La foto di Angelica Dass
che si vede in copertina, soffusa di quel tenue “haint blue” tipico dei
soffitti e dei portici del sud degli Stati Uniti, tradizionalmente Georgia
e South Carolina, è ispirata a un celebre ritratto del 1969, “Lawdy Mama”,
di Barkley L. Hendricks. Come in altri casi (non molti), l’immagine esprime
una sintesi immediata dei conseguenti contenuti del disco: la fusione
tra arte concettuale e musica diviene in tal modo totale, nella sua intensa
consapevolezza. Inizia da qui Blackbirding, ultima fatica
di Queen Esther; ce la ricordiamo nella band di James "Blood" Ulmer
e alle prese con il performer d’avanguardia Elliott Sharp.
Concept dall’identità ben precisa, patrocinato dal NYC Women’s Fund For
Media, Music And Theatre, (programma ideato allo scopo di sovvenzionare
attività creative), il lavoro è maturato durante un periodo (circa 2020)
trascorso dall’artista presso il “Gettysburg Battlefield”, parco militare
della città, teatro, nel 1863, di una delle battaglie più importanti e
cruente della guerra civile americana. E’ questo il fulcro attorno al
quale ruotano i dodici brani, a quel massacro che vale una rilettura della
storia a ritroso, esperienza questa che consente di toccare temi senza
tempo quali schiavitù, segregazione, razzismo; l’occhio attento è quello
dell’autrice, moderna “black feminist” discendente di quell’area dove
“il blue delle note è un modo di vivere” e secondo la quale certe pratiche
(come il blackbirding appunto, esercizio di reclutamento forzato
e ingannevole) semplicemente non sono mai totalmente tramontate. “Molti
di quei ragazzi neri furono rapiti e inviati a sud, ma la schiavitù non
è finita, si è solo evoluta”.
Immersa in questa convinzione, Queen dà vita a un disco profondo, colto,
indomito, la cui essenza va persino al di là dei generi stessi e nel quale
il connubio tra note, accenti e frammenti di racconto è frutto di una
ricerca profonda, allo stesso modo, forse più, dei precedenti Gild
The Black Lily e Rona, rispettivamente 2021 e 2023. L’opera
si nutre inevitabilmente di una tradizione musicale a trecentosessanta
gradi, di quel vocabolario stilistico fatto di country, blues, soul, jazz,
sigla alt-Americana per tutti. Le dodici canzoni, a partire dall’emblematica
Are You Thirsty? (Les Vivandieres Theme Song), sono natura e principio
della narrazione. Il pezzo introduttivo racconta delle donne che sulle
due linee dispensano vino, (“le Beaujolais est bon”), rosso come il sangue;
l’impianto sonoro è frutto di un blues minimale e pulsante, dall’eccellente
svolgimento armonico, allo stesso modo di Can't
No Grave Hold My Body Down, spiritual dall’inquieta anima acustica
dedicato al Lincoln Cemetery, a tutt’oggi dimora di almeno trenta membri
delle “US colored troops” che non hanno trovato riposo nel cimitero nazionale:
“perché la segregazione continua anche dopo la morte”.
Canzoni di disperazione e resilienza, come Hold
Steady, “frustata” dal contrabbasso, pervasa dalle atmosfere
soul (grazie all’Hammond) e da un penetrante solo di chitarra o come The
Devil May Care (But Jesus Knows), dall’intenso, elettrico giro armonico
arpeggiato e Oh My Stars (The Gettysburg Variation), ombrata da
una commovente quarta minore. Il racconto procede attraverso il country
rinvigorito dalla lap-steel di Hey Virginia! e quello più filiforme
di I Feel So Alive, facendosi sollecitante sulle note di Rebels,
avvincente country rock di matrice “southern” e trovando il necessario
sollievo nell’acustica Magic (“una sacra intimità tra vivi e morti
“) di Olivia Newton John come in When I Get Home, dall’arrangiamento
ridotto al solo battere del cuore, condensato in uno struggente “holler”.
Indispensabili per la riuscita del progetto i musicisti, ovvero Hilliard
Green, contrabbasso, Steve Williams, batteria, Greg Lewis, organo, Sharp
Radway, piano, Jeff McLaughlin alla chitarra, Raphael McGregor alla steel
(e lap) guitar, oltre ai cori; tutti membri del Black Americana and Jazz
Collective. Nonché il finale da manuale, You're Gonna Get What's Coming
di Robert Palmer: un monito, per un discorso ancora non chiuso. Bellissimo.