È innegabile che la cosiddetta
scena “New Soul” degli anni Duemila abbia riconnesso la musica afroamericana
con le proprie radici, dopo che per almeno un ventennio pareva aver preso
altre strade. Se la macchina evolutiva di quel mondo musicale non si è
fermata grazie a personaggi come D’Angelo, Curtis Harding o Kanye West
tra i tanti, nomi come Sharon Jones & The Dap-Kings, Nathaniel Rateliff,
Lee Fields, Charles Bradley, e molti altri, hanno riportato l’idea che
il “vecchio soul” potesse ancora brillare in questo futuro ormai presente.
Come tutte le ondate musicali, c’è un punto di inizio, uno zenith, e una
velocità di crociera mista a una lenta decadenza, e probabilmente nel
genere ci troviamo in questa terza fase, perché difficilmente resta ancora
qualcosa di importante da dire.
Potrebbe essere il terreno meno adatto quindi per esordire con un album
come questo Electric Love, perché Brother Wallace,
giovane con una buona gavetta da corista nel curriculum, ma alla prima
esperienza discografica da titolare, pare essere artista che non ha alcuna
intenzione di rimescolare il mazzo o scompigliare le carte. Come arrivare
a festa finita e mettersi a bere il fondo dei bicchieri, insomma, e qui
arriva il bivio critico su cui ragionare, e cioè se accogliere questo
album come uno sforzo tardivo, seppur encomiabile, o se essere contenti
su quanto la rivoluzione non sia stata passeggera, ma abbia creato un
consolidato e rinnovabile sottobosco di artisti che mai abbandoneranno
una via fatta di devozione per la musica di Otis Redding, Sam Cooke o
James Brown, per dirne solo alcuni.
Se amate il genere, comunque, il ragazzo ci sa fare, anche se pesa molto
l’aiuto in produzione e scrittura di Dan Taylor dei The Heavy,
e a dimostrarlo basta anche solo l’iniziale Who’s
That, dove mostra grande voce, senso del ritmo e un bel wall
of sound di fiati, cori e batteria martellante che rende il pezzo più
che accattivante. I brani sono 15 però, e i minuti 46 (oggigiorno considerabili
come tanti), ed è ovvio che visto che le soluzioni dipendono dalla performance
e manca quel pizzico di inventiva e modernità di un Michael Kiwanuka (Any
Day Now ci prova a battere le sue strade, ma la differenza è ancora
evidente), non sempre tutto fila così liscio.
In ogni caso la sensazione è che Brother Wallace dia il meglio sugli up-tempo
come la title-track o le travolgenti Who do You
Love o Let’s Get Together,
mentre quando passa alle soul-ballads come Gone With The Wind,
appare più ordinario e fin troppo ligio alla tradizione. Nel finale Brother
Wallace ci aggiunge un blues acustico in stile Keb’Mo’ (Me and My Running
Shoes), ed è la ciliegina su una torta fatta con ricetta antica, che
è pur sempre buona se non ve ne siete nel frattempo già stancati.