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Shortcuts #7: Malin Pettersen; Trinelise Væring; Signe Marie Rustad; Su Andersson | |||||||||
| a cura della redazione di RH | ||||||||||
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|| Malin Pettersen ||
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Forza trainante del movimento Americana in terra scandinava, ma ancora relativamente sconosciuta fuori dai confini nazionali (per l’album Wldhorse è volata fino a Nashville, raccogliendo consensi), Malin Pettersen scrive e produce l’intero Wildflower da sola, dimostrando una padronanza e una maturità ormai riconosciute, affidandosi poi alle cure della sua band, dove spiccano Nikolai Grasaasen alla chitarre e piano e Stian Jørgen Sveen alla pedal steel. Se in passato qualche ambizione commerciale in territori da pop e r&b contemporaneo potevano fare presagire una svolta definitiva, Wildflower fa sintesi e recupera il passo country rock e americana fin dal principio con Carolina, non tanto distante da musiciste come Margo Price. Il piglio è elettrico e sbarazzino in Blue e Number on the Street, Baptize Me ha un’anima dark soul mentre Fold Out Chair resta l’episodio più tradizionalista. Le ballate non abbandonano certe sfumature pop sofisticate, ma il cuore resta ancorato al linguaggio roots.
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|| Trinelise
Væring ||
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Album uscito sul finire dello scorso gennaio per opera della musicista di origini danesi Trinelise Væring, A Songwriter’s Odyssey è stato registrato a Vancouver, Canada con la produzione di John Raham (nome importante in patria, con diversi Juno award nel suo curriculum) e la partecipazione di ottimi musicisti della scena locale. Il disco è un’avventura nei territori della roots music e dell’attuale Americana da parte di una chitarrista e autrice che ha alle spalle una formazione legata semmai al mondo del jazz. Non facciamo fatica a crederci, basta ascoltare l’eleganza dell’interprete, la sua voce di velluto e la classe con cui in generale affronta il repertorio. A Songwriter’s Odyssey presenta undici episodi di elegante Americana dove basi country folk, sentori soul e blues e qualità pop jazz nell’interpretazione vocale promuovono il percorso artistico di Trinelise Væring alla pari di molte colleghe d’oltreoceano, come confermano l’attenzione ad ogni singolo colore sonoro presente in I Hope He Cancels, The Call, May The Best Man Win, Getting the Hang of Being a Failure.
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|| Signe Marie Rustad
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Gli applausi si colgono all’inizio e alla fine del viaggio musicale di Do You Know Something I Don’t, domanda/ affermazione che la norvegese Signe Marie Rustad rivolge a chi la sta ascoltando, al suo pubblico ideale e concreto, una parte di quest’ultimo presente durante l’incisione live dell’album nella sala dell’Oslo Konserthus, lo scorso maggio. Il nuovo lavoro della cantautrice è ancora un breve assaggio, sette brani come il precedente Particles of Faith, grazie al quale l’avevamo scoperta, mezz’ora di confessioni che vanno a braccetto di un brillante suono folk strada facendo colorato di dolci vibrazioni pop. Si parte con la forma scarna della ballata pianistica in Do You Know Something I Don’t (Question) e si chiude con il fanciullesco coro di Do You Know Something I Don’t (Statement), due facce speculari di un percorso che nel mezzo accarezza l’Americana vista dalla sensibilità nord-europea (Conformities of Life) e un pop più ammiccante e raffinato (Everything They About You).
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|| Su Andersson
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La confezione, un elegante libretto/cd con costa e copertina rigida, meriterebbe un giudizio a parte per una qualità e un rispetto ormai rari nei confronti degli ascoltatori, anche se non ci dimentichiamo di dover giudicare prima di tutto la musica. La svedese Su Andersson ha abbandonato la sua profittevole carriera di architetto per dedicarsi completamente alla musica nel 2019, realizzando due album e alcuni tour fra gli Stati Uniti e l’Europa continentale. Postcards, come suggerisce il titolo, è una raccolta di ballate ispirate da una serie di viaggi in solitaria compiuti dall’autrice, raccogliendo sensazioni e incontri lungo il cammino. Inciso a Goteborg con un quartetto di base sorretto dai collaboratori Henning Sernhede e Axel Olsson, l’album ha eleganza e densità nei suoni, ma non spicca per particolari qualità del songwriting, un po’ dark nel suo muoversi tra folk rock e intimità pop. Tra gli episodi più vivaci il cabaret blues di Vertigo e il finale con sax della classica ballata Voices from the Past.
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