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Queen Esther
Blackbirding
[EL Recordings 2026]

Sulla rete: queenesther.bandcamp.com

File Under: lezioni americane


di Roberto Giuli (06/02/2026)

La foto di Angelica Dass che si vede in copertina, soffusa di quel tenue “haint blue” tipico dei soffitti e dei portici del sud degli Stati Uniti, tradizionalmente Georgia e South Carolina, è ispirata a un celebre ritratto del 1969, “Lawdy Mama”, di Barkley L. Hendricks. Come in altri casi (non molti), l’immagine esprime una sintesi immediata dei conseguenti contenuti del disco: la fusione tra arte concettuale e musica diviene in tal modo totale, nella sua intensa consapevolezza. Inizia da qui Blackbirding, ultima fatica di Queen Esther; ce la ricordiamo nella band di James "Blood" Ulmer e alle prese con il performer d’avanguardia Elliott Sharp.

Concept dall’identità ben precisa, patrocinato dal NYC Women’s Fund For Media, Music And Theatre, (programma ideato allo scopo di sovvenzionare attività creative), il lavoro è maturato durante un periodo (circa 2020) trascorso dall’artista presso il “Gettysburg Battlefield”, parco militare della città, teatro, nel 1863, di una delle battaglie più importanti e cruente della guerra civile americana. E’ questo il fulcro attorno al quale ruotano i dodici brani, a quel massacro che vale una rilettura della storia a ritroso, esperienza questa che consente di toccare temi senza tempo quali schiavitù, segregazione, razzismo; l’occhio attento è quello dell’autrice, moderna “black feminist” discendente di quell’area dove “il blue delle note è un modo di vivere” e secondo la quale certe pratiche (come il blackbirding appunto, esercizio di reclutamento forzato e ingannevole) semplicemente non sono mai totalmente tramontate. “Molti di quei ragazzi neri furono rapiti e inviati a sud, ma la schiavitù non è finita, si è solo evoluta”.

Immersa in questa convinzione, Queen dà vita a un disco profondo, colto, indomito, la cui essenza va persino al di là dei generi stessi e nel quale il connubio tra note, accenti e frammenti di racconto è frutto di una ricerca profonda, allo stesso modo, forse più, dei precedenti Gild The Black Lily e Rona, rispettivamente 2021 e 2023. L’opera si nutre inevitabilmente di una tradizione musicale a trecentosessanta gradi, di quel vocabolario stilistico fatto di country, blues, soul, jazz, sigla alt-Americana per tutti. Le dodici canzoni, a partire dall’emblematica Are You Thirsty? (Les Vivandieres Theme Song), sono natura e principio della narrazione. Il pezzo introduttivo racconta delle donne che sulle due linee dispensano vino, (“le Beaujolais est bon”), rosso come il sangue; l’impianto sonoro è frutto di un blues minimale e pulsante, dall’eccellente svolgimento armonico, allo stesso modo di Can't No Grave Hold My Body Down, spiritual dall’inquieta anima acustica dedicato al Lincoln Cemetery, a tutt’oggi dimora di almeno trenta membri delle “US colored troops” che non hanno trovato riposo nel cimitero nazionale: “perché la segregazione continua anche dopo la morte”.

Canzoni di disperazione e resilienza, come Hold Steady, “frustata” dal contrabbasso, pervasa dalle atmosfere soul (grazie all’Hammond) e da un penetrante solo di chitarra o come The Devil May Care (But Jesus Knows), dall’intenso, elettrico giro armonico arpeggiato e Oh My Stars (The Gettysburg Variation), ombrata da una commovente quarta minore. Il racconto procede attraverso il country rinvigorito dalla lap-steel di Hey Virginia! e quello più filiforme di I Feel So Alive, facendosi sollecitante sulle note di Rebels, avvincente country rock di matrice “southern” e trovando il necessario sollievo nell’acustica Magic (“una sacra intimità tra vivi e morti “) di Olivia Newton John come in When I Get Home, dall’arrangiamento ridotto al solo battere del cuore, condensato in uno struggente “holler”.

Indispensabili per la riuscita del progetto i musicisti, ovvero Hilliard Green, contrabbasso, Steve Williams, batteria, Greg Lewis, organo, Sharp Radway, piano, Jeff McLaughlin alla chitarra, Raphael McGregor alla steel (e lap) guitar, oltre ai cori; tutti membri del Black Americana and Jazz Collective. Nonché il finale da manuale, You're Gonna Get What's Coming di Robert Palmer: un monito, per un discorso ancora non chiuso. Bellissimo.



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