:: Marco Denti - Alias Bob Dylan

L'odissea dei Nuovi Dylan, attraverso le storie di sei "outsdiers" per eccellenza della canzone d'autore americana: Elliott Murphy, John Prine, James Talley, Dirk Hamilton, Steve Forbert, Willie Nile
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Marco Denti
, giornalista e critico musicale, prova ad unire i loro racconti in presa diretta ed una personale interpretazione delle loro peregrinazioni, con uno stile semplice ed appasionato

Uno dei punti di forza del libro, che riesce tra l'altro a distinguerlo dalla solita raccolta di biografie, è senz'altro la capacità di far raccontare ai protagonisti le loro storie in presa diretta, con le loro parole, aggiungendovi interventi semplici e mirati: raccontami di come hai voluto impostare "Alias Bob Dylan".

L'impostazione di Alias Bob Dylan è nata e cresciuta attorno al luogo comune del Nuovo Dylan, una locuzione banale che in realtà evidenzia e rende palese gran parte delle contraddizioni del rock'n'roll e dello show business in generale. La scelta di far parlare, dove possibile, in prima persona i personaggi coinvolti è stata prioritaria fin dall'inizio, se non altro per restituirgli un diritto di replica dopo essere stati usati, spremuti e buttati in angolo.


Sei sono i personaggi che hai utilizzato per descrivere l'odissea dei "Nuovi Dylan": quali sono i criteri di questa scelta? E' stata una scelta immediata, oppure hai dovuto "lottare" per escludere qualche altra figura a cui eri particolarmente legato?

La scelta di focalizzare "Alias Bob Dylan" su Elliott Murphy, John Prine, James Talley, Dirk Hamilton, Steve Forbert e Willie Nile è stata, come dire, naturale. Sono songwriter che seguo da tempo e quando ho cominciato a concentrarmi sulla logica del Nuovo Dylan erano i loro nomi, per tanti motivi, quelli che ricorrevano costantemente e che si legavano meglio tra loro. Da una parte perchè le loro storie sono simili e dall'altra perchè ognuna ha una ben precisa identità. Non ho dovuto "lottare", come dici tu, per escludere qualcuno. Piuttosto, ho riflettuto a lungo se inserire nel contesto principale di "Alias Bob Dylan" anche Eric Andersen o David Blue, ma alla fine ho preferito dedicargli uno spazio diverso perchè li vedevo troppo vicini al vero Bob Dylan per essere degli alias

La caratteristica vincente di "Alias Bob Dylan" credo sia lo stile semplice, molto lineare e "schierato" se mi passi il termine. Ci sono però immancabili e numerosi riferimenti letterari, per fortuna mai buttati a caso: credi esista realmente un forte legame tra certa letteratura americana, non necessariamente legata al mondo della musica, e lo stile di vita del rock'n'roll

Ti ringrazio per lo stile "lineare", ma soprattutto "schierato": non volevo fare la solita agiografia delle rock'n'roll star, ma un libro che spiegasse e criticasse certi meccanismi. I riferimenti letterari (ma ci aggiungerei anche quelli cinematografici) servono proprio a questo scopo: collegare quello che tu chiami "lo stile di vita del rock'n'roll" al resto della società e della storia. Purtroppo spesso e volentieri il rock'n'roll viene vissuto come un mondo a parte, un paradiso perduto, mentre secondo me, a partire dalla seconda metà del Novecento, ha avuto sempre di più un carattere dominante nella comunicazione e nel linguaggio. Quindi, per rispondere alla tua domanda, non si trattava di trovare un legame tra certa letteratura americana e il rock'n'roll, ma di vedere il rock'n'roll in un contesto più generale, come parte integrante della società e della storia moderne

Il gioco perverso dei "Nuovi Dylan" è chiuso definitivamente? Te lo chiedo perché ultimamente si sono scomodati in troppi nel rispolverarlo ai danni di Ryan Adams, sorta di ultima grande icona del movimento alternative-country. Quando sento accostare Gold, il suo recente disco solista, all'ultimo lavoro di Dylan o vedo paragonati i due personaggi con pesi e misure differenti, accusando Adams di voler catturare un'innocenza perduta del rock'n'roll, comincio a perdere la pazienza: non si ripete il solito terribile crimine del passato, che tu così bene hai tentato di descrivere nel libro? Mi pare che a volte la critica si spinga oltre il lecito, assegnando significati che il rock'n'roll non ha e non vuole minimamente avere…

La pazienza non bisogna mai perderla, anche se capisco e condivido il problema. Il punto è che un luogo comune, come è quello dei Nuovi Dylan, è immortale per sua stessa natura, per cui, come giustamente lo definisci tu, il "gioco perverso" continua. Un po' conta l'effettiva statura di Bob Dylan, che per certi versi resta un personaggio misterioso. Un po' conta anche una certa pigrizia della critica che secondo me non si spinge proprio da nessuna parte. Quindi per capire Ryan Adams, che secondo me è uno dei pochi, veri talenti degli ultimi anni, deve per forza riesumare vecchie etichette e altrettanto consunti paragoni. Detto questo, trovo veramente improbabile l'idea di recuperare l'innocenza del rock'n'roll, se mai ne ha avuta una.

