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Tinariwen
Amatssou
[Wedge-WARP 2023]

Sulla rete: tinariwen.com

File Under: From Mali to America


di Pie Cantoni (01/06/2023)

Mama Africa cantava Corey Harris dopo aver solcato l’oceano per tornare a cercare le sue radici e quelle del blues in Mali. La grande Madre Africa è la terra di origine dei Tinariwen, profughi del desert blues, qui al loro nono album di studio sotto la produzione, che più moderna non si può, di Daniel Lanois. Amatssou, questo il titolo del nuovo lavoro, che significa “oltre la paura”, è sempre in bilico tra il loro marchio stilistico di musica ipnotica africana e un tocco di sensibilità occidentale, qui accentuata dalla regia sonora, appunto, di Lanois.

Una genesi travagliata per questo disco, che doveva essere registrato negli studi di Jack White (White Stripes) a Nashville nel 2021 ma poi, per l’impossibilità di viaggiare del gruppo a causa della pandemia, le session sono state posticipate e quindi riprogrammate in Africa, dove Lanois avrebbe dovuto recarsi per registrarle. Ma anche questo non è stato possibile e quindi alla fine si è dovuto fare tutto da remoto (termine che abbiamo imparato a conoscere molto bene). Le basi delle tracce sono state incise dal gruppo in una tenda tuareg in un’oasi nel Tassili N’Ajjer National Park (vero o meno fa sempre un certo effetto), nel sud dell’Algeria, sito UNESCO, mentre in post produzione sono stati aggiunti i contributi di musicisti country come Wes Corbett e Fats Kaplin, da Nashville, rispettivamente al banjo e al violino, Amar Chaoui, da Parigi, alle percussioni, e lo stesso Daniel Lanois che, oltre a produrre dal suo studio a Los Angeles, ha aggiunto i contributi alla lap steel.

Il primo singolo estratto dal nuovo lavoro è Tenere Den, canzone che rende omaggio alla rivoluzione Tuareg nella regione maliana del Kel Adagh in cui il violino, come era stato nel precedente disco con il supporto di Warren Ellis, aggiunge tensione al brano. Anche Kek Alghalm ha influenze nuove e a tratti sorprendenti, sebbene il banjo che fa da sfondo, a pensarci bene, è uno strumento che origina proprio dall’Africa. Due strumentali, Imzad e Tinde, intermezzano la scaletta con la forza evocativa della musica più tradizionale africana. Le canzoni dell’album parlano della realtà presente del popolo Tuareg, della situazione politica in Mali (Arajghiyine) e delle rivolte sociali. Canzoni di lotta, di libertà, di unità. Canzoni che raccontano le tribolazioni di un popolo, le vicende umane che assumono un contesto ben più grande dei confini del loro paese di origine.

E sebbene lo stile che contraddistingue il collettivo resti sostanzialmente immutato, la bravura sia dei musicisti, sia di chi li accompagna permette a questa musica ancestrale di assumere toni e sfumature nuovi e interessanti, in contatto con certa tradizione americana. I Tinariwen si riconfermano così uno dei più grandi gruppi che, usciti dall’Africa, ha saputo conquistare l’Occidente senza annacquare i propri valori. Immensi, come il deserto da dove provengono.


    



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