosivo, viene trasformato in un apparente flatus vocis.

Different rivers
è una canzone cantautorale, acustica e autunnale, con la voce di Crosby che fa capolino a suo agio come fossero insieme da sempre. La scelta di riprendere in mano un brano quasi scartato dai Byrds come Here She Comes Again indica la genialità di Hillman: tutto il rock alternativo degli anni 1980 è suo figlio. L'andamento, il basso, l'assolo di chitarra, l'impasto vocale appaiono semplici, invece sono frutto di decenni di studio attento e limature. Walk Right Back dei fratelli Everly è fedele ma anche leggermente jazzata nell'uso della chitarra. Qui è McGuinn a farsi sentire, è perfetto e da ciò si capisce l'intelligenza di Hillman nell'usare le persone giuste nei posti adatti. Such is The World that We Live In è un gesto d'amore per il Bluegrass più intimista, come When I Get a Little Money. Commovente è la nuova versione di She Doesn't Care About Time, assai più "dura" e basata su una batteria più trainante rispetto all'originale. New Old John Robertson continua la saga cinquant'anni dopo, con un bluegrass dominato da un banjo sornione e ironico e da un violino attento a non svettare troppo. Restless è un altro dei suoi piccoli gioielli stile Burrito Brothers.

Il disco viene chiuso da una cover di Wildflowers, assai più serena dell'originale e quasi lasciata in sospeso nel finale, cosa che deve aver colpito molto Tom Petty. Il grande artista, presente come produttore, ha dato a questo disco un peso specifico nella definizione sonora che da molto non si sentiva, con le scelte azzeccatissime di chi conosce a menadito l'opera di chi sta producendo. La presenza degli Heartbreakers e di due calibri enormi come i due vecchi Byrds, ha offerto a Bidid' My Time il sapore di una festa tranquilla che tutti noi cerchiamo, e a suo modo Petty ha voluto invitarci grazie alle canzoni di Chris Hillman. Grazie a tutti e due.


    


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