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Brother Wallace
Electric Love
[ATO 2026]

Sulla rete: brotherwallace.com

File Under: sweet soul music


di Nicola Gervasini (09/06/2026)

È innegabile che la cosiddetta scena “New Soul” degli anni Duemila abbia riconnesso la musica afroamericana con le proprie radici, dopo che per almeno un ventennio pareva aver preso altre strade. Se la macchina evolutiva di quel mondo musicale non si è fermata grazie a personaggi come D’Angelo, Curtis Harding o Kanye West tra i tanti, nomi come Sharon Jones & The Dap-Kings, Nathaniel Rateliff, Lee Fields, Charles Bradley, e molti altri, hanno riportato l’idea che il “vecchio soul” potesse ancora brillare in questo futuro ormai presente. Come tutte le ondate musicali, c’è un punto di inizio, uno zenith, e una velocità di crociera mista a una lenta decadenza, e probabilmente nel genere ci troviamo in questa terza fase, perché difficilmente resta ancora qualcosa di importante da dire.

Potrebbe essere il terreno meno adatto quindi per esordire con un album come questo Electric Love, perché Brother Wallace, giovane con una buona gavetta da corista nel curriculum, ma alla prima esperienza discografica da titolare, pare essere artista che non ha alcuna intenzione di rimescolare il mazzo o scompigliare le carte. Come arrivare a festa finita e mettersi a bere il fondo dei bicchieri, insomma, e qui arriva il bivio critico su cui ragionare, e cioè se accogliere questo album come uno sforzo tardivo, seppur encomiabile, o se essere contenti su quanto la rivoluzione non sia stata passeggera, ma abbia creato un consolidato e rinnovabile sottobosco di artisti che mai abbandoneranno una via fatta di devozione per la musica di Otis Redding, Sam Cooke o James Brown, per dirne solo alcuni.

Se amate il genere, comunque, il ragazzo ci sa fare, anche se pesa molto l’aiuto in produzione e scrittura di Dan Taylor dei The Heavy, e a dimostrarlo basta anche solo l’iniziale Who’s That, dove mostra grande voce, senso del ritmo e un bel wall of sound di fiati, cori e batteria martellante che rende il pezzo più che accattivante. I brani sono 15 però, e i minuti 46 (oggigiorno considerabili come tanti), ed è ovvio che visto che le soluzioni dipendono dalla performance e manca quel pizzico di inventiva e modernità di un Michael Kiwanuka (Any Day Now ci prova a battere le sue strade, ma la differenza è ancora evidente), non sempre tutto fila così liscio.

In ogni caso la sensazione è che Brother Wallace dia il meglio sugli up-tempo come la title-track o le travolgenti Who do You Love o Let’s Get Together, mentre quando passa alle soul-ballads come Gone With The Wind, appare più ordinario e fin troppo ligio alla tradizione. Nel finale Brother Wallace ci aggiunge un blues acustico in stile Keb’Mo’ (Me and My Running Shoes), ed è la ciliegina su una torta fatta con ricetta antica, che è pur sempre buona se non ve ne siete nel frattempo già stancati.



<Credits>