Spesso e volentieri nasce nel libro un'impietosa descrizione, per stessa ammissione dei protagonisti, dell'industria discografica e della sua "involuzione artistica" degli ultimi decenni: pensi sia una analisi reale o solo il risentimento, come qualcuno potrebbe sospettare, di sei autori rinnegati dal grande successo? In un'intervista avuta con James Talley, ritornava infatti molto spesso il concetto di un mondo, quello discografico, che a partire dalla fine dei sessanta sembra aver perso definitivamente l'innocenza…

Qui bisogna stare attenti a non semplificare il discorso, ovvero a vedere l'industria discografica come il demonio e i musicisti come le vittime. Il problema credo sia più complesso e riguarda effettivamente un'involuzione della creatività dell'industria (attenzione, non dei musicisti) che ad un certo punto ha cominciato ad affidarsi soltanto alle analisi economiche, ai sondaggi e alle cosiddette regole di mercato, non ultima questa continua corsa all'innovazione tecnologica. Credo però che non sia soltanto un problema dell'industria discografica, e non sia un problema solo dell'industria, ma qui il discorso si complica. Tornando a noi, il problema, come diceva James Talley, non è tanto l'industria, ma chi la guida: una volta c'era John Hammond, oggi è rimasto soltanto Clive Davis (quello che ha riesumato Santana, per intenderci) e, non a caso, nell'ambiente si dice che sia l'unico e l'ultimo discografico che i dischi li ascolta veramente (lo chiamano anche "quello con le orecchie d'oro"). Per il resto, vale sempre la regola del colonello Parker: take care of your business (e, pur con tutto l'affetto possibile, mi sa che tra i Nuovi Dylan più di uno preso dall'emozione e dal successo se la sia scordata.

Mi ha colpito in particolar modo un concetto su cui mi trovo in perfetta sintonia: il momento in cui fai notare la sete di una continua ricerca della novità nel rock. Non si vive senza una novità. I primi dischi sono sempre i migliori, le ultimissime novità anche…Come se ogni novità fosse destinata a diventare un classico soltanto per il fatto di essere una novità…La necessità di tradire la memoria, di fuggire qualsivoglia tentativo di cogliere il passato o di rileggerlo a uso e consumo dell'immediato
. Non c'è più spazio per la memoria nel rock'n'roll? In questo caso il destino di gran parte dei vecchi e nuovi songwriters e di tutta l'ala tradizionalista del rock sembra essere indelebilmente segnato. Vedi una via d'uscita?

Credo che siamo tutti d'accordo se datiamo, anno più anno meno, la nascita del rock'n'roll intorno ai primi anni Cinquanta. Ciò vuol dire che abbiamo alle spalle mezzo secolo di vita, per cui credo sia necessario parlare di rock'n'roll anche in termini di memoria e di storia vera e propria. E' questa l'unica via d'uscita: se Bob Dylan e i Rolling Stones a sessant'anni compiuti sono ancora in classifica e in copertina, un motivo ci sarà, e non è semplice nostalgia. Il punto, secondo me, è che il rock'n'roll era scomodo trent'anni fa perchè impose una rivoluzione (anzi, di più: Sam Shepard diceva che il rock'n'roll è più rivoluzionario della rivoluzione) e lo è ancora oggi perchè impone un passato, una storia ad un mondo la cui memoria va dalle news del mattino a quelle della sera. Rendo l'idea

Da un'altra parte leggo (la definizione è di Clinton Heynlin tratta da From Velvet to Voivoids, A Pre-Punk History For A Post-Punk World) che per interpretare il rock'n'roll ci vuole soprattutto coraggio, perché il rock'n'roll è soprattutto un'attitudine e se avete quell'attitudine potete suonarlo
. I sei personaggi del libro mi pare abbiano avuto coraggio da vendere: ne vedi qualcun altro in giro con lo stesso coraggio ultimamente?

A parte il fatto che il libro di Clinton Heynlin è bellissimo (specie se si ama un certo tipo di New York sound), condivido completamente quello che dice. La tua domanda scoperchia un vaso di Pandora. Sì, ce ne sono tanti, però devo dire che questi Nuovi Dylan oltre al coraggio adesso hanno aggiunto l'esperienza e la classe per cui amo ricordare una sera di un anno fa, a cena con Elliott Murphy. C'era una chitarra con cinque corde, l'ha accordata come fa Keith Richards e poi ci ha suonato Brown Eyed Girl di Van Morrison, Stolen Car di Bruce Springsteen, Wild Horses degli Stones e Like A Rolling Stone del vero Bob Dylan. Questo è il rock'n'roll: eravamo sì e no una dozzina, ma sembrava di essere al Madison Square Garden